La “voce” di una donna che non può più parlare
Caro Pippo,
E’ da qualche anno ormai che le nostre strade hanno preso direzioni diverse, eppure siamo rimasti uniti proprio per questo. Uniti perché, nostro malgrado, nell’immaginario collettivo saremo sempre “Giulia e Pippo”.
In questo tempo eterno dove tu mi hai sospinto senza chiedermi se lo desideravo, penso.
Ti vedo a volte, sai?
E ho tanta pena!
Ancora non capisco perché tu abbia voluto cancellarmi da quella terra che adesso è solamente vostra. Da quella terra ipocrita che grida all’indecenza di ogni crimine, ma poi dimentica e con un’imbarazzante leggerezza, torna a prevaricare, opprimere, annientare.
Da qui tutto mi appare inconsolabilmente chiaro: tu, mio carnefice, mi avevi dato segni certi, eloquenti, ma quando un corpo vivo racchiude un’anima bella e gentile, non legge dietro le quinte del sentimento che custodisce in sé: è positivo, accogliente, fiducioso.
Ah, se solamente tu mi avessi chiesto con umiltà aiuto!
Invece hai preferito ingannarmi, illudermi che la tua cieca gelosia era profondo amore. E intanto che ti pensavo sincero, tu mi tessevi intorno la tua tela.
Volevi trattenermi accanto a te, non sopportavi i miei successi, volevi a tutti i costi risucchiarmi nella tua nullità, volevi insomma schiavizzarmi perché soltanto io avrei potuto assicurarti in futuro la sicurezza che, lo sentivi, ti mancava tanto.
Ma io, giovane donna libera, non ti ho permesso tutto questo. Studiavo senza sosta, con impegno, ed ero proprio a un soffio da quella laurea agognata, quando tu ti sei messo di traverso lungo la mia strada.
Ho sofferto tanto, sai, per quel tuo fiato sul collo e un po’ m’indispettivi, ma non volevo ferirti, ai miei occhi eri un debole, sentivo che dovevo proteggerti.
Ho cercato a volte un confronto con le mie amiche del cuore, per capire se era giusto che ti accogliessi ancora, che ti lasciassi avere un peso per me, nonostante i molti, strani atteggiamenti.
Niente è servito.
Così quel giorno in cui ti concessi di condividere la mia felicità, perché in fondo mi facevi tenerezza, hai svelato il tuo malessere profondo, hai trasferito su di me tutte le sofferenze del mondo.
Volevo dirti “basta” ma non avevo voce ormai!
L’anima se ne uscì atterrita e per un po’ planò sulla ferocia cieca che stava togliendoti qualunque umanità.
Il mio corpo, afflosciato sul freddo marciapiede grigio, era ormai il vuoto involucro di un tesoro perduto.
Fuggisti come il peggiore dei codardi e fu lì che il mio spirito capì che altro non eri che un abominevole assassino.
Io ora sto bene: finalmente vivo al di sopra di ogni affanno umano e mi moltiplico nella coscienza di tutti quelli come te per vigilare che vi pentiate amaramente di tutto il male che ci avete fatto.