IL VOLTO DI AZRA

SPERANZE DI PACE OLTRE IL FILO SPINATO

Il freddo inverno afgano sferza frustate umide di una pioggia insistente sulla famiglia nomade da sempre.

Non è  in viaggio per vocazione adesso, ma per arrivare in fretta più in là, più lontano che può da quel luogo angustiato (ancora una volta) da una guerra inaudita.

Su due cammelli la vita: lei con la sua storia di donna un tempo libera, colta, appagata, adesso velata; lui marito e padre padrone (per legge), due figli. Nella bisaccia il necessario per poter sopravvivere all’inclemenza de tempo. Ma sono poca cosa la pioggia, il freddo pungente, il cammello che incede a fatica.

Poco più indietro hanno appena lasciato l’inferno; la pace è di nuovo finita, si sono messi ancora una volta in cammino in cerca di pace.

Eppure erano stati felici!

Azra, la giovane madre racconta spesso ai suoi figli com’era libera e piena di gioia la sua vita nei primi anni 2000 a Kabul, com’era bello studiare assieme alle amiche e vagabondare a viso scoperto, baciato dal sole, fra librerie e negozi di dolci profumi.

Qamar e Jamal la stanno a sentire con gli occhi sgranati temendo che il babbo la possa punire per quello che ha fatto, infatti la legge di adesso è diversa: la mamma è una donna, perciò non ha alcun diritto, deve soltanto star zitta, obbedire, nascondersi il capo.

Ma no, il loro padre non è un talebano, lui odia le armi e la guerra, rispetta devoto sua moglie, desidera solo che lei sia felice.

Per questo ha intrapreso quel viaggio rischioso, sa che laggiù, molto lontano, oltre il filo spinato, li attende un aereo che salverà la propria famiglia dall’ultima, orrenda oppressione.

Intanto quegli studenti, un tempo compagni di studio di Azra, stanno annientando il progresso, hanno preso con forza e ferocia il Paese.

Ma come è potuto accadere?

Qualcuno ha inculcato nelle loro giovani menti un’idea religiosa del tutto sbagliata, così adesso è di nuovo finita!

“Guarda mamma”, due talebani ci vengono incontro, guarda, sorridono non sono cattivi, uno tiene l’altro per mano, si vede che si vogliono bene, si vede che sono buoni!”

“Abbassa la testa e non guardare, altrimenti ci rimandano indietro” – Sussurra la mamma allarmata.

Cala il silenzio. Atri robusti giovani armati scorrazzano sui loro cavalli poco lontano.

Ad un tratto si ode una scarica di colpi secchi, si forma una nube di polvere alzata dai cavalli impazziti che al galoppo fuggono via.

Per terra, sanguinante c’è un uomo.

“JaYed!” – Urla Azra atterrita.

Ma no, non è lui grazie al cielo.

Però è comunque un padre, un marito.

La giovane moglie è impietrita: osserva quell’orda di morte fuggire spavalda dopo averle tolto beffardamente il marito.

“Mamma perché?” -Domanda Jamal del tutto smarrito.

“Bimbo mio, non c’è una ragione per questa follia, questi ragazzi assassini hanno un tarlo nel cuore, la loro ragione è impazzita; non sanno quello che fanno e a noi conviene soltanto fuggire!”

Così, lungo l’unica striscia asfaltata in mezzo ad una distesa deserta, la famiglia procede in mezzo a decine di altre famiglie: pochi padri barbuti sfuggiti alla leva, molte donne che paiono tanti fantasmi.

Incedono lente, private di un volto, apparentemente del tutto impotenti.

Però la rabbia traspare dalle voci alte, taglienti, dallo sforzo caparbio di camminare per ore e per giorni trascinando a fatica figli piccoli e grandi verso il loro sogno di pace.

L’aeroporto è adesso vicino.

La calca è opprimente, un nauseante odore di corpi ansimanti si diffonde dintorno, rendendo quasi impossibile emettere anche un solo sospiro.

Azra stringe forte per mano i suoi figli: li deve salvare, devono saltare oltre quel filo spinato, poi sarà lei a oltrepassare lo sbarramento…

Sarà tutto facile – pensa la donna- C’è Jayed a darci una mano!

Ed eccoli, sono arrivati alla meta agognata.

Azra, con una forza inumana, solleva entrambi i bambini e li aiuta a salire su per la rete, li spinge con inaudita durezza. Ecco, di là, dove tutto scorre tranquillo, un uomo in divisa li ha presi.

Azra si abbandona ad un pianto dirotto.

“Vi ho salvati bambini, siate liberi, siate felici!” – Sussurra a sè stessa.

Intanto intorno impera il caos: pianti di bimbi si accavallano alle urla disperate di chi non riesce a raggiungere quella maledetta rete metallica, le sirene insistono furibonde, mentre gli ordini secchi dei giovani talebani impazziti, vengono scanditi dai colpi ritmati dei kalashnikov.

Qualcuno urla ci vogliono uccidere!

Il caos si moltiplica.

Azra si volta a cercare il marito.

“Jayed, corri, ce la facciamo, corri! Ma dove sei finito, perché non ti vedo?!”

La donna non sa che il proprio compagno è stato catturato, stordito con pugni e pedate, forse ormai è già stato ucciso.

Azra non sa, ma può immaginare.

Con un coraggio leonino si scaglia in avanti, raggiunge la rete e urlando il nome dei figli comincia a salire.

Incitata dai propri bambini, si sente invincibile, forte, così, strappandosi il velo urla “libertà per le donne, libertà per i figli e il nostro popolo intero!”

Un rumore isolato, secco e vicino, tinge di rosso quel velo bianco, censura ignobile del volto umano.

Ora tutto è silenzio: il fantasma ha reso libero il proprio pensiero.

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