QUANDO E’ LA NATURA CHE DECIDE…

SUPREMAZIA VEGETALE

Ai piedi di una delle tante, verdi colline che spuntano come grossi testoni capelluti intorno alla città, tutto sembrava un informe ammasso di rovine.

Nessun essere umano, nessun animale, case atterrate, sventrate, divorate da migliaia e migliaia di metri cubi di terriccio marrone, irsuto di pietre appuntite, incoerente nella propria densità a causa di innumerevoli pezzi di legno e radici, segno di vite straziate e trascinate nel fango.

Eppure, se tendevi l’orecchio potevi sentire il suono di mille flebili lamenti, potevi vedere talvolta il sussulto di qualche sasso o osservare l’esile movimento di certe disperate radici che si innalzavano a gran fatica come a chiedere aiuto.

A un tratto emerse da tutto questo immenso scempio, una voce tonante che, imperiosa, con grande fragore sbottò – Maledetti, spregevoli esseri umani, come avete osato!? Perché avete soffocato con il vostro sporco cemento tutte le nostre vite? Dovrete pentirvi! –

Era la grande anima dei vegetali, l’antica intelligenza che da sempre governa l’universo. Era quella silente coscienza sovrumana imprescindibile, salvifica per il genere umano ma discreta e silenziosa, percepibile appena soltanto dai più sensibili degli uomini, specie ormai in via di estinzione!

La si udì chiamare a gran voce Il suo vecchio e fidato compagno: – Arno, Arno!!  E ’ora di rinnovare il nostro antico sodalizio, dobbiamo ancora una volta strattonare questi uomini folli, occorre ritornare ai vecchi tempi in cui con immenso dolore tu dovesti inghiottire tutta la loro smisurata bellezza dovesti piegarli nella fangosa disperazione, alla ricerca della memoria ridotta a brandelli, dispersa nei tuoi gorghi giallastri –

Arno spuntò con un guizzo vivace dal muro d’ala destra del suo ponte più glorioso e antico ricordando con sgomento quei giorni lontani in cui le sue splendide acque lordate dagli umani non avevano più sopportato lo scempio ed erano uscite impazzite ghermendo la città e i suoi tesori.

Più di mezzo secolo fa accadde questo e la lezione parve servire davvero: non più rifiuti nei fiumi, non più argini incontrollati, non più detriti ingombranti, non più torrenti come fossa comune per alberi morti.

E fu pace fra i due mondi: quello animato, vivace, agitato degli esseri umani e quello calmo, pacato, tranquillo, immobile degli esseri vegetali.

Tutto fu ricomposto e riportato in vita da mille magici angeli accorsi da ogni dove.

Ma poi…

Arno prese a parlare sfogando un malcelato sconforto – Mia cara verdissima amica, chi meglio di me può darti ragione. Sono più di cinquant’anni che scorrendo in fondo a questa valle abbracciata da decine di promontori dolci e umidi dei miei cento fratelli minori, osservo gli sbagli degli uomini, hanno costretto in schiavitù le più libere razze della tua specie, anche quelle esotiche, estirpandole e costringendole a estenuanti viaggi, rinchiuse in soffocanti stive, per ridurle poi a ridicoli comici attori in posticci, troppo verdi teatri, dove i loro geni sono impazziti generando figli deformi. Hanno tagliato a zero i meravigliosi riccioli di querce secolari, nessuno ha voluto ascoltare l’urlo dei castagni, dei noci, dei mandorli atterrati a migliaia per lasciare il posto ad inanimati cubici oggetti grigi. Ho sentito distintamente il respiro affannato di quelle povere terre oberate da fardelli impropri e il lamento triste dei miei fratelli torrenti costretti ad assorbire ogni rifiuto umano. I pioppi qui vicino mi avevano avvertito da tempo: “La falda non regge, c’è pericolo, rovinerà tutto da lassù sulle colline.” Intanto proprio qui, sul mio letto, vengono in tanti gli umani a bearsi del loro bel panorama, a stupirsi del mio incedere pulito, trasparente, regolare, inconsapevoli della sorte che loro stessi si sono assegnata.

Adesso, per un beffardo destino, uomini e piante hanno subito la stessa sorte: morti e sepolti dominatori e dominati, i primi vittime della loro stessa stoltezza, i secondi eroi incompresi. Le loro voci si sono mescolate e non distinguo più il pianto di un bambino dal sibilo strozzato di un fragile germoglio spezzato. –

Dicendo queste parole Arno alzò gli occhi cerulei e ammirò rapito una splendida, piena luna che guardava muta lo scempio e pareva esortarlo a reagire. Allora il fiume sentì nascere dentro di sé una forza improvvisa, gonfiò il petto, e con un formidabile colpo di reni innalzò il suo splendido corpo sul letto, allungò innumerevoli braccia ai fratelli minori li afferrò, li trascinò con furia inaudita e tutti insieme si riversarono a valle portando con loro i resti dell’immenso disastro dell’uomo.

Li adagiarono nell’ampia pianura non distante dall’immenso mare salato e lì tutto ebbe il suo corso secondo la volontà della natura…

Molte vittime umane vennero raccolte e piante, non rimase più niente di loro, solo un monito: ricordatevi che non siete i soli signori del mondo, altre forze più antiche, più grandi di voi, altre saggezze, altri cuori convivono con la vostra specie sulla terra! Non vi conviene la prevaricazione, anzi, dovete mirare solamente all’armonia!

I poveri resti vegetali rimasero lì, dimenticati, alcuni ancora respiravano flebili, certi virgulti, giovani genitori uccisi, erano rimasti avvinghiati ai loro piccoli figli, germogli teneri e spauriti, ma ancora vitali.

Trascorse un lungo, freddo inverno, ma allo spuntare del primo bianco sole dell’imminente nuova stagione, la grande anima dei vegetali prese ad aleggiare soavemente parlando all’orecchio dei verdi sopravvissuti ed infondendo loro la forza vitale della rinascita. Così a primavera, alla foce di Arno spuntò un immenso verde prato fiorito.

Se tendevi l’orecchio potevi sentire queste parole: “moltiplichiamo i nostri fiori, allarghiamo le nostre braccia, regaliamo i nostri frutti succulenti senza reticenze, inondiamo di profumi gli ambienti più squallidi, facciamolo per l’uomo; se lo renderemo più felice, anche lui crescerà, maturerà, sarà più saggio col tempo,

 vedrete, vedrete…”

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