NESSUNO POTRA’ MAI ANNIENTARCI

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Dove il vento soffia fra i vicoli

La antica città mediorientale, si incastonava perfettamente in quella striscia dai toni giallastri che all’improvviso viravano al verde o al blu intenso.

Era una città dove la pietra antica conviveva con il moderno cemento, una città brulicante di vita, con i suoi vicoli polverosi strapieni di negozietti minuscoli.

Questa consolidata realtà, si contrapponeva alla city moderna, elegante, dove il pedone lasciava il passo ai veicoli di ricchi privati, ai molteplici taxi gialli, all’esibizione sfrenata del lusso.

La city rappresentava il riscatto per chi, come gli abitanti di questa città, aveva subito da sempre violenza inaudita, soprusi, offese pesanti.

Nella city trovavi palazzi importanti: alberghi, banche, residenze del discusso governo. E poi, solenne e splendida, la grande moschea, dove tutto converge e si appiana, il vero collante per molti abitanti di questa città.

Nessuno potrà mai annientarci- diceva la gente di Gaza passando, piena di orgoglio sincero.

Il grande viale largo e diritto ti conduceva nel porto e da lì, potevi inoltrarti nella parte più antica della città: le strade si restringevano, diventavano tortuose ed ombrose, adatte al passaggio di soli pedoni. Erano strade fiancheggiate da archi di pietra calcarea: mirabili opere di mammelucchi e ottomani.

Attraverso gli stretti passaggi, quasi fessure, percepivi le fragranze dolciastre delle molteplici spezie o l’odore aspro del tabacco bruciato. E potevi soltanto immaginare l’ampiezza di silenziosi e freschi cortili nascosti, testimoni discreti di storie di vita.

Da qui intravedevi i colori invitanti che ti offriva il vicino mercato: frutti succosi che il sole aveva dipinto di arancio, di rosso, di giallo, il caldo marrone dei datteri. Più in là, vedevi le stoffe leggere svolazzare alla brezza e percepivi quell’odore di nuovo e pulito che incanta.

Poi subito eri rapita da una luce abbagliante che penetrava come una spada a trafiggerti gli occhi. Erano i tanti tegami rossicci di rame o di grigio alluminio appesi sui banchi a riflettere il sole, ondeggiando.

In sottofondo la voce dei tanti bambini vocianti, che con i loro giochi sfrenati, imperversavano ovunque, imponendo vivacemente la propria maggioranza schiacciante, sugli anziani del posto.

Trascorrevi così la giornata inebriata da odori e colori, sostenuta da quelle mura imponenti e vicine dove a ogni angolo scoprivi accoglienza.

Finché percepivi un’aria diversa, più fresca, gli spifferi si facevano lame, tutto assumeva un colore rosato; se alzavi lo sguardo, vedevi laggiù, sullo sfondo del mare, il rosso intenso del sole al tramonto.

Rimanevi rapita dallo skyline disegnato dai profili di alberghi e caffè, chioschi rotondi di mais e cardamomo. Era quello il momento di uscire dai vicoli stretti dove la brezza marina penetrava pungente e di raggiungere quella “finestra” sul mare, respirare a pieni polmoni, rimanendo per ore a farti cullare dal rumore placido della risacca.

Sentivi allora tutto il vibrare di quella comunità, la percepivi ospitale, rassicurante, ne coglievi il senso profondo di dignità che seppure in condizioni di sottomissione, lottava fiera ogni giorno.

Capivi che qui l’accoglienza era un valore, un mezzo prezioso per connettersi a quel mondo esterno da cui si viveva isolati.

Ora, nel momento del raccoglimento, sentivi a pelle di essere immersa in una umanità dal potenziale immenso ma intrappolata purtroppo da una geografia inclemente. Intrappolata da una politica alienante che non permetteva ai talenti di palesarsi e uscire, né a nuove risorse di entrare.

Potevi sentire adesso tutto il peso di una religione che influenzava ogni momento di vita e la controllava, vita che tuttavia, pure esplodeva nei giovani vogliosi di “occidentalità” e che trovavano nel virtuale l’unico appagamento.

Capivi il caparbio orgoglio di chi, prevaricato e conteso, rifiutava il ruolo di vittima e cercava di affermare la propria dignità. Comprendevi appieno il disorientamento di chi, manovrato come un burattino da potenze diverse, desiderava sopravvivere combattendo contro un costante senso di soffocamento.

Poi cambiò il vento.

Attraverso quei vicoli stretti si percepì un sibilo dal tono assordante. Quei labirinti stretti, vibranti, ricolmi di vita, non frenarono l’urto del soffio di morte e furono invasi da strati e strati di cemento polverizzato. La city, orgoglio di molti, aveva adesso le strade interrotte da cumuli di detriti alti come i vecchi palazzi e da grandi crateri scavati da ignobili bombe. La voce dei bimbi si fece assai rara mentre potevi sentire sovente il ciottolare delle ruote di carri, trainati da asini, strapieni di misera sopravvivenza.  Oppure sentivi l’incedere lento di migliaia di esseri umani a cercare un riparo.

In cielo il rosso del sole ingaggiava lotte furiose con inedite stelle portatrici di morte e sventura, custodite in roboanti velivoli di metallo lucente. Il vecchio mercato dalle pentole appese era stato distrutto.

Adesso il vento padroneggiava indiscusso nello spazio osceno della distruzione, divenne veicolo di un odio profondo e andò ad inoltrarsi nella vasta tendopoli bianca protesa sull’azzurro del mare, scuotendola. Qui, in questo estremo lembo di pace e speranza, potevi osservare bambini ancora attaccati all’infanzia, giocare fra i sassi e le tende, potevi ammirare Persone condividere tutto anche se era poco meno che nulla. Potevi vedere l’ingegno dell’uno messo al servizio degli altri. Potevi leggere in ogni singolo sguardo il netto bagliore della fiducia incondizionata per una pace futura.

Potevi toccare con mano il senso profondo di essere un essere umano.

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