UNA PARTE MALE INTERPRETATA

In duello con la vita e sempre nella polvere

Mattia era un uomo divorato dalla polvere. Viveva in una libreria dove il silenzio era interrotto solo dal ronzio dei condizionatori e dall’eco di un mondo che, fuori, correva a velocità digitale tra audiolibri e intelligenze artificiali. A casa non andava meglio: sua moglie lo aveva sostituito con la passione per soap opera, relegandolo al ruolo di comparsa non pagata.

L’unica sua fuga era il gioco d’azzardo online. Perdeva sempre, sconfitto da algoritmi più lucidi di lui. Poi, il miracolo: un blackout totale della rete lo costrinse al silenzio. In quel vuoto, Mattia non imprecò; rifletté. Analizzò i propri errori come un generale davanti a una mappa macchiata di sangue. Quando la connessione tornò, Mattia non giocò: colpì. Una mossa magistrale, un glitch sfruttato, e in un istante divenne straricco.

La fortuna gli diede il coraggio del tradimento. Senza un addio, saltò su un Frecciarossa diretto a un aeroporto privato dove un jet lo aspettava per portarlo lontano. Ma al check-in, la realtà lo colpì in pieno volto: «Documenti e carta d’imbarco», intimò l’impiegato.
Mattia sbiancò. Nella fretta di nascere di nuovo, si era dimenticato di esistere burocraticamente. Non aveva nulla.

Mentre rimuginava nella sala d’attesa, la notizia esplose sui monitor: il jet su cui sarebbe dovuto salire era stato dirottato. Una sparatoria cruenta, pochissimi sopravvissuti e documenti sequestrati dai terroristi.
Fu allora che ebbe il colpo di genio. Si presentò al Direttore dell’aeroporto con gli occhi lucidi e la voce tremante: «Sono Adriano Venchi, il notaio di fama, mi riconoscete, non è vero?. Mi hanno tolto tutto, ma sono vivo».

Creduto per pietà e riverenza verso il titolo, fu imbarcato sul primo volo per Stoccolma. Ma la libertà era una trappola di ghiaccio. Senza documenti reali, il suo denaro era carta straccia per il sistema: non poteva affittare una stanza, non poteva firmare un contratto, non poteva esistere. Mangiava caviale pagando in contanti in ristoranti di lusso, per poi andare a dormire sotto i ponti, avvolto in un cappotto di cashmere. Era il senzatetto più ricco della Svezia. Era Nessuno.

Schiacciato dall’invisibilità, decise di tornare. Immaginava la moglie in lacrime, pronta a riabbracciare il “miracolato”. Per rientrare in Italia senza controlli, si nascose nel baule di un mercante di libri rari che, per sfuggire a una tempesta, gettò parte del carico in mare. Mattia sopravvisse per miracolo, finendo stivato come merce di contrabbando su un cargo e poi su un volo postale.

Quando toccò il suolo italiano, corse verso casa col cuore in gola. Suonò il campanello, ma ad aprire fu un uomo distinto in vestaglia.
«Sono Mattia, il proprietario! Mi faccia entrare!»
L’uomo lo guardò con disgusto: «Mattia è morto mesi fa in quel dirottamento. Una tragedia nazionale. Lei è solo un impostore sciacallo. Se ne vada o chiamo la polizia».
Sua moglie apparve dietro l’uomo e, vedendolo, non urlò di gioia: cacciò un grido di puro terrore, come davanti a un cadavere che cammina.

Disperato, cercò il suo vecchio amico, che gli voltò le spalle senza riconoscerlo. Andò dal prete, implorando di essere “riammesso” tra i vivi.
«Padre, ho i soldi, posso fare del bene, posso comprare la mia identità!»
Il prete lo guardò con una pietà gelida: «Il defunto Mattia non possedeva nulla. Questo denaro che lei ostenta appartiene a un morto o a un ladro. Per la legge e per Dio, lei non ha mani per donare, perché non ha un nome per firmare».

Prigioniero di un paradosso, Mattia capì che la sua ultima recita richiedeva un finale coerente. Si sdraiò sui binari della stazione, fissando le stelle e immaginando, finalmente, un funerale solenne col suo vero nome sulla lapide.

Ma quando il treno passò e il mattino dopo trovarono i resti, il verbale fu breve: “Rinvenuto cadavere di ignoto suicida. Addosso aveva una fortuna in contanti, probabile provento di rapina. Salma destinata alla fossa comune.”


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