GIVEMY

Dopo svariati mesi di silenzio, si fa vivo proprio stamani con una lunga lettera, colui che ritenevo perduto per sempre. Lo scampanellare insistente del postino mi coglie di sorpresa interrompendo quell’ assoluto, usuale silenzio in cui mi accingo ad affrontare l’ennesima giornata fredda e uggiosa di una Firenze invernale.

 Ho mandato al diavolo quell’ometto invadente che ligio al dovere, si incaponiva per consegnarmi a tutti i costi il misterioso plico, che mi ha costretta ad uscire prima del tempo dal mio guscio caldo per afferrare con disappunto l’anonima busta bianca attraverso il gelido morso del portone semiaperto. L’ho lasciato lì, immobilizzato dalla mia villana sbattuta di porta, fiero per aver fatto il suo dovere.

Con noncuranza osservo il timbro: è francese…

Un calore improvviso mi sale dai piedi alla testa, non riesco a inghiottire, il cuore rimbomba facendo guizzare le tempie.

Un rapido gesto del polso e lo scopro: E’ lui che mi scrive, mi cerca, mi pensa, forse ancora mi ama!

Era partito imbronciato. Sono stufo di questa vita monotona, grigia –diceva- stufo di te che ormai non mi stupisci più, che non riesci a trasmettermi proprio più niente…

Allora gli risi in faccia altera: tu non mi meriti, vattene via, non cercarmi mai più.

Per settimane restai convinta della sua nullità, della pochezza di quell’essere insulso e stupido che non valeva niente. Lo immaginavo seduto in sporchi bistrot fra dolci stucchevoli e grassi formaggi; lo vedevo sotto i gialli lampioni di un lungosenna triste, correre invano dietro a procaci donnette. Eppure lo amavo, lui aveva implorato il mio aiuto ma io non lo avevo capito…. In breve la negatività del mio percepirlo arretrò in una nebbia indistinta mentre si fece avanti l’immagine desolata di un lui seduto triste su una panchina di Montmartre, occhi sbarrati verso una me lontana.

Ho iniziato a soffrire per lui, a rendermi conto di volergli un mondo di bene. Da allora fino a oggi l’ho desiderato   nuovamente al mio fianco.

Mi trovo in un luogo da fiaba – mi scrive – ogni giorno un anfratto diverso di questo sperone proteso nel blu più scuro e profondo, mi si svela con suoni e colori, descrive un dettaglio diverso che mi stimola l’anima e il cuore. Il freddo pungente qua ti sferza le guance e ti spacca le mani, potresti soffrirne, invece gioisci e sorridi. Oggi, dopo lungo vagare fra mille stupori, mi sono diretto a Givemy, qui in Normandia. Perché proprio lì? – Chiederai – Beh, Tu sai quanto io ami Monet e questi suoi luoghi promettevano forti emozioni, ma non immaginavo tanto dolce sconquasso, così sbigottita delizia…

Sono dunque giunto a bordo di un trenino ansimante alla piccola stazioncina quasi all’ora di pranzo. Una tormenta fitta fitta mi pungeva ogni piccolo lembo di pelle scoperta, depositava microscopici cristalli acuminati sul mio capo e sopra le spalle restituendo di me l’immagine sciocca di un pupazzo di neve riflesso nelle vetrine. Un breve spuntino a base di fresche sardine e baguette e poi via, alla scoperta di questo magico mondo.

La strada procede in salita, con larghe volute ora a sinistra ora a destra, percorrendola a piedi si prova profonda fatica, soprattutto se il selciato è questo bianco manto gelato che si oppone al tuo passo.

Ogni metro percorso è una sfida che vinci, ogni piede che procede spedito davanti al suo doppio ti rende fiducia in te stesso, ti fa riscoprire i valori che avevi sepolto.

Lo trovo più calmo, assennato, di nuovo sé stesso, una sottile speranza si accende…

Vado avanti nella lettura.

…Così sono giunto all’ultima curva, quella che volge a sinistra prima del piano, al calare del sole…

Qui la strada muta l’aspetto di via principale che attraversa il paese, e si trasforma in ampio sentiero di campagna. adesso la neve è più soffice ed alta di prima, cammini su un cuscino di piume, leggero, sicuro, puoi alzare lo sguardo da terra, rilassarti, ammirare il mondo che hai intorno.

E’ un sogno: un velo rosato ricopre ogni cosa, rendendo quest’aria frizzante un tiepido soffio avvolgente.

Non un’anima viva, eppure ti senti attorniato da mille presenze rasserenanti. Sono gli alberi spogli che a destra ti proteggono dai dispetti del vento, che con i loro risecchiti arti inondati di rosso, ti invitano alla calda festa invernale.

A sinistra l’albero spoglio, che svetta solitario sopra sterpi più bassi, ti suggerisce la forza della resilienza e ti infonde speranza…

Così prosegui sicuro.

Raggiungi la curva scoprendo che là, dove svetta un cipresso, la strada discende verso un ambiente più chiaro, rami bianchi attendono ancora l’ultima luce serale.

C’è un castello laggiù, un enorme maniero con torri che svettano al cielo con tetti appuntiti d’ardesia, è il rifugio accogliente e sereno per la notte imminente.

Vengo accolto con larghi sorrisi infiammati dai radenti raggi di un sole ormai quasi dormiente ma ancora vibrante.

Mi affaccio all’enorme finestra scoprendo ai miei piedi un immenso mare di soffice panna a celare la verde natura in letargo.

La sfera del sole è scomparsa eppure persistono ancora mille toni di rosso, di arancio, di rosa…

Lassù, nell’alto del cielo, un giallo intenso prelude alla luna.

Allega uno scatto del magico luogo.

Poi mi confida: ho ritrovato me stesso, questo stato di grazia mi ha tolto la scorza in cui vegetavo, ha ripulito la patina che mi rendeva ostile e scostante. Questo vivere il bello mi ha fatto tornare a vedere…

 Torno a Firenze chiedendo perdono!

Calde lacrime sciolgono il segno tremante della firma di lui. Alzo gli occhi e osservo l’inverno che incalza là fuori, ma intanto laggiù nella piazza, un pupazzo di neve si scioglie.

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