IN MORTE DI UN ONORATO LIBRO DI CUCINA

Come ogni notte, un concitato sommesso brusio, non percepibile da orecchio umano, prende avvio sugli scaffali un po’ polverosi della libreria in faggio chiaro, all’interno dell’ appartamento di una giovane donna.

«Eh sì cari miei, sarebbe ora che me ne andassi in pensione, non ce la faccio davvero più ad essere sfogliato e risfogliato senza alcun ritegno da mani unte di burro, da dita impiastricciate di farina mescolata con l’uovo. Pensate, mi trovo qui da ottant’anni e ancora sto sul pezzo, la  nuova padrona ha bisogno di me tutti i giorni , nemmeno un pesce lesso sa cucinare senza il mio appoggio, e pensare che la sua nonna mi consultava solamente per i  grandi festeggiamenti: matrimoni, battesimi, qualche fine dell’anno…Mah, come sono cambiati i tempi, manco le ferie mi toccano, perché d’estate vengo prelevato, ficcato in un sacchetto e dopo qualche ora mi ritrovo in un’umida casetta in riva al mare, le pagine mi si appiccicano, soffoco per il calore sopra quello scaffale di cucina, senza una minima  protezione, senza una sovracopertina…

Chissà cosa potrà accadermi ancora!» – Si lamenta un consunto Artusi vecchia edizione.

Dal ripiano superiore Un vecchio tomo rilegato in pelle, saggio ma un po’ arrogante, interviene.

« Resisti vecchio amico, forse un giorno ti piacerà ricordare anche queste cose, Quelle macchie non sono sporco, sono le cicatrici gloriose di chi ha nutrito una famiglia!» 

Risata maliziosa della preziosa copia dell’Eneide impressa a fine 1800

«Eh, lo so, lo so ma io vorrei solamente starmene lassù, con te, al buio, lontano dai vapori della pentola a pressione. Voglio il riposo!»

Un Amleto di Shakespeare ancora da aprire, interviene:

« Ma tu credi davvero che la gloria sia star fermi a prendere polvere? Io ogni granello di polvere lo conosco a memoria, tu invece conosci il fuoco, il vero sapore della vita, la tua amico mio, è un’esistenza invidiabile» Poi continua con malcelato sarcasmo: «Anche se unta»

«Ma non lo vedete che sto cadendo a pezzi, la mia rilegatura cede, presto sarò solo carta straccia!»

«Tutto muta, niente perisce» sentenziano con supponenza Metamorfosi di Ovidio, collocate sullo stesso ripiano dell’Eneide. «Anche se perderai la copertina, le tue ricette diventeranno la memoria di chi le cucina, sarai parte del palato di qualcuno. C’è forse una forma più alta di immortalità?».

«Eh, dite bene voi, ma come posso non arrabbiarmi quando la mia padrona mi usa addirittura come sottopentola?»

«Non ragionar di lor, ma guarda e passa» – Decreta una Divina Commedia illustrata da Doré protetta da una impalpabile copertina di acetato lucido. «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza!»

Il pianto sommesso del diario segreto, chiuso a lucchetto, si percepisce appena, come flebili sono le sue parole che implorano di essere aperto, di essere libero di raccontare al mondo tutti i segreti e gli affanni che è costretto a trattenere dentro il suo cuore da lunghissimi anni.

«Sapeste che pena che provo a rimanere omertoso in eterno, Tutto carino, agghindato con perline e fiorellini di stoffa. Attiro l’occhio di tutti, ma nessuno osa toccarmi, nessuno sa cosa custodisco qua dentro!

Quanto vorrei essere un po’ stropicciato, sporcato, strappato, Sapessi come t’invidio libro consunto di cucina!»

« Ma io…»

Il manuale per cuoche mancate non può finire la frase perché dall’alto, il terzo volume dell’enciclopedia del perfetto pittore, riporta tutti al silenzio: «Ragazzi, attenzione, la notte è finita, vedo albeggiare là fuori, ritorniamo al nostro ruolo di carta stampata, zitti e muti è questo il nostro destino!»

Infatti si è già fatta mattina…

Il ricettario è subito preso di mira.

«Ecco la sento: “Oggi cucino pesce” dice la mia aguzzina. E già percepisco il puzzo dell’aglio che sfregola in teglia e vedo quel ditino dall’unghia rossa, appuntita, lucida. L’unto polpastrello appena uscito dalla marinata di un enorme branzino, si dirige sopra di me come un siluro di precisione, mi apre, mi allarga, visita con puntigliosa attenzione ogni mio anfratto finché non si sofferma: ecco, “piatti di magro”. Cerco di sottrarmi con imbarazzo all’intenso massaggio che sento praticarmi sotto ogni riga, ma è tutto vano. Alla fine la mia pagina è sgualcita, orribilmente macchiata, puzzo di pesce crudo sotto le cuciture della mia costola così elegante e tornita e mi vergogno da morire!

OH, MIODDIO! Mi ha chiuso, mi sta sollevando, dove mi porta, sento un gran caldo!

Il libro è stato appoggiato vicino ai fornelli.

Miriadi di goccioline oleose schizzano ovunque, il ricettario si intride, adesso è una maschera unta. Si sente mancare: « Non posso, non posso, ho anch’io la mia dignità, meglio morire!»

Utilizzando quel viscido mezzo dell’olio di semi di arachidi che è il suo malvagio aguzzino, il libro si lascia cadere sfasciandosi miseramente ai piedi della cuoca che impietosa, lo osserva, poi lo raccoglie con gesto di schifo per quel suo immondo stato. Quindi lo getta dentro il bidone del disonore, quello di chi non non è degno di stima, quello per la raccolta ’indifferenziata.

Lassù, sugli scaffali della libreria, ciascun libro trema: che pena! Ma finchè persiste un piccolo sprazzo di giorno, devono starsene muti, impietriti.

Ma la notte seguente è tutto un fermento lassù in libreria:

«Voleva essere un trattato di estetica  ma era solo un manuale . Non ha saputo gestire il potere del fuoco e della padella, la sua caduta era inevitabile, non ha saputo farsi valere per quello che era davvero!» Osserva con cinico realismo Il Principe di Machiavelli in cartonato con illustrazioni in bianco e nero.

«Si è suicidato per un po’ di macchie d’unto? Ma che gesto nevrotico. Poteva far passare quelle macchie per medaglie al suo stesso valore. Che inetto!» Sentenzia la Coscienza di Zeno.

«E’ un eroe, ha scelto l’inferno dei rifiuti piuttosto che continuare a servire in quella cucina . Un gesto assai dignitoso!» Proclama Il paradiso perduto di Milton, incastrato fra un corpulento Decamerone e l’esile Cecità.

«Beh, dopotutto era uno di noi, anche se era un diverso» Osserva un vecchio Lamanna studiato da generazioni sui banchi di scuola.« Noi certo saremo immortali, ma sempre immobili, seri, noiosi. Lui rappresenta la vita vera, a volte un po’ sporca, ma intensa. Noi nessuno ci tocca, ce ne restiamo al sicuro, osannati, citati, ma fermi, isolati. Lui ha scelto di vivere dentro il caos della vita. Onore al nostro fratello che finalmente ha .trovato la pace dopo aver combattuto fra sughi e brodo di pollo.

Adesso riposa sereno in mezzo a bucce di mela e lische di pesce arrostito».

Lascia un commento