La paura di “navigare” verso l’altrove

Attendevo quel momento per mesi: era la ragione di un’esistenza affannata a cercare uno spazio in mezzo ai luoghi usurpati dagli altri.
Era la prova stessa del mio essere al mondo e di provare un legame profondo con chi, sempre e comunque, stava lì ad aspettarmi ed era ogni volta accogliente, pieno d’amore.
Così fra mille incombenze, affanni, gioie e dolori, finalmente arrivava l’estate.
Il mese di luglio esplodeva con la sua luce abbagliante, con quel calore che ti strappa i vestiti di dosso e ti invita a partire.
Era insomma giunto quel tempo di raggiungere il luogo che io definivo “l’altrove”.
“L’altrove”, il mio rifugio segreto, quel carapace durissimo che annientava i contatti con un’ostica e avversa parte del mondo.
Si palesava appena imboccavo il lungo viale alberato che mi elargiva generosi effluvi di resina fresca.
E subito percepivo quell’aria diversa: appiccicosa, umidiccia, un poco annebbiata da una foschia di calore in crescendo e che mi spingeva più in là, verso una striscia di azzurro ancora un po’ indefinito.
Così mi sentivo attratta con indicibile piacevolezza, verso quell’”altrove” agognato.
In breve approdavo alla vasta distesa dorata e, felice, tuffavo i miei piedi scalzi in mezzo ai milioni di granelli brillanti che mi accoglievano con dolce massaggio.
Il tepore invadeva le gambe e risaliva fino al cervello.
Già il precedente vissuto era dietro le spalle mentre procedevo a passi sicuri verso l’azzurro là in fondo.
Ed ecco il confine molliccio, l’anticamera morbida del liquido che mi chiamava insistente ed era per me affascinante.
Tergiversavo a lungo giocando col mare a scrivere il mio nome sulla battigia compatta per poi vederlo sparire con una zampata blu intenso; raccoglievo conchiglie e mi incantavo sui giochi di luce che meduse spiaggiate offrivano per la loro fluida iridescenza.
E finalmente ero pronta: mi immergevo lentamente ed ogni passo era un brivido di piacere.
Il mio amico azzurro mi accoglieva, con ripetuti abbracci energici, spumosi, e mi sfidava a capriole e rincorse come fossimo stati entrambi due adolescenti gioiosi.
Amici comuni guizzanti e argentati solleticavano il mio corpo privo oramai di qualunque peso e invitavano paguri e telline all’avvio di quel sodalizio che sarebbe durato l’intera estate.
Grondante e sfinita sfuggivo all’insistenza dell’acqua che mi risucchiava all’indietro ma subito mi abbandonavo, seduta sulla battigia, alla carezza delicata delle tante onde lunghe.
E gioivo ormai immersa del tutto dentro il mio desiderato “altrove”, cullata nel placido, dolce far niente, aspettando la sera.
Mi ammaliava la notte del tempo di “altrove”, così rimanevo incantata ore ed ore a guardare le stelle o a dialogare insieme alla luna.
L’alba talvolta arrivava improvvisa con i suoi molteplici toni di rosa e di bianco, mentre la brezza svegliava pian piano i mei sensi assopiti.
Avevo trovato di nuovo me stessa.
Io non temo l’”altrove”, al contrario lo cerco, è per me quel porto sicuro che mi fa assaporare la vita.
L’altrove non è affatto, come per molti, l’ignoto, è invece per me lo svelamento del bello che dona sapore e bellezza all’esistenza di ognuno.