IL GUSTO DEL TATTO

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All’improvviso percepì come una forza dall’alto che la schiacciava a terra e le
impediva di reagire liberamente.
Annaspò a lungo con le braccia mentre gli occhi fissavano sbarrati un punto
non identificabile nel vuoto.
Eppure si trovava in una situazione di profonda rilassatezza, sprofondata nella
sua sedia a sdraio, col vento fresco di una bella giornata estiva che le lambiva
il volto proteso a contemplare lo straordinario azzurro del mare.
La distesa salata era impreziosita da inconsueti merletti bianchi di spuma che,
a distanza uguale, il mare stesso esibiva.
Era sola, appagata, in quello stato di grazia che si palesava ogni volta che
faceva ritorno in quel luogo.
Era quello l’ambiente ideale dove ritrovare sé stessa dove aprire il cervello e
lasciarlo libero di sciorinare i pensieri per troppo tempo tenuti a freno, nascosti
da contingenti realtà non sempre condivise appieno, ma comunque accettate
come protezione e difesa.
Quell’esistenza alternativa alla sua routine abituale, lei l’aveva attesa per mesi
e adesso si sentiva finalmente appagata.
Ma allora perché quell’angoscia improvvisa?
Ebbene, poco prima il suo corpo aveva vibrato per l’arrivo imprevisto di un’onda
che le aveva lambito le gambe all’altezza delle caviglie, riportandola, suo
malgrado, indietro nel tempo, quando il contatto d’altra natura, certamente più
umano, determinava la stessa reazione: un sottile piacere.
Da lì la sua testa aveva iniziato a vagare, ripercorrendo a ritroso, attraverso i
sussulti del corpo, quell’esperienza sublime che la portava ad un passo dal
cielo.
A lungo aveva gustato quel “déja vu” percependo distintamente l’andare lungo
la pelle del tocco dolce e lento, quello sfioramento delicato che procurava lo
stordimento piacevole, quel lasciarsi coccolare finché una lacrima tenera
sgorgava, testimoniando il suo appagamento.
Ma subito un’altra onda improvvisa l’aveva colpita di sorpresa, più forte,
maggiormente aggressiva, era stato come uno schiaffo che brutalmente
l’aveva svegliata.
Così aveva realizzato in un secondo che non era stato nient’altro che un desiderio
affiorato: quelle carezze, il piacere, erano un dolce ricordo, lei era sola.
Il tatto soltanto un senso dei cinque, un pensiero remoto , nient’altro se non il
bisogno imperante di ritornare da capo, la sensazione netta di sentire il bisogno
di essere ancora sfiorata, la tangibile consapevolezza che in fondo ancora
adesso era amata.
Così, con prostrazione profonda, si era fatta cosciente piombando in una
cocente desolazione.
Ora era immobile, privata di ogni capacità di reazione, atterrita e delusa.
La sveglia lanciò il suo richiamo alle sette: lei si alzò controvoglia, sudata, la
nottata era stata agitata sogni ora belli ora tristi avevano interrotto il riposo.
Una doccia veloce, colazione, vestirsi. Poi un bacio fugace al compagno che
ancora dormiva.
La vera vita era quella La notte un inganno.

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