ONESTA’ NASCOSTA

Fatti e misfatti a Ballarò

Palermo, piena estate, pur essendo mattina presto, l’afa fa già sudare abbondantemente.

Il selciato lucido della strada lastricata a grandi pietroni rettangolari che serpeggia e si insinua nella parte antica della città, ribolle per il recente acquazzone.

Siamo in zona “Ballarò. Qui, nonostante stia ancora albeggiando, già ferve il lavoro dei tanti ambulanti che si apprestano ad allestire con la merce più disparata le loro bancarelle sotto gli occhi distaccati del nobile ed aristocratico palazzo in arenaria che delimita a sud la zona del mercato.

Il palazzo ha un aspetto elegante con la sua facciata bianca incorniciata da blocchi grigi a formare colonne in bassorilievo, con le finestre sormontate da archi anch’essi di pietra grigia come le colonne. Un’ampia scalinata conduce al portone possente.

Intorno si susseguono vecchi condomini tutti uguali, con le loro finestrone geometricamente disposte, con le terrazze dalle ringhiere di ferro protese sulla strada stretta e trafficata del mercato.

Si tratta di case povere, con l’intonaco scrostato, con i pali di ferro che sorreggono le terrazze arrugginiti, con qualche persiana rotta…

In basso le saracinesche dei negozi sono ancora quasi tutte abbassate e i tendoni variopinti che fra poco costituiranno l’unico scudo ad un sole impietoso, penzolano scomposte, mostrando colori un tempo sgargianti, ormai stinti.

Il selciato è costellato di pezzi di carta straccia e resti di frutta e di ortaggi incivilmente abbandonati, ma non ci fa caso nessuno: qua l’abbandono è una cosa normale.

Non sono ancora le sette, ma l’ortolano ha già allestito il suo banco; cassette di legno disposte a scaletta, delimitano l’ingresso del negozio fino a lambire un pezzetto di strada ed esibiscono i colori sgargianti dei freschi prodotti della presente stagione. In questa maniera il passante, potenziale acquirente, è attirato dal rosso dei pomodori maturi, dal viola delle melanzane, dai molteplici verdi di zucchine e insalate. E poi il nero lucido delle olive offerte in giganteschi catini che ti strizzano l’occhio assieme alle verdi piccanti e alle sode e grosse sotto ranno. Caschi gialli di banane penzolano dall’alto inondando di un penetrante profumo l’ambiente. Abbellisce l’ingresso una serie di trecce fatte d’agli e cipolle; all’interno, in penombra, il negoziante apparecchia il bancone con pentoloni di terracotta ripieni di ceci e fagioli, zuppiere di cicoria ancora fumante, fave in stufato.

Dal piccolo vicolo a sinistra, sta arrivando l’ambulante del pesce che trascina a fatica il carretto stracolmo di casse coperte con carta bianca da pacchi. Dentro la merce è ancora guizzante, appena sbarcata da un peschereccio, giù al porto.

L’uomo si affretta ansimante verso la propria piazzola: la stessa da ormai cinquant’anni. Sì, perché fa quel mestiere da quando era un ragazzo e si recava al porto che era ancora buio; partiva da casa prima dell’alba, assieme a suo nonno e a suo padre per aggiudicarsi il pesce migliore e poi correre al banco. Lì avventori esigenti, elargivano le loro lodi ai tre pescivendoli che gonfiavano il petto, orgogliosi. Ancora oggi l’anziano rende onore ai suoi vecchi.

Intanto anche il merciaio là in fondo, che ha il banco dai quattro lati stracolmi di pezze di stoffa, ha sciorinato la merce che un piccolo gruppo di donne osserva con cura. Ci sono lini di varia grossezza e puri cotoni; seta finissima e organza leggera. Da una parte gli scampoli a peso, appetitosa merce per chi sa ricavarne vestiti, gonne, camicie. Dall’altro lato è un tripudio di trine, bottoni, nastrini, tutti scompostamente arruffati già di primo mattino.

Altri ambulanti, in quest’afoso giorno d’estate, stanno ancora approntando i molteplici banchi.

Tutto è normale, ogni azione segue il rito di sempre, i suoni, i colori, gli odori, si ripropongono identici a quelli già noti.

Anche il calore opprimente, nel suo perpetuarsi, risulta rassicurante.

Ma questa mattina qualcosa di strano interrompe il tran tran…

Dall’antica bottega del forno, là in fondo, proprio davanti alla villa barocca, ad un tratto si sente un grido. E’ il fornaio, quell’uomo composto, gentile, riservato e discreto. Questa volta quel “pezzo di pane” sbalordisce gli astanti con grida scomposte, con la sua corsa folle e il grembiule slacciato, con il sacchetto della farina che lascia cadere dal grosso strappo, la polvere bianca sul marciapiede.

. Venite, venite, accorrete. C’è un uomo ferito in bottega, ha un coltello ficcato in pancia! – Grida il fornaio. Venite a vedere vi prego, facciamo qualcosa, ho paura, ho paura!!

.Oddio, che succede!?

-Dai, forza, chiamiamo i soccorsi, Beppi’ va a cercare il dottore! -Ma che è stato, che è stato!?

Tutti corrono come impazziti: chi verso il fornaio, chi a barricarsi nel proprio negozio: i pochi avventori sorreggono l’uomo stravolto tenendolo da sotto le ascelle. Adesso è tutto un vociare indistinto, un galoppo di umani che sconquassa il selciato. Dalle persiane abbassate dei condomini d’intorno, decine e decine di occhi indiscreti osservano attenti.

Infine il silenzio. La massa di gente si affolla all’ingresso del forno. Steso supino sul pavimento, un giovane uomo giace esanime in una pozza di sangue. Con una mano tiene stretto il coltello che ha piantato nel ventre. Respira, sì, ancora a fatica respira.

-C’è il medico, fate largo, fate passare il dottore, lasciate che entri.

-Eccolo là dottore, faccia un miracolo, lo aiuti, lo salvi!

Il medico, un uomo sulla sessantina, con lo stetoscopio che penzola dal collo, la borsa del primo soccorso semiaperta, si fa largo sgomitando fra la folla. Arriva a fatica al malcapitato: lo scruta, lo tasta, lo ausculta.

-Subito un’ambulanza, presto che forse ce la facciamo a salvarlo! Grida il medico alla folla impietrita.

Il lattaio, che ha la sua piccola rivendita proprio davanti al fornaio si affretta a eseguire l’ordine del dottore e ne informa a gran voce gli astanti.

-Ho chiamato, ho chiamato io, ora arriva!

Dopo dieci interminabili minuti, ecco l’avvicinarsi della luce blu intermittente, arriva finalmente l’ambulanza. Sulla lettiga apprestata in tutta fretta, viene sistemato il ferito e portato via in un baleno, a sirene spiegate.

L’ammasso di gente attonita e spaventata, si allarga pian piano assumendo forme di piccoli crocchi animati da congetture diverse e pronti a sentenziare i più disparati moventi del fatto.

Intanto da dietro le persiane ciascuno ritorna alle proprie occupazioni scuotendo la testa.

Gli ambulanti in silenzio, a capo basso e occhi a terra, guadagnano le loro postazioni dietro i banconi, i negozianti aprono definitivamente il bandone. Soltanto il fornaio, scioccato, se ne sta seduto su una sedia di fortuna accanto al lattaio che assiste così il pover’uomo atterrito.

Quella mattina a Ballarò non si parla che dello strano delitto: tutti danno la propria opinione, tutti dichiarano “Io non ho visto.  “Non ho sentito”…

-Forse sarà un regolamento di conti.

-Avrà fatto uno sgarbo a uno che conta.

-Avrà visto ciò che non doveva vedere.

Le ipotesi avanzate sul delitto sono davvero tante.

-E poi chi è quell’uomo, chi l’ha mai visto, non è di queste parti!

Inutile la capillare indagine da parte della Polizia: il mercato ha innalzato un muro di omertà.

E’ già quasi ora di chiusura quando il nipotino del fornaio, un bimbetto di circa otto anni, dai capelli neri neri e ricci e dallo sguardo pungente, arriva di corsa con un sacchetto di focacce freschissime in mano. Si dirige verso suo nonno, ancora raggomitolato e spento sulla sedia del lattaio.

-Nonno, ecco, ti ho ricomprato il pane che ti aveva rubato quel signore che hai castigato. Dai nonno, sorridi, guarda che belle queste pagnotte!

A queste parole, tutto intorno si blocca: non più un gesto, non un solo rumore.

-Ecco chi è stato, ecco perché l’ha fatto!

Allibiti, gli ambulanti di Ballarò si stringono minacciosi intorno all’anziano fornaio che confessa piangendo il misfatto.

–Era un povero mendicante che aveva solo fame e tu per questo lo hai quasi ucciso. Vergogna! – Gridano gli ambulanti.

L’uomo, distrutto, non cerca scusanti, desidera solo andare in galera.

In questa maniera si chiude il cerchio intorno all’assurdo delitto.

Tuttavia, come spesso succede, la vita può riservare qualche sorpresa.

Il mendicante accoltellato riesce a salvarsi, torna così in quel quartiere di Ballarò sempre uguale a sé stesso, rivede il negozio del pane, rivede il bambino con quei capelli neri corvini. Pensa che in fondo il fornaio non era cattivo, cercava solo di non morire di fame attraverso un lavoro pulito.

Così, a voce alta, in mezzo al mercato pieno di gente, dichiara: – Quell’uomo, il fornaio, è innocente. La colpa fu mia che per fame rubai!

Così questa storia finisce in bellezza: il fornaio ottiene il perdono e ritorna al negozio. Il mendicante affamato viene assunto proprio lì nella stessa forneria che lo aveva visto ladro affamato e ferito.

A Ballarò la vita riprende il tran tran giornaliero sotto lo sguardo di centinaia di occhi nascosti dietro persiane discrete.

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