ODORI DI UNA VITA

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L’olfatto mi riporta all’infanzia

Gli odori seguivano, rassicuranti, l’alternarsi delle stagioni, secondo un ritmo lento, ripetitivo.

Profumi che mi prendevano per mano e mi guidavano nel mio esplorare la vita.

Autunno, la cartella di cuoio usciva dalla custodia di cotone felpato, cucita l’anno precedente da mani esperte e premurose. E mi riempiva le narici di quell’odore aspro forte che preludeva alla scuola. Era quello il momento di addentrarmi, finalmente, in quel forziere di tesori che volevo far miei: entravo trepidante nella cartoleria, dove il naso veniva stuzzicato dall’inchiostro pungente, mescolato all’odore del legno trafitto da miriadi di grafiti colorate. E poi la cellulosa si offriva attraverso candidi fogli bianchi in cui volentieri mi sarei tuffata. Autunno era anche l’odore di castagne bollite dentro il pentolone della nonna, dei semi del finocchio selvatico raccolti ai piedi del muretto dell’orto. Erano effluvi dolci, che preludevano all’impegno, alla consapevolezza. di un anno nuovo tutto da esplorare.

L’inverno arrivava a grandi passi pesanti dentro gli scarponcini di cuoio dall’aroma vellutato di cera misto a quello della pelle conciata.  Arrivava con la naftalina adesso finalmente liberata dai sacchi bianchi oppure trasparenti, di nylon, custodi per mesi di cappotti e maglioni.

Ma il bello dell’inverno era il Natale che si preannunciava con l’odore resinoso degli abeti tagliati che avvertivi in strada e che, in casa, si intensificava al punto di bruciarti gli occhi. Uno di quei giganti, sarebbe stato onorato a breve con gli addobbi più belli.

Il cuore mi batteva forte in quei giorni di attesa, intanto per le stanze, si diffondevano aromi consueti: il brodo, il ragù, l’impasto dei crostini, la crema pasticcera e la cioccolata densa per il goloso dolce della festa.

E si arrivava infreddoliti mani e piedi ,ma con i cuori caldi, al mese di febbraio con quell’aroma di vaniglia festoso, steso placidamente su cenci e schiacciate fatti a mano da una nonna sapiente.

Era quello il modo di prepararsi all’accoglienza, col sorriso, della dolce primavera.

Un sentore di pulito pervadeva la casa: sapone di Marsiglia, varechina, cera d’api purissima. Mi crogiolavo placida in quell’odore di nuovo e mi scoprivo a correre spensierata, nei campi verdi e umidi dell’erba appena nata. Il naso gocciolava per i tanti profumi che si accalcavano con prepotenza alle narici.

Era un profondo godimento.

Ecco però che subito, arrivava l’estate.

Tendine bianche, inamidate, profumavano le stanze di quella sostanza appiccicosa che le rendeva dure, diventando così scudo inattaccabile da un sole inclemente. Era il periodo della verdura fresca che sapeva di orto, dell’aroma dolciastro della pommarola. L’estate era quel profumo intenso del bosco resinoso e fresco dove mi rifugiavo e quello dei pinoli spaccati con un sasso sullo scalino di casa, poi divorati con gusto. 

Era il ricordo di un desiderio covato per lunghi mesi che si esaudiva adesso con l’appiccicoso profumo della salsedine frizzante che mi trovavo finalmente addosso.

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