IL TEMPO DELLE NOCI NELL’ANTICA ROMA

FAUSTINO

Compagni, compagni, guardate cosa ho portato!

Oggi nel campo hanno fatto la bacchiatura e in terra era pieno di noci! Giochiamo?

Il piccolo Faustino correva felice incontro ai coetanei; era un bambino paffuto, dalle forme dolcemente rotonde. Indossava una corta vestina di lana leggera allacciata sopra la spalla. Al collo aveva attaccata tramite una sottile catenina, la bulla, sapientemente lavorata con oro finissimo, segno inconfondibile del suo alto lignaggio. L’oggetto, a forma di piccolo marsupio, era decorato con numerosi simboli protettivi che lo avrebbero aiutato a superare ogni avversità della vita finché non fosse diventato un giovane adolescente.

Mentre correva, il bambino teneva l’orlo della vestina fra le mani così da trasformare la corta gonnella in un capace sacchetto dove lui custodiva il “tesoro”. Il gruppetto di amici raggiunse la zona dei giochi: un vasto pratone alberato.

Era infatti ormai l’hora nona e i ragazzini potevano finalmente scorrazzare liberi dagli impegni di studio, fuori dalle mura domestiche, lontano dagli adulti autoritari e intransigenti.

Faustino, insieme a Claudio, Lucio, Giulio, Mario e molti altri bambini, frequentava la scuola pubblica proprio sotto i portici davanti al pistrinum di Modesto, da cui si spargeva un buon odore di pane appena cotto che faceva venire l’acquolina in bocca. Era lì che la famiglia di Faustino acquistava i gustosissimi adipata, golosi pasticcini impastati con finissimo grasso che lui divorava strada facendo, prima di raggiungere appunto la sua scuola all’aperto.

Le famiglie più in vista di Pompei sceglievano quella scuola per il suo rigore, che sicuramente assicurava l’educazione migliore per i figli. Non c’era giorno infatti che Faustino non meritasse qualche colpo di ferula sulle mani o dietro le spalle, per la propria esuberanza irrefrenabile. Ma tutti i ragazzi prima o poi subivano la sua stessa sorte e nessuno di loro ne soffriva più del breve dolore che poteva arrecare il colpo della frusta.

Spensierati e felici dunque, i bambini si riunirono in gruppo nel grande spazio all’aperto dove decine di loro compagni erano già intenti ai passatempi più vari.

I maschi più piccoli come Aurelio, correvano tirando con un cordino il proprio cavallino di legno e facevano a gara a chi raggiungeva per primo la meta: un grosso ramo caduto di traverso proprio in mezzo alla strada. Alcune bambine esibivano bambole tutte snodabili alle quali attribuivano voci e movenze di quelle ricche matrone che avevano visto davanti a questa o a quella bottega di cui pullulava la via principale.

Il chiasso era assordante e si mischiava in un allegro concerto, con le voci dei numerosi venditori alle prese con pretenziosi acquirenti, all’abbaiare dei cani, ai belati, ai grugniti, ai nitriti degli svariati animali che insieme a uomini e donne popolavano le belle strade lastricate dell’operosa città.

Il prato dove i bambini erano soliti giocare era situato a pochi passi dalla Via Dell’Abbondanza, il corso più importante del villaggio dove qui del frastuono erano responsabili anche le ruote dei carri, che sfrecciavano senza ritegno fra i numerosi passanti, carichi delle merci più svariate.

In questo contesto Faustino e i suoi amici si accinsero a giocare utilizzando il “tesoro” che il bambino teneva gelosamente stretto nella propria vestina. Formarono un piccolo monticino di tre noci ai piedi di un’asse inclinata, si doveva far ruzzolare una quarta noce dalla sommità dell’asse cercando di colpire le tre noci a terra. Chi ci riusciva vinceva tutte e quattro le noci.

Il sacchetto di Lucio si riempì ben presto quasi fino all’orlo, dimostrazione dell’abilità del ragazzo, fu così che i compagni cominciarono a stancarsi di quel gioco dove non riuscivano a primeggiare; decisero di dividersi e di scegliere passatempi diversi. Un gruppo, formato da quelli più bravi nel padroneggiare i numeri, scelse il gioco del Delta. Fu disegnato un grande triangolo a terra, suddiviso in sezioni numerate (C, L, XXV, XV), le noci venivano lanciate cercando di colpire le caselle di valore più alto; vinceva chi arrivava alla somma maggiore dopo tre tiri.

Intanto un po’ in disparte Mario e Faustino scavavano alcune fossette a distanze diverse cercando di rendere l’ultima più grande e profonda. Poi vi scrissero, utilizzando un piccolo ramo che incideva la terra, “Palma Feliciter”: chi dopo aver centrato tutte le buchette con una noce, arrivava a quella, aveva vinto il gioco della tropa, ovvero si era appropriato delle noci di tutti i compagni. Era il passatempo preferito di Faustino che vinse tutte le partite.

Qua e là crocchi di bambine e bambini erano intenti a passatempi diversi: chi lanciava gli astragali, chi faceva correre il cerchio, chi provava a lanciare in un orcio a distanza, le solite noci o sassetti lisci e rotondi.

Così, fra scherzi, litigi e schiamazzi fu presto l’ora di ritirarsi per ciascuno verso la propria abitazione.

Tutti temevano i propri genitori, ma Faustino quel giorno aveva un motivo in più per non trasgredire agli ordini: quella sera la famiglia attendeva ospiti di riguardo, così fra le mura domestiche si respirava aria molto tesa…

Il bambino era stato fatto alzare prima del solito quella mattina, preparato in tutta fretta, non aveva nemmeno ricevuto il solito bacino della mamma, già intenta a farsi acconciare per l’evento, ed era stato mandato a scuola come se fosse stato un pollo da scacciare dalla stanza dei ricevimenti.

Quando era uscito aveva notato un codazzo infinito di clientes pronti ad essere ricevuti dal proprio padre per il rituale saluto. Il padre di Faustino si sapeva, era un uomo importante per cui molti “liberi” erano assoggettati a lui che in cambio di favori più o meno grandi, elargiva a ciascuno una sportula di ricompensa piena di cibo, monili, denaro. Il bambino era uscito obbediente, senza perdere tempo e a scuola si era impegnato guadagnando le lodi del maestro, quel giorno non era neanche stato frustato!

D’altra parte sapeva che se fosse stato obbediente, avrebbe ricevuto in premio per cena un po’ di tutto quel ben di dio che aveva visto in cucina: uova, salsicce, tartufi, pavoni, fenicotteri, pappagalli, frutti di tutti i tipi, miele, dolci con la ricotta; c’era una gran coppa di garum e altre salse buonissime.

Alla vista di tutto quel cibo, veniva l’acquolina in bocca.

 “Che fortuna- pensava Faustino – essere nato in questa famiglia!”

Era l’hora undecima quando il bambino varcò il grande portone che si apriva sull’atrium, mentre già in lontananza si poteva notare qualche invitato che stava arrivando. La nutrice lo accolse osservando con disappunto quanto fosse sporco e sudato e senza pensarci due volte lo spogliò e gli fece un bel bagno.

Così, profumato e con indosso la veste pulita, poté vedere la madre Cecilia. La giovane donna era intenta a dare ordini in cucina, ma si interruppe felice di poter accarezzare il figlio che non vedeva da diverse ore.

Ma appena la mano si posò sulla fronte del bimbo, Cecilia ebbe un sussulto: Faustino scottava, aveva le gote paonazze, gli occhi erano lucidi, aveva la febbre.

“Come può essere, stavi bene stamattina, non hai tosse, non ti cola il naso, cosa può esser successo? Proprio oggi che abbiamo degli ospiti, che disastro, come faremo!?”

La madre di Faustino era fra il disperato e il furibondo; fu chiamato subito il medico che per fortuna la famiglia si poteva permettere.

Qual era la diagnosi? E’ presto detto: il bambino aveva fatto indigestione.

Giocando aveva vinto spesso e il suo bottino di noci si era ben presto moltiplicato. Per non dover portare troppo peso, si era sgranocchiato strada facendo, quasi l’intero sacchetto di quei gustosi frutti con quella conseguenza inaspettata.

Il medico ordinò zuppa di cavolo per almeno tre giorni, la panacea per ogni problema della pancia.

Così, fra lacrime e singhiozzi sfumò la luculliana cena di manicaretti che Faustino aveva sognato ad occhi aperti per tutta la giornata.

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