LA BALLERINA DI CANCAN

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Dopo la visita alla mostra su Toulouse Lautrec


A Parigi, nel 1895, Il quartiere di Montmartre era una
fucina di sogni, dove il fumo è l’odore di assenzio si
incrociavano al ritmo di musiche ora malinconiche, ora
sensuali, ora vivaci, ora tristi.
Le fredde luci a gas coprivano con un velo trasparente
il rosso sfacciato del Moulin Rouge. E proprio qui, ogni
sera, Élise detta La libellula, svolazzava a tempo di
cancan e riscuoteva un enorme successo.
Elise era nata in provincia, a circa ottanta chilometri
dalla capitale e fin da bambina aveva fatto la lavandaia, un mestiere subito con sofferenza da lei

MOULI ROUGE-LA GOULUE-LAUTREC.1891

come da tutte le altre giovani ragazze sue coetanee. La differenza fra Élise e le altre era tuttavia che mentre il sogno di tutte era trovare presto un compagno e avere dei figli, lei fantasticava su una vita futura simile a
quella che le offrivano i molti manifesti di Toulouse Lautrec, incollati sopra muri umidi lungo le strade. Si incantava Élise a vedere quelle signore vestite come regine, che sorridevano sempre ed erano circondate da distinti signori con monocolo e bastone da passeggio. Era un mondo fantastico che narrava una Parigi sempre in festa, tra luci e colori vibranti.
Il suo debutto avvenne per caso: l’impresario aveva urgenza di ritirare gli abiti di scena lavati perciò si era presentato di persona alla lavanderia. Aveva un aspetto affranto e quasi piangendo raccontò alla madre della giovane, che svelta ed esperta stava impacchettando i vestiti, la sua recente sventura: la prima ballerina se ne era andata reclamando una paga migliore mai ottenuta e lui, che oltretutto era sull’orlo della bancarotta, doveva immediatamente recuperarla, doveva correrle dietro e portarla nuovamente in scena la sera stessa, pena il fallimento della compagnia. Le avrebbe fatto credere di essere disposto a cedere alle sue richieste, si sarebbe finto addolorato e mortificato, la avrebbe adulata nelpiù caramelloso dei modi: era sicuro, lei ci sarebbe cascata ed avrebbe ripreso il lavoro.
A meno che…non avesse trovato una degna sostituta.
La ragazza aveva ascoltato il racconto seminascosta dietro una tinozza ricolma di lenzuola che ribollivano fumanti a bagno nel ranno.
Élise aveva immediatamente compreso che la sua unica occasione per realizzare i propri sogni era lì, davanti a lei, in quel momento.
Era stato così che incurante dei commenti che immediatamente serpeggiarono fra i presenti, Elise si era fatta avanti ballando sfacciatamente senza musica.
L’impresario era rimasto a bocca aperta: mai pensava che qualcuno potesse nascondere tanto talento.
Così Élise fu ingaggiata: mentre la prima ballerina in fuga cadde miseramente nell’oblio, iniziò la leggenda della Libellula.
Le aspettative erano davvero tante, ma no, non era quella la vita che Élise aveva
immaginato, si trattava al contrario, di una esistenza piena di sacrifici e rinunce: le prove nel pomeriggio in teatri gelidi, poi il trucco pesante con la biacca e il bistrò per far risaltare gli occhi sotto le luci della ribalta.
L’abbigliamento poi era come una gabbia: corpetto strettissimo, chilometri di pizzo nero e rosso che fasciava il corpo e un cappello piumato che pesava quanto i suoi pensieri Il Cancan non era solo un ballo; era una battaglia: richiedeva la forza di un atleta e il sorriso di un’ammaliatrice. Ogni calcio al cielo era una sfida alla gravità e alla morale borghese.
Eppure la ragazza si adattò subito a quel mondo che seppe immediatamente apprezzarla: Élise non sapeva cantare, ma sapeva sollevare la gonna di seta con una eleganza che mozzava il fiato. Per questo divenne il chiodo fisso di tanti ricchi signori che ogni sera le offrivano fiori, soldi, gioielli.
Ma Élise preferiva la compagnia dei poeti e dei pittori squattrinati che la ritraevano su tovaglioli di carta. La sua fama crebbe: il suo volto finì sulle scatole di biscotti che,
nonostante fossero scarsamente appetibili, andarono a ruba.
I giovani canterellavano i motivi delle sue danze.
Tuttavia, con l’arrivo del nuovo secolo e delle prime pellicole cinematografiche, l’interesse per il varietà iniziò a diminuire. Inoltre le gambe della donna cominciarono a sentire il peso delle mille serate, e il trucco non riusciva più a nascondere la stanchezza.
L’ultima esibizione di Élise non fu in un grande teatro, ma in una piccola brasserie poco lontano. Non c’erano più le grandi orchestre, solo un vecchio violinista. Ballò con lo stesso vigore di quando aveva diciotto anni, chiudendo con una spaccata perfetta mentre il pubblico, tutto maschile, batteva i bastoni sul pavimento di legno.
Uscì nel freddo di una notte parigina, si strinse nel suo cappotto di velluto consumato e guardò la Torre Eiffel in lontananza. Sapeva che le luci si stavano spegnendo sulla Belle Époque, ma sapeva anche di averne fatto parte, lasciando un’impronta luminosa sulle strade di Parigi.

Sorrise e per qualche istante sentì di essere simile ad una di quelle stelle
che brillavano in cielo.

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