IL PROGETTO CONTESO

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Una storia di prevaricazione , di bullismo

La riunione del Consiglio di Amministrazione dello stabilimento di Alta Moda si era riunito da meno di mezz’ora, ma già si percepiva la soddisfazione unanime dei membri nell’ascoltare la descrizione del nuovo progetto da parte del boss. «Da ora in poi le nostre vendite saranno triplicate , spazieremo in ogni angolo del globo terrestre grazie all’impiego della mia nuova creazione, una semplice app che permetterà a qualunque acquirente, di qualsiasi parte del mondo, di acquistare da noi dopo aver potuto toccare la stoffa, saggiare la reazione del lavaggio in lavatrice, all’asciugatura con centrifuga, all’impatto ambientale; chiunque sapràin tempo reale il numero dei propri clienti interessati all’acquisto, conoscendo quindi in
anticipo, l’entità dei propri profitti».
A tali affermazioni, era seguita una vera e propria ovazione, dal vice capo al più giovane degli operai, tutti applaudivano il loro magnifico capo. Soltanto uno, nella fila di fondo, non si era unito alla celebrazione, se ne stava in silenzio, occhi abbassati, labbra serrate con forza come a voler trattenere parole troppo taglienti per essere sfoderate, argomenti talmente mordenti, da dover essere tenuti a guinzaglio.
Due ore prima soltanto quell’uomo aveva incontrato l’imprenditore adesso osannato da tutti.
L’impiegato aveva richiesto il colloquio perché, dopo tanto studiare, aveva messo a punto una nuova applicazione in grado di aumentare notevolmente i profitti dello stabilimento, arricchendo quindi, oltre al padrone, anche tutte le maestranze. Era entusiasta, felice e speranzoso in una gratifica quale premio per la propria invenzione che riteneva meritatissimo data la competenza dimostrata.
Purtroppo le aspettative si erano dimostrate vane. Il superiore, con un ampio sorriso, gli aveva strappato il progetto di mano, invitandolo a non farne parola con nessuno di quella sua idea, altrimenti avrebbe perduto il lavoro. «Lei caro signore, è soltanto uno strumento qua dentro, non ha niente di umano, eccetto la bocca con cui mangiare, la sua sopravvivenza sta nelle mie mani e se le sta a cuore la miserabile vita che ha, se ancora le serve l’elemosina che le faccio ogni giorno, deve soltanto tacere, ha inteso? TACERE!»
«Ma io…» «SILENZIO!»
L’impiegato aveva chinato la testa e mordendosi il labbro inferiore, si era umilmente zittito.
Gli serviva davvero quello stipendio, non poteva reagire, dare sfogo all’impulso di inveire a gran voce, rivendicando i propri diritti.
Non poteva perché a casa non era da solo: il figlio piccolo, la moglie con un lavoro precario, l’affitto…Tutte ragioni per una resa incondizionata.
Concitato, il cervello ragionava col cuore …e se avesse venduto il progetto senza mostrarlo al suo capo? Avrebbe fatto di certo bei soldi, avrebbe appianato i suoi debiti, avrebbe comprato una casa…Avrebbe, avrebbe, avrebbe… Già e l’attaccamento all’azienda? Il rispetto per il suo capo? Dove li mettiamo? E se tutto fosse stata illusione? Se la app che ha messo a punto si fosse rivelata un clamoroso buco nell’acqua?
No, non esistevano compromessi, l’unica cosa giusta da fare era soccombere pur di
mantenere il lavoro, anche a costo di non avere più stima di sé.
Così, alla stessa maniera di un cane, che bastonato dal proprio padrone, ancora lo ama elo segue, l’impiegato si era seduto là in fondo ad ascoltare in silenzio l’apprezzamento per quel magistrale lavoro che ormai apparteneva soltanto al suo capo.
In tasca, accanto al ritratto dei membri della propria famiglia, un mucchietto di pagine strappate da un libro e assai stropicciate: da tempo la mano sudata le tormentava in un gesto di rabbia repressa.
Poi, come un lampo che squarcia improvviso l’azzurro del cielo…
“Ciò che non si comprende non si possiede” così afferma Goethe” -Urlò l’uomo alzandosi repentinamente in piedi.
Nella sala riunioni calò il gelo. Tutti si voltarono verso di lui con espressione interlocutoria.
Il boss lo fissava con occhi sgranati che sprizzavano fuoco, ma la sua mano tremava
lasciando vibrare visibilmente quel plico di fogli di cui si era appropriato e il cui contenuto non avrebbe mai saputo spiegare. Sudava freddo mentre imprecava, le guance infiammate, lo rendevano un buffo fantoccio.
Gli astanti si domandarono se l’impiegato avesse bevuto o fosse impazzito così
cominciarono a fare domande. Fu così che l’eloquio dell’impiegato esondò come un fiume in piena descrivendo e spiegando per filo e per segno la propria invenzione. Confessò pure l’indegno sopruso che aveva dovuto subire.
L’imprenditore stava a sentire in sbigottito silenzio finché, incalzato da tutti, ammise il proprio bullismo.
Fu obbligato a dire ogni cosa, se non voleva che il CDA lo destituisse all’istante.
L’impiegato appose così, fra gli applausi scroscianti, la propria firma in calce al progetto ma non pretese la promozione.
Da quel giorno chiese soltanto rispetto.
Il boss continuò a possedere l’azienda, ma nessuno lo definì più “padrone”.
Da quel giorno le decisioni le prendeva il Consiglio a capo del quale fu messo l’intelligente, gentile impiegato.

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