Diario di un migrante «ritornante»
Questa è la ricostruzione fantastica delle peripezie vissute di un migrante e da lui stesso raccontate
Mi chiamo Hassen, sono nato ad Addis Abeba, in Etiopia, nel bel quartiere di Kirkos. La mia è una splendida città che dai suoi oltre 2000 metri di altitudine si mostra in tutta la propria imponenza ergendosi fiera dall’altopiano; la mia città è protetta alle spalle dalle possenti montagne dell’Entoto. Ci sono un sacco di corsi d’acqua e il clima è sempre mite nonostante siamo quasi sull’equatore.

Io l’ho sempre amata tanto la mia città, ma da qualche tempo c’era qualcosa che mi faceva star male, era come se nonostante i buoni rapporti con i miei genitori, nonostante gli studi andassero bene ed avessi un sacco di amici, mi mancasse la gioia di esprimermi, certe volte mi sentivo come se mi togliessero l’aria.
«Forse è perché sei rimasto da solo, tuo fratello maggiore è partito da tempo e anche le tue tre sorelle hanno scelto di andarsene, forse è per questo che non ti senti a tuo agio» Osservava mia mamma quando mi rifugiavo nelle sue forti braccia accoglienti.
Ma no, non era questo, quello che provavo era un disagio, mi pareva che un piede gigante mi schiacciasse la testa, per strada avevo paura di camminare sui marciapiede perché era lì che avevo visto persone innocenti brutalmente additate come spregevoli malviventi, lì avevo visto persone picchiate o ammanettate e poi gettate in camionette dai vetri oscurati.
A scuola si parlava sempre più spesso di ingiustizie da parte del Governo, di abuso di potere, che ancora una volta eravamo vicini a una guerra, e questo nonostante si fossero da poco messe le firme sul trattato di pace. Si diceva che ancora una volta sarebbe stato fra fratelli che ci saremmo dovuti ammazzare…Qualcuno stava diventando un ribelle, cinque dei miei compagni erano già stati arrestati.
Avevo paura. Volevo scappare.
Non riuscivo ad arginare la mia inquietudine, volevo fare qualcosa, volevo partire anch’io come tanti altri compagni, volevo raggiungere mio fratello più grande che se ne andò nel 2005 dopo le elezioni truccate. Adesso lui se ne stava tranquillo in Europa, a Londra e mi aveva detto che mi aspettava, che per un po’ mi avrebbe potuto mantenere.
Lì avrei potuto studiare tranquillo, avere una casa ed anche un lavoro, ma soprattutto avrei potuto parlare liberamente di tutto ciò volevo, avere opinioni diverse da quelle degli altri, insomma, avrei potuto essere libero.
«Mamma, papa, voglio partire, lasciatemi andare, vi prego!»
«Tu sei pazzo figliolo, hai appena 17 anni, non conosci ancora niente del mondo, no, è impossibile che tu possa partire. E poi attraversare tutto il deserto, imbarcarsi per prendere il mare… Non se ne parla nemmeno!»
«Ma mamma, papà, solo in Europa potrò ricevere un’educazione migliore, Non vedete anche voi cosa sta accadendo in Etiopia? Viene fatto di tutto per lasciare nell’ignoranza la gente, per usarla a pro di questa o quella fazione, lasciatemi andare. Anche Azul non fa che invocare che io vada da lui»
Finalmente il consenso.
«E sia!»
Fekade e Abush, i miei più cari amici, furono entusiasti di partire con me: tre ragazzi verso una vita migliore, tre ragazzi in cerca di libertà.
A me i soldi per il viaggio li ha dati soprattutto Azul, mio fratello che a Londra si era sistemato, aveva un lavoro, si era sposato con una inglese e presto avrebbero avuto anche un bambino. Comunque anche le mie tre sorelle dagli Emirati arabi hanno contribuito tantissimo, Loro laggiù hanno studiato, due si sono addirittura sposate con imprenditori del luogo. Tutte lavoravano come Dirigenti ed avevano stipendi da favola. Mi sentivo ricco, mi sentivo fortunato, un bacio a mamma e papà e addio alle inquietudini, addio alle incertezze.
Per uscire da Addis Abeba e raggiungere la prima tappa obbligata, Tripoli, ci affidammo ad un dallala sudanese molto gentile. Fu lui a trovare rifugio per tutto il nostro gruppo di habesha in una mizrah, in attesa che un barcone arrivasse i a prenderci.
Ma purtroppo fu proprio da qui che iniziarono i guai.
Si diffuse nel gruppo la notizia che io ero pieno di soldi, cominciarono a farmi pesanti richieste, cercarono di derubarmi, dovetti arrivare alle mani…
Poi il mio amico Abush, si sentì male, aveva forti brividi: era la malaria che lo costrinse al rientro. Scioccati, ma determinati a conseguire il nostro scopo, restammo io e Fekade, uniti in mezzo a quella moltitudine di anime sperse.
“Poi una sera tardi stavamo giocando a carte come sempre e intorno alle tre un uomo che si chiamava Miki ci disse di abbassare la voce. Era strano che lo facesse. Dopo un po’ è arrivato un uomo vestito in modo semplice, ci ha salutati e noi abbiamo ricambiato il saluto senza nemmeno farci troppo caso; pensavamo che fosse un parente di Baba. Ma dietro di lui c’erano alcuni soldati con fucili e mazze per sfondare le porte. Non sapevamo dove andare, c’era un’unica uscita. Fuori c’era un grande autobus circondato da soldati in uniforme pronti ad intervenire. Ci portarono all’autobus e ci picchiarono con bastoni di legno, catene di ferro, il calcio delle pistole e qualsiasi cosa avessero a portata di mano. Quel giorno circa cento persone furono arrestate nella casa di Baba; qualcuno naturalmente riuscì a fuggire, ma fu la prima volta che la polizia entrò in quella casa da quando Baba aveva iniziato ad affittarla. Poi fummo portati alla stazione di polizia più vicina per essere trasferiti dall’autobus al container e poter essere deportati a Kufra. Ci vollero tre giorni per il viaggio e nel container faceva un caldo atroce. Scoppiavano risse di continuo e tutti perdevano la pazienza; l’odore di urina e sudore era insopportabile.”

Siamo arrivati a Kufra e lì è iniziato l’inferno Il carcere si trovava in una zona agricola, vicino ad una piantagione di datteri, a vederlo sembrava un grande capannone con una sola porta da cui si entrava e si usciva, le finestre erano altissime per cui era impossibile affacciarsi. Lo scopo di questa prigione era spillarti quattrini a suon di botte. Ho visto molta gente morire per le percosse e anch’io sono stato battuto più volte. Poi mi hanno fatto telefonare a mio fratello perché mi mandasse denaro, tanto denaro… Prima di ricevere il vaglia, sono passati ben quattro mesi: sono stati giorni di fame, di botte, di puro terrore. Poi, soddisfatti per il lauto regalo, i miei aguzzini hanno deciso di rilasciarmi, ormai ero stato spremuto abbastanza Mi sono salvato così. Ho raggiunto Tripoli trafelato, assieme ad un gruppo di disperati come me e finalmente abbiamo incontrato un nigeriano che ci ha imbarcati. Siamo saliti su quel barcone in 430. Subito ci accorgemmo che non si trattava di un’imbarcazione sicura, la barca era malconcia e con un carico troppo pesante. Il nostro terrore aumentava di ora in ora, il mare da piatto, cominciava ad innalzare le onde, i nostri piedi erano già tutti bagnati, volavano piatti, bottiglie, bicchieri, c’era qualcuno che urlava, molti erano riversi con il capo fuori dal bordo di questo ignobile mezzo per un incontrollabile voglia di vomitare. Vedevo distintamente qualche corpo planare sull’acqua e affondare.
Disperazione, sconforto, invoco la mamma.
Poi tutto si placa. Mi circondano brandelli di vite dissolte.
In lontananza qualcuno ci vide, si avvicinò, ci tese la mano, dissetò le nostre gole ridotte a una crosta salata e ci accompagnò ad un porto sicuro.
A Lampedusa ricevemmo le prime cure, c’erano medici ed infermieri per noi, ci diedero anche del cibo così io cominciai di nuovo a pensare che ormai la mia meta era vicina, tra pochi giorni avrei potuto riabbracciare il mio caro fratello e sarebbe iniziata una vita migliore.
Ma ci trasferirono a Brindisi: sarebbe stato qui – mi spiegarono – che avrei ottenuto i documenti per andare dove avessi voluto da libero cittadino. In effetti mi fu attribuita la così detta protezione umanitaria della durata di un anno.
In fondo mi sentivo un miracolato, così, con il cuore infarcito di nuove speranze per un futuro migliore. decisi di rimettermi in forze prima di partire per l’Inghilterra. Mi trasferii a Roma, qui mi misi d’impegno a frequentare una scuola dove imparai a parlare Italiano. Nel frattempo i soldi stavano finendo perciò, non potendo pagare un affitto, vissi in una casa occupata, all’Anagnina.
Naturalmente non avevo ancora i documenti utili per uscire dall’Italia, ma smanioso di riabbracciare il mio caro fratello di Londra che tanto aveva fatto per me, decisi di mettermi in viaggio da clandestino.
Ne parlai con Fekade, il mio amico migliore da sempre ed insieme decidemmo di tentare l’impresa del viaggio verso l’Europa del nord.
Prendere un treno fino a Parigi fu uno scherzo, un giochetto da nulla: nessuno ci notò e in un giorno e una notte arrivammo.
«Per raggiungere Londra dobbiamo necessariamente passare per il Belgio» Aveva osservato Fekade.
«Ma come possiamo fare?»
Era stata la mia risposta
«Ci nasconderemo sotto il traino di un camion»
Aveva proposto il mio amico.
Così fu. Appena giunti a Parigi cercammo un bel tir dal rimorchio sicuro e ci aggrappammo al suo ventre ferroso.
Che incoscienti!
Non sapevamo che così rischiavamo la pelle, Ci lacerammo non solo gli abiti, ma soprattutto la pelle del corpo, che divenne tutta una piaga, testimonianza visibile delle ferite del cuore.
E non era abbastanza, ancora il destino era contrario, ancora non era finito il nostro calvario. In Olanda il camion venne fermato da una pattuglia, un fascio di luce ci investì accecandoci gli occhi. Ci tirarono fuori. Uscimmo dal ventre del tir come maschere di lucida nafta rappresa dai piedi alla testa, le membra sfinite, la testa svuotata dal rumore, i sobbalzi, il fetore dei mille motori che avevamo avuto dintorno. Ci portarono in cella.
Ci volle poco per tornare in Italia, questa volta con il foglio di via.
Il mio sogno si infranse.
Mio fratello è ancora lì che mi aspetta.
Ormai ero svuotato, mi adattai a vivere qua, nel modo migliore possibile, anche se da irregolare, oggi ho una casa e un onesto lavoro.
A volte penso se ho fatto bene a partire, la mia risposta è sì, certo, nel mio Paese bellissimo era ormai impossibile vivere.
“Ci sono ancora persone che vogliono fare questo viaggio. Se qualcuno di loro mi chiedesse di dargli qualche consiglio, sempre tenendo a mente che non sono nessuno per interferire nella vita di qualcuno, gli racconterei tutto dall’inizio alla fine. Non c’è stata una sola, una sola cosa positiva da quando abbiamo lasciato le nostre case. Solo orrore e miseria. Anche dopo il viaggio le cose non sono come speravamo che sarebbero state. Ma se qualcuno si trova nella posizione di non poter in alcun modo vivere nel suo paese, non gli resta che fuggire. Per lui è lo stesso.
Mio fratello continua a insistere che io vada da lui. Ci ho provato una volta ma, sfortunatamente, ho fallito. Quando ho deciso di raggiungere mio fratello sapevo che avrei dovuto farlo illegalmente. Prima della partenza alcuni amici italiani mi invitarono a casa loro; eravamo buoni amici, e lo siamo tuttora. Volevano convincermi a cambiare idea e una di loro mi chiese perché volevo fare una cosa così pericolosa: mi sembrò una domanda stupida e le risposi che non aveva idea in che condizioni mi trovassi. Non sapeva nemmeno se riuscivo a mangiare almeno una volta al giorno o no. Quando lei voleva riposarsi poteva andare a letto, io no. Non sapevo nemmeno se avrei potuto mangiare quella sera. Lei non rispose niente ma si mise a piangere.”
DIZIONARIO
BABA: Padre, titolo di onore e rispetto ad anziani o persone venerate; capi religiosi di alcune sette mussulmane
DALLALA: intermediario, colui che facilita i contatti all’interno di un percorso migratorio
HABESHA: Popolazione presente in Etiopia e in Eritrea con caratteristiche che le accomunano come lo stesso ceppo linguistico e la religione.
MIZRAH: Parola ebraica per Est, direzione che gli Ebrei devono affrontare durante la preghiera; sinagoga.