JOLE

STORIA DI UNA DONNA DEL PASSATO

Il grande scollo guarnito da una svolazzante gala bianca contiene a fatica i due solidi seni protesi ad offrirsi.

Poco più sotto, un seducente vitino di vespa sostiene l’ampia gonna sollevata ad arte per mostrare gambe superbe che spuntano come improbabili steli da una corolla candida e vaporosa di molteplici strati di tulle.

Campeggia su tutto, un volto felice che fissa chi guarda, ostentando un sorriso smagliante, incorniciato da labbra rosse, morbidamente ammalianti.

La testa è inclinata all’indietro ad assecondare l’azione del vento che le scompiglia i capelli.

La donna troneggia in formato gigante sul manifesto attaccato presso l’ingresso del nuovo teatro.

Il verde pastello, l’azzurro, il panna e il rosato duettano in perfetta armonia con metalli preziosi: l’oro e l’argento.

Il tutto denota la perfetta armonia fra la stupenda figura, il suo nome e lo sfondo. Una cornice dorata racchiude la scena.

Jole Chantal, nome d’arte di Iolanda Cantarelli, nata a Forlì da Irma Mannini e il fu Mario; ex operaia e ragazza madre di Dario, che è stato accolto in istituto a Ferrara , accudito da suore pietose, talmente zelanti che, hanno giurato, non sveleranno mai  al bimbo il nome della propria madre, ne’ di essere il  vergognoso figlio della colpa.

Sì, Iolanda è un’indegna madre senza marito, colpevole di aver gravemente peccato con quel guardiano della filanda dove era entrata poco più che bambina.  Servivano quei pochi spiccioli che poteva guadagnare, erano fondamentali per la sopravvivenza della propria numerosa famiglia così lei aveva accettato quel pesante lavoro appena finiti i tre anni obbligatori di scuola. Eh sì era bella la scuola! E quanta tristezza lasciarla! Ma a casa i fratelli avevano fame e il padre era morto. Aveva dovuto sacrificarsi, rinunciare ai suoi sogni di diventare scrittrice o avvocato come già a qualche donna nel mondo era accaduto. Ma sul destino, si sa, non si può sindacare!

 Lei allora, aveva soltanto dieci anni.

 Sui quindici anni venne notata da lui: era alta, slanciata, occhi grandi e profondi incorniciati da una criniera di riccioli neri. Remissiva, innocente, fu facile preda di quell’animale travestito da essere umano.

Non aveva nemmeno compreso che cosa le fosse successo, ma vide che la pancia cresceva così fu palese a lei, ma anche alla madre e a tutti i fratelli che aspettava un bambino.

Fu costretta a partorire nascosta, lontano da casa, maledetta dai suoi che l’avevano ormai etichettata come la loro vergogna. Poi aveva lasciato il bambino alle suore che le imposero di sparire per sempre se voleva la sua anima salva insieme a quella di Dario.

Aveva obbedito.

Trascorse anni di stenti, dormendo presso ospizi per poveri, offrendo per strada canzoni e poesie a frettolosi passanti in cambio di un po’ di elemosina.

Ormai per lei c’era poca speranza di migliorarsi la vita, lo dicevano in tanti. “Eh certo, se l’è cercato!” – bisbigliava la gente.  “Ha commesso un grave peccato e adesso le sta bene pagare!” – Commentavano donne agghindate con gioielli preziosi, passeggiando davanti a Iolanda a braccetto con l’amica del cuore.

Era stato in un giorno di freddo pungente dell’inverno padano, che era avvenuta la svolta.

Iolanda cantava sotto la luce bianca di un lampione a gas, quel chiarore simile alla luce lunare, le illuminava il volto rendendo brillanti i capelli e infondeva allo sguardo un calore profondo, struggente. L’abbigliamento dimesso non sminuiva minimamente le forme statuarie della donna che sprigionava fierezza nonostante l’evidente disagio.

L’impresario le passò vicino infreddolito, distratto, era reduce da un litigio con la primadonna dello spettacolo che stava portando in tournée e lei lo aveva piantato obbligandolo così ad annullare l’intera rappresentazione.

L’uomo si era fermato di colpo poco più in là, poi aveva fatto dietrofront ed era tornato davanti a quella visione.

“Incantevole!” – Fu il suo commento.

“Basterà un bel bagno e qualche abitino attillato, magari un profumo ammaliante…” Pensava l’elegante signore mentre ammirava la donna estasiato.

Le lanciò la proposta: “Vitto, alloggio, qualche soldino oltre alla mia compagnia, in cambio di esibizioni canore e balletti presso il nuovo teatro”.

TOULOUSE LOUTRE LE BAL AU CAFE’ CHANTANT

A Iolanda era parso tutto un miracolo e non disse di no. Da quel giorno il suo nome fu Jole Chantal che in cambio di vita migliore accettò di archiviare il passato.

Il debutto, nello spettacolo di cabaret dove cantava e ballava, fu un vero trionfo, e la volta seguente il teatro era strapieno.

Fu un successo immediato. Subito divenne una donna famosa, desiderata e ossequiata tanto da rimanerne stordita.

Jole, con generoso altruismo, offriva ogni cosa di sé, convinta dal suo imprenditore che fosse lecito, giusto donarsi a chi ti sancisce la fama e il successo. Soltanto che lui doveva comunque restare il suo unico re.

Accettò con fiducia sommergendo il proprio passato sotto i velluti della ribalta, relegando a sogno sfumato l’ipotesi di ricercare quel suo figlio lasciato.

Ed è’ così che adesso Iolanda fa sfoggio di sé nella litografia gigantesca realizzata in esclusiva per lei da un artista famoso, brutto ma ricco, invaghito di Jole.

Tutt’intorno al bel manifesto, raccolti ai suoi piedi, capannelli di ometti curiosi, compiaciuti, ammiccanti, si alternano a solitarie signore che ostentano sdegno.

Questa sera lo spettacolo sarà ancora più ghiotto: lei scenderà in mezzo ai tavoli e il più fortunato potrà bere in sua compagnia del gustoso, frizzante champagne. Poi, dopo, chissà, importante è portare molto denaro.

Jole, dietro le quinte, si appresta a esplicare il proprio lavoro: ha ormai conseguito freddezza, sa dare il meglio di sé uscendo dal proprio vissuto.

Raramente da quando ha accettato la proposta dell’impresario, va a visitare l’archivio del cuore, ma quando lo fa vorrebbe subito dopo lasciarsi morire. Però non adesso, ora il suo re vuole e comanda che lei si esibisca.

Ed eccoci dunque, il teatro è gremito: ogni uomo del pubblico in abito scuro, scarpe brillanti, intirizziti baffetti e bastone argentato. Dame agghindate con fiori e gioielli a impreziosire pesanti vestiti di raso o velluto. Odore di sigaro si mescola a quello della lavanda e al delicato mughetto. Sotto una luce brillante si accede all’interno dove discrete abatjour rischiarano i tavoli già apparecchiati con coppe invitanti.

Ed ecco la Jole, la bella, divina Chantal che canta, che danza, che ammicca e si dà.

Invece Iolanda stasera si è chiusa in archivio, qualcuno verrà a prelevarla e il suo sogno diventerà la realtà.

Dalla sala gremita, c’è chi la guarda con desiderio diverso. Dario è cresciuto ed è venuto a riprendersi mamma.

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