Uniti per sopravvivere

… dopo una visita al Giardino di Alice

Da qualche giorno nell’oliveta del podere c’era un gran fermento.

Gli alberi più antichi, quelli il cui fusto era maggiormente contorto e rugoso, mostravano tutta la propria preoccupazione abbandonando verso terra le innumerevoli braccia argentate. Pareva volessero raccogliere tutti quei frutti preziosi sparsi ai propri piedi, un tempo brillanti e lisci come rare perle nere, adesso informi resti marciti, ignorati dall’uomo. Tutto il terreno in cui gli olivi affondavano con tenacia le loro radici, risultava sassoso, con spacchi profondi, da cui talvolta spuntava un ciuffo di gramigna, un fiorellino giallo, qualche rara violetta. Qua e là si notavano i resti contorti di viti dai nomi gentili: Salamanna, Colombano…. Ormai presenti soltanto nella memoria dei più vecchi conoscitori del luogo.

Tutto il paesaggio pareva un deserto pietrificato, costellato di monumenti funebri ad antichi, gloriosi eroi.

Eppure sotto quella crosta riarsa, fremeva ancora la vita di molteplici specie, impegnate nell’estremo tentativo di drenare, scavare, arare il terreno un tempo rigonfio di vitalità. Ed erano proprio loro, gli anonimi esseri sotterranei che avevano per primi avvertito il pericolo: vibrazioni continue, piccole frane, le tane ostruite con i nati da poco ancora là dentro, i canali e le stradine interrotte, i passaggi sbarrati.

Sotto lo strato riarso si udiva, amplificato dalla profondità, il rumore sordo e uguale dei cingoli, enormi piedi ferrati di un mostro arancione e nero, che inesorabilmente avanzava, affondando i propri denti nel terreno, senza pietà.

I ciliegi lo avevano visto per primi, laggiù, ai piedi della collina «Guardate, guardate, non abbiamo più scampo»!

Il lungo collo articolato, gestiva il sinistro altalenare dell’enorme testone, impegnato a divorare qualunque rappresentante di ogni regno della Natura che si trovava davanti.

«Non possiamo arrenderci, questa è la nostra terra, è qui che siamo nati, è qui che giacciono ancora i resti dei nostri avi più antichi, dobbiamo affrontare il nemico e poi metterlo in fuga»

Sosteneva l’olivo più anziano.

Vegetali, animali e minerali concordavano tutti con il vecchio saggio olivo, ma nessuno avanzava proposte costruttive. Fu così che in breve, il feroce mostro colorato portò a termine la propria missione divoratrice.

Restarono pochi superstiti miracolosamente sfuggiti al massacro. Questi, appartenendo a specie diverse, non si conoscevano fra loro, avevano usi e costumi distanti gli uni dagli altri, tuttavia erano ben consci di far parte di un unico grande sistema comune che ognuno, in modo diverso, voleva salvare.

Ma come?

Dopo un lungo silenzio giunse una voce dal basso: «Dobbiamo appoggiarci a gli umani! Lo so, abbiamo tanti pregiudizi nei loro confronti, troppe volte ci hanno deluso, ma possiamo tentare, dobbiamo provare a coinvolgerli, è anche nel loro interesse». Era un lucido verme marrone che aveva parlato, uno di quelli che se non se ne stanno bene nascosti, finiscono sull’uncino di un amo oppure in bocca ad un pollo, insomma, un miracolato.

Tutti approvarono e subito elessero la commissione che doveva trattare con l’uomo.

Ogni specie ebbe il proprio rappresentante, così a tutti fu offerta l’opportunità di far valere i propri diritti. Venne compilata poi una lunga lista di motivazioni per cui quel luogo non doveva sparire; fu eletto come portavoce di tutti, un vecchio cespuglio di rosmarino che nonostante l’incuria e lo scarso nutrimento, imponeva ancora la propria presenza ostentando un verde brillante e un profumo potente tanto da incutere ancora un certo timore reverenziale; fu lui che per primo trattò con gli umani, da sempre devoti a quella pianta miracolosa.

Le trattative furono lunghe, quel podere ormai non lo amava nessuno, l’ultimo uomo che lo aveva curato con dedizione ed affetto, era scomparso da tempo e adesso i suoi eredi non lo volevano più. Era per questo che avevano chiamato il mostro metallico: per disfarsi di quello che ormai per loro era soltanto un peso.

Tuttavia le argomentazioni della Comunità del podere espresse attraverso il loro portavoce sempreverde, furono talmente convincenti che alla fine si arrivò ad un compromesso.

Gli uomini accettarono di salvare il terreno, ma proposero un progetto inaspettato: «Vi salveremo soltanto se non svolgerete più la vostra antica funzione, da ora in poi dovrete impegnarvi unicamente a recitare la vostra parte nella commedia che scriveremo proprio per voi, farete divertire la gente. Se accetterete sarete accuditi con tutto il rispetto così da garantire il funzionamento pieno dell’ecosistema. Soltanto se accetterete avrete ancora una vita dignitosa».

«Ah no, meglio morta che sfruttata per fare da decorazione a qualche facciata» Sbottò la vite.

«Figurati se mi faccio piegare a forma di barchetta o di trenino per trastullare qualche cucciolo di umano» Fece eco l’edera.

E a noi che ci farebbero? Magari saremo messi sottovetro in un terrario per sciorinare in piazza tutte le nostre intimità» rifletteva l’attempato lombrico contorcendosi disperato.

Perfino la sorgente si mostrava preoccupata: «Non vorranno imprigionarmi e farmi diventare una stupida fontana!»

Insomma, nessuno si mostrava favorevole al progetto, ma d’altra parte rifiutare l’offerta degli umani equivaleva ad estinzione certa, era solo morire.

Fu data la parola al vecchio olivo saggio, quell’albero dal tronco contorto, pieno di rughe e nodi che ne testimoniavano le lotte che aveva affrontato e vinto nella vita. Era rispettato da tutti, compreso l’uomo, la sua opinione era da sempre stata alla base di ogni decisione.

Fu proprio grazie all’indiscussa autorevolezza dell’antico saggio che il podere tutto decise di adeguarsi ad una scelta che portasse al bene della Comunità nel suo insieme, abbandonando ogni velleità strettamente personale.

Il vecchio olivo pronunciò queste parole:

 «Cari amici, sono tempi duri per tutti noi, ciò che ci stanno proponendo gli umani ci addolora, ci offende, ci fa indispettire, soprattutto se pensiamo che qui ciascun individuo di ciascuna specie ha sempre giocato un ruolo fondamentale per il bene di tutti; l’ecosistema qui, grazie a noi è sempre stato perfetto. Sono orgoglioso di tutti voi e so per certo che dovremo continuare a collaborare nella buona e nella cattiva sorte. Ciò che l’uomo ci propone non è certo edificante, ma è l’unica occasione che ci rimane per mantenere in vita la nostra comunità; avremo mansioni diverse, ma non per questo perderemo la nostra dignità se ci impegneremo seriamente. Ricordatevi che senza il nostro consenso l’uomo non potrà realizzare il suo progetto, lo abbiamo in mano noi, amici cari, quel bipede borioso!»

Fu così firmato l’accordo fra Podere e Umani.

Seguirono giorni e giorni di grandi cambiamenti annunciati dai ripetuti sopralluoghi di architetti, ingegneri, agronomi, furono prese misure, scattate foto, sondato il terreno, analizzata l’acqua della sorgente.

L’ambiente fu suddiviso in 26 settori, a ciascuno fu assegnato un appellativo diverso e in ognuno di questi ciascuna pianta e ogni animale dovettero assumere un ruolo inedito.

La profumatissima pianta del lillà diventò ad esempio il fondale di un singolare teatro dove al posto del sipario di velluto rosso, c’erano le fronde del gelso a coprire la scena; Un sapiente parrucchiere acconciò il fico bonaccione a mo’ di palma, facendolo assomigliare ad uno sbarazzino tunisino. Ogni pianta insomma subì una trasformazione: chi diventò l’albero di una barca, come il Gingko biloba, chi si trasformò nella temibile piovra come la tamerice. La vecchia sorgente fu abbellita con palle colorate, pesci di ceramica, vasi smaltati, divenendo così suo malgrado, un’attrazione fra le più riuscite.

Ma furono gli animali i più sacrificati, costretti a starsene prigionieri in uno scomodo condominio dove la lite diventò una prassi.

Tanti stentavano ad adattarsi, molti avrebbero voluto ritornare indietro, anche a costo di perdere la vita, ma poi ci si ricordava che il sacrificio valeva il benessere dell’intero ecosistema e allora si tirava avanti, determinati e a testa bassa, finché il cuore del podere diventò di pietra.

Seguirono mille altri “abbellimenti”: nanetti, specchi, lucine, casette colorate, sedute sgargianti.

Gli olivi, forse unici vegetali non truccati, si sentirono come sradicati e ripiantati nel bel mezzo di un circo. Erano totalmente disorientati.

Poi finalmente il debutto: decine di persone varcarono il torrione maestoso da secoli segno del confine del podere, toccarono annusarono, assaggiarono…

Tutto pareva loro straordinariamente bello, ogni membro del singolare giardino una sorta di eroe.

Tanto che «In fondo» pensarono animali e piante «Non è poi così male fare il mestiere dell’attore!»

Gli anni passarono e fu sempre un trionfo.

Mi chiederete: «Ma è accaduto davvero tutto questo?»

«Certo che è tutto vero, la prova sta lassù, sopra un famoso colle di Firenze e aggiungo che in tutta la vicenda che ho narrato, ciascuno cercò di dare sempre il proprio meglio sentendosi onorato di agire per il bene di tutta la Comunità…compreso l’uomo».

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