Cocò era una delle molte clochards che “costellavano” le larghe strade di Rouen, A vederla per la prima volta potevi immaginare che fosse molto anziana: capelli striati di grigio che schizzavano dritti e untuosi da sotto un copricapo di feltro scuro, volto cosparso di tante impercettibili rughe che insistevano soprattutto intorno ai due occhietti azzurri piccoli e penetranti, mani e piedi ossuti, percorsi da tanti canaletti contorti, violacei e pulsanti.
In realtà la donna non aveva ancora raggiunto i cinquant’anni, ma era già assai consumata da una vita perennemente esposta a tutte le intemperie e la Normandia si sa, è un luogo spesso freddo e piovoso dove l’inclemenza del tempo si mescola talvolta alla fredda indifferenza della gente, della troppa gente che si affanna quotidianamente per le vie delle pur limitate città.
Cocò si era stabilita a Rouen fin da adolescente, quando era fuggita dalla propria famiglia e da tutte le sicurezze e gli agi che questa poteva offrirle, per seguire un nuovo percorso con il suo primo ragazzo.
Si era trattato di una infatuazione nata fra i banchi del liceo che entrambi frequentavano con indiscusso successo ma che tuttavia i due giovani contestavano perché lo ritenevano un luogo antidemocratico, classista, asservito al potere. Loro erano per la libertà totale di ognuno, l’abolizione di tutte le gerarchie e di ogni sovrastruttura sociale. Contrari ai lussi viziosi in cui entrambi erano cresciuti, decisero un giorno di fuggire insieme per intraprendere un iter di vita basato sul quotidiano contatto con la natura, portando con sé in uno zaino lo stretto necessario alla sopravvivenza.
Entrambi suonavano il pianoforte ed il flauto come i propri parenti avevano desiderato e fu proprio questo dettaglio che li aiutò nel loro nuovo cammino.


Infatti ogni sera, quando il sole calava ed il cielo assumeva un colore blu intenso, potevi imbatterti in quella giovane coppia accucciata vicino a un bistrot, oppure presso una chiesa. Possedevano un flauto ed una vecchia pianola il cui astuccio foderato di rosso velluto, serviva da raccoglitore di spiccioli piovuti per caso da mani frettolose, rapite dalle formidabili melodie che i due sapevano regalare con grande maestria.
Talvolta Cocò si metteva a danzare sulle note maggiormente ritmate e allora l’esibizione diventava un vero spettacolo degno del più importante teatro: il pubblico andava in delirio e applaudiva sincero.
All’alba sparivano. Nascosti sotto grandi cartoni dormivano accanto, in un sottopassaggio oppure in stazione.
Per loro quella era la vita felice, scelta da entrambi e orgogliosamente vissuta: sopravvivere seguendo le proprie tendenze e lasciarsi portare dallo scorrere cadenzato dei giorni. Intuire quando uno ne inizia dopo che un altro è finito osservando la luce che cambia sulle facciate di chiese e palazzi abbandonandosi insieme a ciò che il variare ti suscita dentro.
Passarono anni e anni di intesa assoluta fra i due, nessun contatto con le rispettive famiglie.
Ma venne un giorno in cui lui rivide sua madre che frettolosa sbucava dalla porta di una nota boutique. Lei gli aveva rivolto uno sguardo fra il supplicante e l’impietosito, lui era arrossito.
-Ti salverò – Aveva detto la mamma. Così da quel giorno ogni volta tornava e parlava con lui fitto fitto, escludendo Cocò. Poi la giovane donna li vide sparire a braccetto senza ricevere nemmeno un sorriso da parte di lui.
La delusione fu forte, lo spaesamento completo, Cocò si sentiva offesa, tradita, ferita, voleva morire, oramai odiava la vita.
Ma talvolta il destino è pietoso e ti tende una mano.
Cocò fu soccorsa da un clochard come lei che fu mosso da quello spirito solidale, prerogativa spesso degli ultimi.
Il suo nome era Claude e faceva il pittore. Era molto più anziano di lei, quasi un padre, ma la pensavano uguale su come gestire la vita. Così iniziarono insieme un nuovo percorso facendo coincidere musica, luce e pittura, e ogni volta che un giorno iniziava e poi arrivava il tramonto questo veniva fissato non solo su tela, ma anche attraverso le note diverse che il flauto, commosso, emetteva.
La loro meta era spesso la stessa: la cattedrale imponente da secoli vanto del luogo. Quel monumento antichissimo ornato di fini ricami, pinnacoli, guglie divenne la loro ossessione, tanto che chiunque passasse da lì ad ogni ora dall’alba al primo imbrunire, poteva incontrare i due amici estasiati ed intenti a fissare ogni attimo magico di una luce diversa.

Quando il sole era sorto da poco Claude e Cocò erano appena visibili, avvolti dalla nebbia fredda e densa del primo crepuscolo. La chiesa appariva sfocata, impalpabile, aspetto fugace che il pittore fissava in un quadro perfettamente aderente alla realtà del momento. Era quella la circostanza dove Cocò dava libero sfogo ai propri ricordi più intimi, iniziava a suonare note lunghe col flauto, finché il gesto la riportava al ricordo del proprio compagno chissà dove fuggito, allora stringeva forte le spalle di Claude e si lasciava andare in un pianto consolatorio.

-Resisti- le diceva l’amico – fra poco vedrai ogni cosa sotto una luce diversa, più luminosa, più chiara – I sussulti di lei si facevano allora più dolci, finché il sole già alto schiaffeggiava di giallo aranciato quella parte di chiesa prima sfocata. E a quel punto il pittore si armava dei colori più intensi e copiava quel tripudio di luce per regalarlo a Cocò, per rinfrancare il suo cuore, finché lei non sorrideva appagata.

Era quello il momento maggiormente gioioso della giornata.
Poi la luce pian piano calava mentre Cocò percepiva dentro di sé una calma struggente, ora i ricordi della propria vita passata bussavano come gli ultimi attacchi di un grave malanno ad un malato convalescente. La sua bella casa, la madre, le feste la scuola… Tutto appariva ovattato come la chiesa al calare del giorno, come il quadro che Claude dipingeva per lei, come le note sommesse del flauto.
E finalmente il sole calava coprendo il paesaggio di blu.
Cocò e Claude sparivano, magicamente inghiottiti dall’oscurità della sera.