LA CASA NEL BOSCO

Occupava la piccola casetta sul fiume da ormai una ventina d’anni. Aveva scelto quel luogo isolato, nascosto fra gli alberi di castagno e di faggio in accordo con la propria compagna: due anime libere – amavano definirsi entrambi – che pur di vivere a contatto con la natura, non provavano sacrificio nel percorrere giornalmente i sessanta chilometri che li dividevano dalla loro attività lavorativa in città.

La coppia aveva trascorso lunghi anni felici ad esplorare quel mondo incontaminato che la circondava e che soltanto in età adulta aveva potuto apprezzare.

Lì si respirava il ciclo delle stagioni con tutti i pori della propria pelle, che si dilatavano felici di ricevere ogni volta nuova vitalità; costantemente avveniva non un semplice adattamento ai mutamenti della natura, ma un compenetrarsi a vicenda, un amalgamare il corpo agli elementi che entravano nella persona, fino ad una trasfigurazione reciproca, ogni ciclo diversa.

I due avevano percorso in lungo e in largo il bosco e ne avevano scoperti i segreti più intimi: funghi di ogni foggia e colore, piantine in cerca di un raggio di sole che inondava inaspettate corolle, rovi arroganti ma generosi nell’elargire dolcissimi frutti; alzando lo sguardo, ogni volta riscoprivano il volo di decine di uccelli diversi che volando a quote sfalsate, sembravano invitarli a danzare in qualche loro cerimonia rituale.

Sul suolo o in anfratti nascosti, miriadi di insetti, o qualche rettile erano pronti a mettersi in salvo dal calpestio involontario dell’uomo o da qualche altro grosso mammifero in cerca di cibo.

Il periodo che loro più amavano era quello invernale, quando tutto si copriva di neve dal bianco accecante sotto i raggi del sole, dal potere di illuminare la notte quando la luna era piena. Era quella la stagione più dolce dove l’intimità si allungava, si faceva più piena, quando il camino scaldava i due corpi aggrediti là fuori dal freddo pungente rinfrancandoli con la provvida legna.

Ma fu durante la stagione più calda, in un luglio rovente che il destino cambiò le loro esistenze.

Era quello il periodo in cui i sentieri del bosco si animavano di visitatori. Alcuni arrivavano in cerca di un po’ di fresco ristoratore, altri per semplice curiosità e per stupirsi di qualche orma o penna d’uccello oppure alla ricerca di fiori o di foglie in quel luogo così esotico e magico. Arrivavano a frotte per un picnic, accendevano fuochi, lasciando di sé indecorosi ricordi disseminati un po’ dappertutto e che i due residenti smaltivano con sofferta rassegnazione.

C’erano poi i cosiddetti “camminatori” e fra questi coloro che si avventuravano fin lì per raggiungere la Pieve nascosta fra gli alberi sull’altura vicina o le vestigia di Etruschi o Romani vissuti là intorno, secoli e secoli addietro.

Quest’ultima tipologia di visitatori era quella più interessata a porre domande, ad ascoltare con attenzione la descrizione di fatti avvenuti in quei luoghi, ad apprendere dalla viva voce dei due “coraggiosi” che abitavano lì, i segreti di una sopravvivenza felice, lontano dalla città.

Quelle conversazioni estive diventavano poi l’oggetto di divertite discussioni all’interno della coppia una volta sola e determinavano in entrambi la convinzione di essere dei privilegiati fruitori di un mondo fantastico, negato ai più, che mai e poi mai avrebbero abbandonato.

Era una mattina assolata di uno di quei tanti giorni estivi che invitavano ad oziare nel bosco, quando la coppia si imbatté in un viandante all’apparenza spaesato.

-Mi scusi signora, sa dirmi quale di questi due sentieri devo imboccare per arrivare al monastero dei Frati Cappuccini di cui parla la mia guida?

Il giovane si era rivolto alla donna con naturalezza, come se già la conoscesse, lasciandola piacevolmente sorpresa. Si era girata a cercare il compagno più esperto di lei sugli itinerari della zona, ma non lo vide, nascosto com’era dal rovo di more poco distante.

-Prenda a destra, la strada è più larga e pulita, troverà a un certo punto un ruscello, dovrà camminare su alcuni sassi grossi e piatti che abbiamo posizionati noi stessi; proseguendo sempre a diritto si troverà ai piedi del piccolo promontorio sulla sommità del quale scorgerà il monastero che cerca.

-Gentilissima, grazie!

Da parte di lei c’era stato un tacito prego pronunciato con gli occhi. I due sguardi incrociati, in un attimo fecero il resto.

Era ormai buio da tempo quando avevano sentito bussare alla porta: era quel giovane camminatore che ritornava entusiasta dal famoso luogo dei Frati e adesso chiedeva soltanto un po’ d’acqua e una sedia su cui riposare. La coppia lo aveva ospitato volentieri, i due uomini avevano subito fatto amicizia e mentre il compagno di lei raccontava al suo ospite inedite storie sui Frati e quel monastero, la donna osservava con eccessiva curiosità le mani lunghe e nervose dell’uomo, la bocca sottile nascosta fra i peli rossicci dei baffi, le rughe appena accennate disposte a raggiera intorno ai due occhi azzurri come quelli dell’acqua della fonte poco distante. Ogni tanto lui la guardava distratto e abbozzava un sorriso.

Si era fatto così molto tardi perciò fu offerta al viandante la possibilità di pernottare presso la coppia.

Lui aveva ringraziato con un largo sorriso.

-Siete davvero gentili, ma non vi ho detto niente di me, io sono un ricercatore, il mio campo è la Storia, in questo momento mi occupo proprio dei monasteri di monaci e frati, il mio lavoro mi affascina, ma mi tiene incollato al computer ore ed ore, così cerco di unire il dovere alla mia passione di sempre: camminare nei boschi, respirare quest’aria così tanto pura che a volte mi fa vacillare. Quanto vi invidio! Magari potessi restare!

-Anche noi lavoriamo in città – aveva risposto con slancio la donna – il mio ufficio si trova proprio ad un passo dall’Università…

-Perfetto, allora vediamoci per un caffè!

-Sì, ma per me non sarà così semplice raggiungervi, lavoro dall’altra parte della città, dovrete forse fare a meno di me – intervenne il padrone di casa.

Lei aveva abbassato gli occhi apparentemente delusa per il problema del compagno, tuttavia provava dentro di sé una sorta di smania all’idea di incontrare da sola quel tipo così affascinante.

Passarono giorni e notti di calura opprimente anche in quella casa protetta dal bosco, cicale invadenti frinivano dentro il cervello, mentre nuvole bianche alte nel cielo assumevano forme di cuori e tazzine fumanti.

Poi finalmente era arrivato quel giorno: appuntamento a un tavolino all’aperto del bar nella Piazza del Duomo.

Due caffè, cameriere! Lo vuoi con lo zucchero o senza?

-Io lo bevo dolcissimo, grazie!

C’erano stati altri incontri, loro due sempre da soli, sempre più intimi, sempre più complici.

Lei che rientrava a casa sempre più tardi la sera, ogni volta con una scusa diversa, quasi sempre creduta da quel compagno fedele che l’amava davvero.

Ben presto però era arrivato il giorno in cui la donna gli aveva inviato un laconico messaggio telefonico:

 Ti chiedo scusa, ma mi sono innamorata di un’altra persona. Ti ho voluto bene sinceramente, ti stimo tantissimo, ma non riesco a zittire il mio cuore.

Per quell’uomo così mite e puro era stata una micidiale doccia fredda dalla quale era riuscito in qualche modo a riprendersi soltanto dopo mesi di giornate trascorse a spaccare con rabbia pesanti tronchi di legna, a vagare fino a sfinirsi per quei sentieri ad un tratto stranieri ed ostili, a non dormire di notte, o ad assopirsi su incubi orrendi.

Poi la decisione era arrivata improvvisa, illuminante: avrebbe cambiato percorso di vita, avrebbe lasciato ogni cosa che gli ricordava quella donna crudele che in qualche modo ancora lui amava.

Avrebbe chiuso per sempre la casa dei suoi sogni con lei, poi avrebbe seguito il corso del fiume che percorreva ogni giorno verso la foce per andare a lavoro, ma questa volta sarebbe salito alla sorgente facendo il percorso al contrario e lì avrebbe piantato la tenda, ricominciando il cammino della sua vita da capo.

Il giorno seguente aveva rassegnato le sue dimissioni alla Banca in cui era stato da sempre un funzionario stimato, aveva lasciato l’auto al bordo dello sterrato che portava nel bosco e si era incamminato con sulle spalle tutto il proprio fardello verso nuove esperienze.

Salire era stato sfiancante, non tanto perché il dislivello era alto, quanto perché camminando così lentamente, poteva pensare e pensando rivedeva ancor meglio la sua vita passata.

Talvolta incontrava qualcuno che percorreva la sponda del fiume al contrario, seguendone il corso verso la foce e lo vedeva vivace, felice e contento di ritornare alle sue consuetudini; dopo aver toccato la cima, aver goduto della fresca sorgente, riprendersi in mano la vita di prima.

Lui invece dalla sua vita normale stava scappando, se ne andava sempre più in là, dove il letto del fiume si faceva più stretto e moltiplicava le anse. Se ne andava dove l’acqua sgorgava con impeto, selvaggia, minacciosa di schiuma.

Adesso si stava chiedendo se avesse dovuto affrontare di petto quella sventura, se avesse dovuto cercarla o cercarsi per capire davvero perché fosse successo, perché lei lo avesse lasciato per l’altro.

E più andava in là più il fiume, ormai diventato ruscello, si faceva ostile e arrogante, quasi pareva una lama lucente immersa in una ferita. Le sponde erano soltanto un insieme di sassi ammassati, scivolosi di muschio così che se volevi salire, dovevi procedere a quattro zampe e ferirti le mani.

Intorno, fruscii, rumore di zoccoli delicati o potenti, qualche fischio d’uccello, bramiti, ululati… Intanto era calata la sera.

L’uomo sfinito, aveva posto la sua tenda in un piccolo piazzale adiacente al rumoreggiante corso d’acqua e finalmente ogni ansia parve placarsi.

Ma fu soltanto una breve illusione.

La notte infatti non era trascorsa per niente tranquilla, mille pensieri lo avevano avvinto: la casa che aveva appena lasciato, come si sarebbe ridotta? Chi avrebbe forzato la porta per farsela propria? E il lavoro per il quale aveva messo tutto il suo impegno? Chissà se qualcuno aveva già occupato il suo posto!  Ed ecco che il suo pensiero tornava alle passeggiate con lei, alle sue mani, il suo volto, i teneri abbracci sotto il piumone, le estati trascorse a godersi il fresco del bosco….

Ora lì tutto era vuoto, perfino la luna, un tempo compagna di sogni, adesso gli appariva la spia del suo sonno agitato.

Un raggio di sole che si era insinuato fra i rami e le foglie, lo fece svegliare.

Fu allora che in mezzo a tutto quel verde brillante, gli sembrò di vedere un volto di donna sfocato: era triste, lo guardava con un’aria di arrendevole resa, come dire lo so che ti ho perso, tu non potrai mai sostituirmi a quell’altra; lo so come sei: proveresti troppa vergogna confessando che ti sei invaghito di me a chi avevi promesso di dedicare tutta la vita. Soltanto se fosse lei che ti abbandonasse potresti restarmi vicino.  

Quella collega che per mesi aveva timidamente corteggiato, che lui amava in segreto alla follia e che aveva tuttavia cercato sempre di scacciare via dalla sua mente, quello che lui definiva il suo tarlo, che rodeva suo malgrado il sentimento sincero che lo legava alla propria compagna, adesso si palesava con tutta la propria imponenza e gli indicava la via…

Tutto si fece di colpo più chiaro.

Avrebbe ripreso il cammino seguendo però la corrente del fiume, avrebbe guardato di nuovo verso la foce.

Soltanto ripercorrendo la sua strada di sempre avrebbe potuto capire davvero dove voleva arrivare. Se avrebbe mai continuato ad amare.

Aveva acceso di nuovo il suo cellulare prima messo a tacere e aveva chiamato chi quando lei era presente, non avrebbe mai avuto il permesso di farsi cercare.

Sono solo, ti aspetto, finalmente ci possiamo incontrare!

La vita riprese piena e felice nella casa nel bosco ed ancora continua.

Quell’uomo aveva cercato di allontanarsi dal proprio percorso di vita usuale, risalendo il corso del fiume per ritornare così alle sue origini, ma aveva incontrato un mondo insicuro ed ostile; in questo modo aveva capito che doveva seguire il proprio fluire vitale lasciandosi andare.

Soltanto così lui con la sua nuova compagna si potevano sentire due anime libere.

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