L’aquilone di Rami

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Una vita appesa

La splendida città fenicia, nata autonoma e indipendente, ma incatenata poi alla terraferma dall’istmo di Alessandro Magno (presagio di sventura), si adagia superba sulla distesa azzurra del mare.

Il porto antico di Tiro è ancora là, immobile, mentre scruta, attento, le barche all’orizzonte come ai tempi andati dello splendore.

Nelle sue mura risuonano ancora le voci forti dei raccoglitori di quel colore intenso, la porpora, che nel tempo ha sottolineato la potenza in ogni angolo di mondo.

Ora però tutto è precario e il rosso del mollusco rimanda a quello del sangue di tanti innocenti.

Folli aggressori, che niente hanno di umano, stanno violando e offendendo   questo luogo culla di civiltà, colmo di storia.

Non rispettano niente: il nuovo, l’antico, le radici di tanta gente onesta ed imbelle.

Tutto è annientato con una furia folle che viene fomentata platealmente e non c’è nessuno che cerca di bloccarla, in un delirio collettivo che sta annientando il mondo.

Rami è un bambino di nove anni che vive in uno di quei palazzoni moderni a ridosso del porto. Il suo quartiere ha già subito dei danni a causa dei bombardamenti. Nessuno in quella zona può più attendere ai propri impegni di lavoro o di studio: tutto è sospeso, tutto dipende dall’arrivo a sorpresa o meno di un drone dal cielo, di navi, traghetti di morte, dal mare.

Niente pesca per il padre di Rami, nessuno più osa mollare gli ormeggi.

Calma piatta, silente, schiaccia il respiro.

La mamma di Rami, infermiera, ogni giorno racconta gli orrori di gambe o braccia spezzati, di medicinali che mancano, di abiti fatti a brandelli a sostituire le bende per tamponare così le ferite.

Quando torna, al mattino, dopo una notte trascorsa a ricucire ferite di anime e corpi, ha l’aspetto spettrale di chi ha vissuto accanto ai condannati dell’inferno dantesco, ma sorride con dolcezza alla propria famiglia, felice del fatto che nonostante lo scempio sussista.

Rami è spesso da solo, seduto sulle macerie. E’ un ragazzino intelligente, vivace, che ama trascorrere il proprio tempo costruendo aquiloni con pezzetti di stoffe finissime volate fin lì da chissà quale dove.

E’ diventato ormai abilissimo, così, sfruttando la brezza marina, lo trovi spesso a guidare nel cielo quel gioco innocente, sperando che salga sempre più in alto, schivando o meglio ignorando, i terribili droni.

Il ronzio sommesso, continuo, si trasforma per Rami in una nenia dolce e gentile, no, quel ronzio non è una minaccia per Rami, non è un’incombenza nefasta, il suo essere bimbo lo salva da ogni miseria a cui i grandi non sanno sfuggire: Quel rumore, per altri minaccia di morte, per lui è come una bolla che mentre lo avvolge lo salva.

Il padre talvolta lo scuote: «Non perderti sempre a giocare, vieni a darmi una mano, dobbiamo rimettere in sesto la casa, dobbiamo rifare la camera al nonno, quelle canaglie hanno distrutto ogni cosa!»

Rami allora obbedisce e riavvolge con cura quel filo dove è appesa la sua fanciullezza.

Ma ecco che un giorno il ronzio si avvicina, mentre improbabili uccelli di plastica e acciaio oscurano il cielo.

  • Non c’è tempo, bisogna fuggire, il disastro sta per scoppiare.

«E la mamma?» Urla Rami atterrito.

«E’ in ospedale, non colpiranno anche lì, si salverà, stai tranquillo. E vai a prendere il nonno» Risponde il padre. Il suo tono pare quello di una preghiera.

«Dai nonno, andiamo!»

«No, voglio restare nella mia casa, è solo un allarme, non succederà niente,

 Voi andate, andate …»

Partono mesti il padre col figlio, poi, dopo qualche minuto, alle loro spalle un boato.

Intorno tutto è crollato, eppure la casa di Rami, nonostante le molteplici crepe, sta lì, ancora in piedi mentre si lascia sfuggire le urla di chi imprigionato e ferito si sente perduto.

Il nonno di Rami è uno di quelli che chiedono aiuto, ma come salvare quell’uomo testardo?!

Urla, sirene, pianti alti o sommessi sottolineano l’immane tragedia a cui molti si stanno arrendendo. Ma non Rami.

Il suo aquilone sgargiante emerge ad un tratto impettito nel cielo, ormai sgombro da ogni vile nemico.

Il filo invisibile, manovrato con perizia infinita, conduce l’oggetto sul tetto di quel lembo di casa che sta a guardia del nonno, spaventato e ferito.

E’ un richiamo: da lontano i soccorritori comprendono e vanno diretti a salvare quell’uomo.

In ospedale la figlia lo attende sfinita, atterrita.

Dovrà ricucire anche quella personale ferita.

Nel gioco a chi sa seminare più morte, e riesce a rimanere impunito, nel gioco crudele di appendere vite ad un filo in nome di una insensata mania di potenza, quel sottile filo di nylon, gioco infantile, innocente, ha salvato una vita.

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