…IN TRASPARENZA

STORIA DI UNA LENTE: DALLA BOTTEGA DI UN OCCHIALAIO AL TELESCOPIO DI UN ASTRONOMO.

Eccomi qua.

Quest’oggi voglio raccontarvi la mia storia vera in modo schietto e unicamente al fine di farvi un po’ riflettere su quanto sia completamente imprevedibile il destino. Sarò del tutto trasparente (come mi si conviene ovviamente); con me e con la storia che voglio raccontarvi, miei cari amici, vedrete per davvero tutto chiaro.

Tanto per cominciare sappiate che le mie origini sono modeste: i miei genitori non erano che una ragazza sfuggente, bionda e dalla pelle calda, si chiamava Sabbia. Mio padre era un tizio di nome Salnitro, un tipo accomodante, fisicamente poco attraente, amante dei luoghi nascosti, ombrosi, da dove un giorno uscì ed incontrò mia madre. Entrambi i loro cuori s’infiammarono subito, i due bruciavano così tanto   dalla passione l’uno per l’altra, che mi generarono al loro primo incontro lungo le coste della Fenicia, in Cananea, proprio davanti alla splendida isola di Cipro.

Appena nata non ero bella come adesso: il mio corpo era ruvido, opaco, nessuno li per lì mi degnò nemmeno di uno sguardo.

Passai gli anni della mia infanzia a giocare felice fra bagnasciuga e onde, poi qualcuno mi raccolse vedendo che ero strana, diversa da tutte le altre pietre.  Iniziai così, senza volerlo, a viaggiare nel mondo.

Giunsi ormai adolescente a Micene, dentro la tasca di un mercante che bazzicava il porto.   Ricordo che mi teneva insieme a decine di animaletti puzzolenti e sporchi di un coloraccio rossiccio che odiavo grandemente. Quanto ho pianto! Ma per davvero la mia vita doveva andare avanti così miseramente!? Talvolta la manona gigante di quell’uomo rozzo prendeva a carezzarmi, oppure mi tirava fuori, poi mi avvicinava alla bocca che, con  la sua lingua grassa mi leccava. Infatti il mio padrone si era accorto che così facendo io brillavo di più. Quanto mi vergognai quando venni deposta nelle mani di uno sconosciuto vecchietto dal fiato pesante e dalle lunghe dita che soppesandomi, mi sbirciò da ogni parte, mi strinse, mi graffiò, mi bagnò di saliva e infine mi comprò come fossi stata una qualunque schiava.

Venni gettata in una vasca dall’acqua bollente dove qualcuno di cui non ricordo il volto, mi lavò con qualcosa di ruvido, che mi fece male, poi, così nuda com’ero, mi depose su un tavolaccio freddo e si mise a fissarmi. Io lo odiai così tanto che fu da quel momento che nei confronti di chiunque mi toccasse, diventai tagliente.

Ma le sventure erano appena cominciate. Fui obbligata da subito a lavorare duramente sotto un sole inclemente, addetta ad accendere il fuoco di primitivi barbecue. Stavo quasi morendo!

Poi venne una notte senza luna, il buio era totale, il silenzio profondo, Qualcuno colse l’attimo e così fui rapita.

Avvolta in una foglia di papiro giunsi finalmente in Egitto dove mi ritrovai in un ambiente a me familiare: quel caldo umidiccio, l’odore del mare e tante zie bionde che sorridendo mi contemplavano vicine.

Qui avvenne il primo prodigio inaspettato: il mio rapitore non voleva farmi del male, invece mi adorava e mi trattava più che bene. Avevo tutto: un letto morbido, coperte per coprirmi, una cameretta pulita piena di luce e molti servi che curavano il mio corpo con gentilezza e perizia.

Iniziai un corso di ginnastica posturale per mantenermi in forma e fu così che il mio corpo prese una forma armonica, rotonda ed incurvata in avanti, splendevo di salute, ero davvero bella.

Quanto mi amava allora il mio rapitore egiziano, quante carezze e quante coccole mi regalava! Fra noi due l’intesa era perfetta, divenni la sua prima consigliera, lui non faceva niente se prima non mi consultava, attraverso di me, dalla mia lucida presenza, vedeva tutto chiaro, tutto era più visibile, più grande. Mi donò un soprannome carino: lente d’ingrandimento.

Ero felice.

Passammo tutta una vita insieme amandoci e stimandoci finché lui divenne vecchio e stanco ed andò via per sempre. Io fui venduta ad uno sconosciuto ed iniziai con grande dispiacere un’altra vita da schiava, per secoli ad aiutare questo e quello a scoprire dove fosse il nemico o le sue armi, il mio soprannome dolce divenne in questo modo un coltello a doppio taglio: ero per tutti, nemici e amici un’insolita arma micidiale, la “lente d’ingrandimento”.

Durante una delle tante guerre alle quali mio malgrado presi parte, caddi di mano al mio padrone e giacqui giorni e giorni nella polvere e nel sangue del campo che chiamavano “nemico”.

Era una zona umida, nebbiosa, presso di me vedevo passare strane imbarcazioni senza vele, condotte da rematori dai cappelli di un materiale giallo e poi vidi un edificio stupendo tutto cupole e guglie. Rimasi estasiata, a bocca aperta. Quando ormai la furia della lotta era placata e sentivo allontanarsi i contendenti, vidi avvicinarsi un personaggio chiaramente anziano, smilzo, un po’ curvo che appena mi ebbe vista fece un salto di gioia e disse tre parole che non avevo mai sentito prima: “Eccola la gemella!”

Fui raccolta con grande delicatezza e avvolta in una stoffa morbida che mi fece rilassare molto nonostante non potessi vedere dove il misterioso signore mi stava portando. Il viaggio fu lungo, mi sentivo ondeggiare come quando ero stata rapita e mi ero ritrovata in Egitto qualche secolo prima; poi grandi sussulti e sbandamenti, stavo su un animale zoccoluto, di una razza a me ignota.

E finalmente fui tirata fuori dalla scarsella del mio nuovo padrone e…Oh meraviglia! Mi ritrovai in un ambiente ricolmo di miei simili, ma non proprio della mia stessa razza, erano infatti rossi, gialli, azzurrini – chissà da dove provenivano- pensate che non parlavano nemmeno la mia lingua!

Poi, un po’ più in disparte, notai una tizia isolata, pareva vergognarsi della propria assoluta trasparenza, si sentiva di certo “la diversa”.

Quando mi vide ebbe un fremito, abbozzò un sorriso e luccicò di tutta la propria brillantezza: Eravamo uguali, vere gemelle, anch’io mi turbai, per poi essere invasa da una gioia infinita.

Avevo trovato dopo secoli mia sorella carnale, fatta esattamente della mia materia, figlia dei miei stessi genitori. Forse da quel momento in poi saremmo state insieme per sempre e di certo felici.

Venni a sapere infatti che quel tipo magro dai capelli bianchi e dal naso adunco, altri non era che un brillante studioso di nuovi mezzi per aiutare chi si trovasse, per sua disgrazia, con un problema fisico, con qualche menomazione che gli impedisse una vita normale.

Da un po’ si era concentrato sull’approfondimento dei problemi di vista e dopo lunghe ricerche su antichi tomi aveva intuito che noi lenti saremmo state utili proprio a chi non ci vedeva troppo bene. L’uomo aveva capito che mettendo me e una mia gemella a cavalcioni sul naso del paziente, questo magicamente ci vedeva di nuovo con chiarezza.

Era un uomo famoso, molto stimato, ma non potendo possedere me ed il mio doppio insieme, stava cadendo in disgrazia. Immaginate quale fu la sua gioia quando per caso mi trovò sommersa dalla polvere su quel campo di battaglia!

Ottenni subito un posto d’onore in quel singolare laboratorio e da allora rimasi accanto a mia sorella.

E ci divertivamo un mondo saltando su nasi di tutti i tipi: gibbosi, adunchi, all’insù, ma sempre assai lodate per il prezioso servizio che facevamo a ciascun padrone di ogni naso.

Vivevamo in un ambiente protetto con due guardie del corpo giorno e notte al fine di non essere rapite e trascinate al servizio di qualche personaggio straniero. Si ventilava infatti da più parti che in Veneto esistessimo noi due, la coppia del prodigio!

Il mio padrone da quando mi trovò, fu appellato “occhialaio”, lavorai nel suo laboratorio per duecent’anni e più.

Poi scoppiò una nuova guerra, più cruenta, più devastante di quelle che avevo già vissuto. Dovunque mostri freddi e lucenti sparavano fuoco, boati e colpi sordi facevano tremare il mio fragile corpo e fu in questo frangente che persi un angolino della mia rotondità perfetta.

L’occhialaio fu miseramente ucciso, così per me ed anche mia sorella, cambiò nuovamente il destino.

Finimmo entrambe in una nuova città bellissima, strapiena di palazzi e chiese, dove la gente faceva  grande trambusto e parlava a voce alta, in modo buffo, mangiandosi la c di ogni parola.

L’ultimo naso che avevo cavalcato era ormai rotto e pieno di sangue, era attaccato ad un corpo inerme. io ormai ero inutile, ma lo ricorderò per sempre con affetto perché fu quello l’ultimo naso su cui poggiai le terga.

Finii con mia sorella nelle mani di un signore distinto, la cui casa era piena di grossi tomi, e pergamene e fogli stracolmi di formule e parole. Ci osservò a lungo con occhio inquisitore, poi ci prese entrambe per la schiena e ci accomodò con delicatezza in fila indiana. Lo sentivo confabulare con sé stesso e devo confessarvi che tremavo.

Pareva aver rispetto per noi, ci accarezzava, lucidava, ma ci costrinse anche ad una dieta stretta tanto che diventammo entrambe biconvesse. 

Che belle che eravamo!!

Ci preparò un nascondiglio di legno, dal quale solo noi potevamo guardare quello che c’era da vedere.

Così, in quella sorta di carrozza, fummo portate fino alla sommità di un tetto, dove provai stupore immenso e ancora, se penso a quello che vedemmo, mi sento mancare.

Tutti quei punticini luminosi che da sempre avevano riflettuto su di me la loro brillantezza dandomi luce, erano diventati grosse sfere, qualcuna cinta da strisce opalescenti. La luna, che conoscevo gialla, liscia e brillante adesso era rugosa e butterata in faccia…

Non so se fui felice o triste di questa mia scoperta, so solamente che da allora io, assieme alla mia amata gemella fui definita “grande prodigio”. Tutti ci veneravano, tutti ci avrebbero volute accanto: re e regine. E anche quel signore che si chiama Papa era curioso benché non potesse inizialmente farsi vedere soddisfatto, perché per l’appunto noi, con tutta la nostra onesta trasparenza, gli stavamo dimostrando che lui, con tutti gli altri  terrestri,  non si trova certo nel mezzo all’Universo, ma parecchio spostato nella periferia.

E adesso, , se mi permettete, desidero proporvi questa riflessione: nessuno sa cosa la vita gli riserba, a volte pensi di essere “nessuno” e ti ritrovi a rappresentare per tutti la più grande scoperta. Vorresti che tutti ti sapessero il re dell’Universo e poi ti accorgi che non sei nessuno.

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