Da una visita alle Murate
Racalmuto, giovedì 7 aprile 1658
E’ da poco spuntato il sole. Nella bianca e fredda luce dell’alba, due giovani donne del popolo, visibilmente stremate dal troppo lavoro che neanche una breve nottata trascorsa sulla paglia, al caldo morbido di una stalla, ha saputo alleviare, si incontrano.
«Ehi, Caterina! Anche tu già al lavoro? Io sono già stanca, non ho dormito un momento stanotte ripensando all’esperienza di ieri. Sapessi cosa mi è capitato, tu non puoi immaginare cosa mi sono ritrovata davanti agli occhi…Ero da poco entrata dentro al palazzo Steri, quello dove rinchiudono i condannati. Era la prima volta che facevo servizio lì. Prima mi mandavano a rassettare la casetta lì a fianco, quella con la stanza delle guardie o gli uffici dei giudici ed erano pulite, silenziose, appartate rispetto all’ala delle celle…»
«Dai, raccontami che sono curiosa! Come se la passano, dimmi, tutti quei “senza Dio”. Si stanno pentendo? Riconoscono i loro errori? Vogliono davvero ritornare sulla retta via?»
«Hai presente l’ingresso? Imponente! Già ti senti tremare a metterci piede: quello stanzone dal pavimento lucido, il soffitto altissimo di legno tutto dipinto…E gli affreschi che ti guardano, e l’odore di cera che si sprigiona dai mobili…Insomma, ti senti nella casa della Giustizia divina a tutti gli effetti e speri soltanto di essere senza peccato!»
«Certo, figurati, il covo del potere…E allora? Poi cosa è successo?»
«Beh, lo sai vero che due giorni fa giustiziarono Don Diego, quel frate snaturato amico del diavolo? Allora, io dovevo pulire proprio la sua cella».
«Sì, sì, lo so, parli di quello che neanche del “tempo di grazia” si è voluto avvalere!
Dicono che avesse un sacco di testimoni contro: chissà chi erano! Corre voce che lo abbiano torturato a lungo per farlo confessare, ma lui aveva il diavolo in persona dalla sua e non ha mai ceduto! Recidivo fino alla fine. Che impavido guerriero!»
«Infatti, stava nel braccio secolare proprio per essere giustiziato col fuoco!
Ecco, io ho visto quelli come lui picchiati torturati e sanguinanti. Li ho sentiti piangere disperati senza più la forza di alzarsi in piedi per le bastonate subite. Ho visto il sangue fresco sovrapporsi a quello secco per terra, e gente che, attaccata disperatamente alla vita, cercava di lasciare sui muri qualche segno del suo passaggio, della propria sofferenza, incidendo nomi, date, ricordi…Che terrore amica mia, E mi chiedevo perché non si pentono, perché non ammettono le colpe che hanno, perché resistono ai loro inquisitori così giusti, forti, potenti… Perché non si umiliano e pentono davanti al potere divino dei giudici!?»
«Già, e lui invece che ha fatto? Fra Diego La Matina, proprio prima dell’interrogatorio, e in manette, ha colpito ferendolo il suo inquisitore. Roba da pazzi! Che uomo!
E non hanno saputo far altro che mandarlo al rogo…Hanno avuto paura, paura, paura!»
«Beh, menomale! Dopotutto era un eretico, faceva sortilegi, sparlava dei nostri potenti signori…»
«Mah,, io non lo so se era nel male o se era soltanto più illuminato di tanti signori e potenti…»
«Che dici? L’inquisitore era un sant’uomo, voleva salvare Fra Diego dal peccato!»
«Già. E che uomo cristiano è uno che vuole estorcere la confessione torturando un suo simile!?»
«Ma tu c’eri all’esecuzione in piazza?»
«Certo! Chi si azzarda a non andarci? C’era tutta la città naturalmente! Per forza!»
«Allora lo sai che voleva confondere le menti di noi gente del popolo, ignoranti e sempliciotti, che voleva farci disobbedire ai nostri signori e padroni, che diceva cose contro Dio!?»
«Certo! E ho anche sentito quando ha detto che Dio è ingiusto, Lui aveva promesso di pentirsi se lo avessero lasciato vivere, ma non glielo hanno concesso in nome di Dio (hanno detto). E lui per questo ha urlato “Dio è ingiusto allora!»
«No, zitta, zitta per carità! Pentiti amica mia di quello che pensi e che dici! Sennò farai la fine di quel disgraziato! Devi star quieta, chinare la testa, obbedire…Per carità, non voglio vederti morire sul rogo!»
«Sì, sì, facciamoci pecore. Ma io lo so che Diego era un eroe e sai perché era accusato di eresia, in verità? Perché vedeva persistere questa nostra società dove vince l’ingiustizia, la sopraffazione dei forti sui deboli, l’annientamento delle nostre coscienze e voleva opporsi con forza a tutto ciò! E loro, i potenti, lo sanno bene il male che fanno. Hanno capito subito che quel frate era una minaccia per la loro potenza, che faceva breccia in quelli come me che hanno inteso subito il suo messaggio… Così hanno deciso che il cervello di quell’uomo era troppo forte e doveva subito smettere di funzionare, E lo hanno fatto fuori».
«Basta, basta! Non voglio sentire. Non ho sentito niente.
Addio Caterina, che Dio ti perdoni!».
Tre giorni più tardi, bussarono alla porta della povera casa di Caterina.
Lei accolse i gendarmi con inaspettata freddezza e assistette impassibile alla confisca dei suoi pochi beni: un pagliericcio, due sedie, un tavolo un po’ traballante due piatti e un bicchiere di coccio, una coperta sdrucita, e l’unico abito estivo, ancora nel cassone in attesa della buona stagione.
Fu ammanettata e accompagnata allo Steri
Entrò, vide la sala magnifica, grande e profumata di cera: si sentì mancare.
Attraversò il corridoio infinito fino alla cella, mentre udiva sempre più forti, urla, pianti, lamenti.
Spinta con forza crudele, piombò faccia a terra dentro la cella a lei destinata.
Restò così, senza sensi, per ore.
Quando poté di nuovo guardare, scoprì, impresse nelle pareti che le stavano addosso, le sofferenze di chi, come lei, era stato tradito: i muri graffiati con le unghie rimaste all’interno dei solchi, disegni colorati col sangue…Testimonianze agghiaccianti di quello che era accaduto e che stava ancora accadendo. Eppure nessuno aveva mai ammesso la violenza cieca ed abietta di umani contro altri umani, proprio come Fra Diego aveva indicato.
La condanna giunse veloce. Dato che lei non ammise le colpe, la destinarono al rogo.
Prima però ebbe il tempo di lasciare un ricordo su quel muro istoriato di morte e dolore, un graffito: “Animo carcerato”.
Fu la sintetica interpretazione di un corpo in catene come mezzo per annientare il pensiero. Quello era il simbolo della società ottusa in cui Caterina si era trovata a vivere.
La avvolsero le fiamme, mentre lei guardava fiera la folla.
Fu salutata con un applauso scrosciante.