La speranza e l’entusiasmo dei ragazzi degli anni ’70
Carla era elettrizzata. Chiusa nella sua cameretta, faceva girare il vinile di Bruce Springsteen fino a consumarne i solchi. Imitava quegli acuti a squarciagola, saltando dal letto al pavimento in un rito di liberazione. Born to Run non era solo una canzone: era il suo inno contro gli schemi familiari che la soffocavano, contro quell’idea di sé che la voleva al sicuro solo se “accanto a un lui”.
Sedicenne, studentessa modello al liceo classico. Una scuola “solida”, dicevano i suoi, convinti che il greco e il latino avrebbero tracciato per lei un sentiero sicuro. Carla si era adeguata senza protestare, ma una volta varcata la soglia di quel mondo ingessato, aveva sentito il bisogno di svecchiarlo. Fuori, il mondo ribolliva: crisi energetica, lotte operaie, diritti civili calpestati e quell’uguaglianza tra uomo e donna che sembrava ancora un miraggio.
Non poteva stare a guardare. Insieme a un gruppo di compagni, aveva fondato un collettivo. La prima vittoria era stata strappare uno spazio di dibattito a un preside “antica maniera”, un uomo sottomesso alle regole che, forse stanco del proprio ruolo, aveva ceduto a quell’ondata di stravaganza giovanile. La seconda vittoria, più intima, era stata il sostegno dei genitori: severi, sì, ma abbastanza lucidi da capire che opporsi al cambiamento significava opporsi alla crescita della loro stessa figlia.
Quella notte, Carla non dormì. L’euforia di poter cambiare, anche solo in minima parte, le sorti della Terra la teneva sveglia. Ripassava il suo intervento, masticando parole nuove e rivoluzionarie.
Il giorno dell’assemblea, il liceo era un formicaio di voci ed eccitazione. Nessuno era seduto al banco. I docenti vagavano per i corridoi con espressioni che oscillavano tra l’indignazione e lo sconcerto. Quel giorno il collettivo deliberava su un tema bruciante: l’autocoscienza femminile.
Non si trattava solo di politica tradizionale. Carla voleva parlare di corpo, di sessualità, di spazi autonomi e consultori. Voleva portare alla luce il “pensiero della differenza”, ispirandosi alle pagine di Luce Irigaray e della sua omonima Carla Lonzi. E la cosa straordinaria era che in quell’aula, ad ascoltare, c’erano anche i ragazzi, pronti a sviscerare il problema insieme a loro.
Quando Carla prese la parola, cadde un silenzio reverenziale.
«Non chiediamo di essere uguali agli uomini,» esordì, la voce ferma nonostante il cuore le tamburellasse nel petto. «L’uguaglianza, a volte, è solo un tentativo di assorbire la donna nell’uomo, facendola sparire come unicità. La nostra differenza non è una mancanza, è una forza. È il fondamento dell’umanità.»
Parlò di patriarcato, di alleanze, di giustizia. Mentre parlava, vide i professori sbarrare gli occhi per lo scandalo, scambiarsi cenni di dissenso, mimare minacce di brutti voti in condotta. Ma vide anche altro.
Vide il professore di storia chinare il capo, colpito nell’intimo: lui che, solo la sera prima, aveva alzato le mani sulla moglie. Vide la prof di filosofia commuoversi, pensando agli insulti ricevuti dal compagno perché la cena non era pronta mentre lei correggeva i compiti.
Non fu un trionfo vuoto. Fu l’inizio di un confronto. Altri studenti si alzarono, ribatterono, proposero. Senza prevaricazioni, con un rispetto che in quella scuola non si era mai visto prima.
Quando la riunione finì, esplose la musica: Patti Smith e De André, Bob Dylan e Gianni Morandi si mescolarono nell’aria.
«Tempo prezioso perduto. Che tempi degradati!» commentarono alcuni docenti ridacchiando tra loro.
Ma tra i ragazzi e le ragazze, nell’atrio, restò qualcosa di denso: un’intesa composta, una promessa reciproca di futuro.
