Gli occhi lo seguivano.
Poi gli occhi non lo seguirono più perché non era rimasto niente da vedere.
Non avendo neanche occhi per piangere, si frugò sotto l’attillato giubbotto antiproiettile ed afferrando il proprio cuore, lo abbracciò a lungo, con trasporto.
Era ormai entrato con tutto sé stesso nella nuova dimensione.
Qualche giorno prima il giornale per il quale lavorava da molti anni, gli aveva proposto di organizzare un reportage in Medio Oriente. Avrebbe dovuto raggiungere il Libano e farsi portavoce del profondo disagio della popolazione causato in quei giorni dalla guerra.
Il reporter aveva accettato senza pensarci neanche un momento: era quella l’occasione che cercava da tempo per poter vedere con i propri occhi ciò che conosceva sommariamente, filtrato dai media a cui, sapeva, si doveva credere sempre col beneficio del dubbio.
Grazie a quell’incarico avrebbe potuto fotografare, filmare, commentare unicamente in nome della verità.
Non si sarebbe fatto abbindolare da allettanti promesse di lauti guadagni in cambio di narrazioni distorte di ciò che andava vedendo. No, lui non era quel tipo di persona, lui sentiva al contrario la sua attività come una vera e propria missione. Sentiva che soltanto la narrazione reale di ciò che vedeva e viveva, avrebbe potuto sollevare la necessaria indignazione per muovere gli animi e preparare così una possibile pace.
Si imbarcò quindi a Malpensa e dopo poche ore giunse all’aeroporto di Beirut, l’unico ancora operativo, posto a nove chilometri dalla capitale.
Persone in divisa e con il viso seminascosto da una sorta di mascherina/bavaglio lo accompagnarono con altre persone, ad un piccolo autobus dai vetri oscurati che dopo un’ora e mezza di traballante percorso per strade ignote e invisibili, lo depositò davanti all’ingresso di un albergo dai toni occidentali, un grattacielo di venti piani, che si ergeva risoluto su una spianata libera ai quattro venti, Da lì potevi scorgere in lontananza nuvole alte di fumo nero, bagliori improvvisi che poi si traducevano in alte fiamme indomabili, percepivi un acre odore di polvere, mescolato a quello del tanfo delle fogne sventrate, dei tanti morti rimasti ad attendere mani pietose a dare loro una tomba.
La camera si trovava all’ultimo piano, era ampia, accogliente, due pareti di spesso vetro, permettevano la vista dall’alto della città.
L’uomo si avvicinò al “belvedere” e chiuse istintivamente i suoi occhi: voleva tornare indietro nel tempo, quando, in pace, la città si adagiava sul mare con i suoi mille grattacieli svettanti interrotti qua e là da ampie chiazze di verde, i cedri svelavano gialli vibranti e liberavano un pungente dolce profumo. Poi, forte di questi ricordi, guardò la realtà del momento e rimase trafitto come se un coltello gli fosse entrato nel petto.
Non poteva aspettare, o pensare al riposo.
Indossò la precaria salvezza: il giubbotto con la sua identità – Press e l’elmetto.
Lasciato l’albergo a bordo di uno dei pochi taxi rimasti a disposizione degli ospiti dell’hotel, arrivò quasi nel centro della capitale, qui proseguì camminando dentro ad un mondo che subito gli parve un inferno dantesco. Ogni strada o piazza che fosse, era divelta, l’asfalto saltato aveva scavato voragini. Ai lati cumuli alti di macerie mescolate a brandelli di quelli che un tempo furono mobili o stoviglie.
Se alzava lo sguardo poteva osservare grattacieli sventrati, piegati, appoggiati ad altri giganti morenti. Polvere densa stringeva la gola e arrossava la vista.
Ma soprattutto sentiva frequenti lamenti che chissà da sotto quale maceria, imploravano aiuto.
Pianti alti di chi aveva da poco perduto un affetto, pianti sommessi di chi era ormai rassegnato.
E la fame descritta negli occhi sgranati dei tanti bambini che gli andavano incontro sperando…
Fu generoso con loro ,ma ben presto quel poco cibo che aveva portato con sé fu terminato così lui si sentì un ignobile umano incapace di portare soccorso ad un altro.
Procedette con il cuore gonfio di rabbia mista a tristezza finché la luce del giorno glielo permise e via via realizzava i suoi video, faceva le foto, commentava a caldo ciò che vedeva mentre spesso la voce tremava, l’immagine veniva sfocata perché la mano perdeva fermezza.
Il reporter procedette così in quell’immane macello comandando ai suoi occhi di seguirlo dovunque, di assecondare il suo desiderio di testimoniare, il suo imperativo di trasmettere al mondo l’orrore che stava vivendo, soltanto facendo così forse sarebbe finito il disastro, la pace sarebbe tornata trionfante.
«Dovete seguirmi, voi dovete guardare, non abbassate lo sguardo, è questo il nostro dovere: dobbiamo testimoniare, avete capito!? Non potete ignorare!»
Intanto un ronzio si faceva insistente, era un piccolo, stupido drone sostituto di chi, troppo vigliacco per svelarsi e sfidare lealmente il nemico, lo aveva caricato di morte sicura.
No, nessuno doveva sapere cosa stava accadendo, la distruzione doveva avvenire in silenzio, l’annientamento totale avrebbe aperto a breve le porte al più forte del mondo, ma tutto doveva succedere a sorpresa, senza che il globo prima sapesse a che prezzo: migliaia i civili annientati malvagiamente, l’ecosistema distrutto, la storia gloriosa di un popolo calpestata e negata.
Ma il reporter non volle capire e fu punito per questo.
Un bagliore, una fitta ad un fianco. Poi gli occhi non lo seguirono più.
Il suo reportage fece però il giro del mondo.