LA FATICA DEL RITORNO

…Non sembrava vero, non pareva possibile: ero di nuovo a casa, nella mia amata città, Prato.

Finalmente! Finalmente!

Ma perché tutti mi voltavano le spalle? Perché se dicevo quel nome, “Ebensee”, tutti scappavano?

Me ne ero andato un giorno da quei luoghi, per la soffiata viscida di un italiano come me, però con le stellette. E dire che mi conosceva bene, era un amico di famiglia!

Quel disumano essere mi aveva visto nascere, sapeva bene che ero stato un figlio della lupa e poi balilla e avanguardista. A scuola mi comportavo bene, seguivo le regole del gioco: partecipavo ai saggi ginnici, mi alzavo in piedi quando parlava Mussolini e lavoravo con il mio babbo il vasto campo per ottenere in grande quantità quel biondo grano che era la ricchezza dell’Italia e mi sentivo pure un patriota!

Ciononostante non ero un fascista, non ero niente, ero soltanto uno che si adeguava al momento contingente, seguivo il detto del babbo “sto co’ frati e zappo l’orto” anche perché ero ancora un ragazzo meno che diciottenne.

Finita la scuola dell’obbligo, la quinta elementare, trovai un impiego in una fabbrica di stoffe, come tanti altri pratesi. La paga era adeguata, io non mi lamentavo…

Perciò quel quattro marzo del ’44, quando anche noi di Prato ci unimmo alle proteste nate nel nord, nel leggendario triangolo industriale, io mi aggregai alla massa, pur senza possederne l’ideale.

Quel giorno, libero da impegni, con i miei 17 anni frizzanti e spensierati, gironzolavo fischiettando per il centro della mia città, quando m’imbattei in un repubblichino accompagnato dall’amico della mia famiglia. Quello mi chiese i documenti, mi guardò fisso per un attimo, fece un gesto d’intesa al suo compare e poi mi ammanettò.

Venni condotto alla fortezza bianca dove trovai altri ragazzi come me e uomini un po’ più adulti, tutti operai.

Si sentì dire che per la volontà di quel fanatico tedesco ormai nemico, ma sempre saldamente in casa, si doveva venire deportati per evitare disordini ulteriori.

Così ci ritrovammo dentro il convento delle Leopoldine, in piazza Santa Maria Novella poi (saremo stati più di un centinaio), fummo stipati in un convoglio bestiame che recava all’esterno un grande cartello “operai volontari per la Germania”, prima di tante beffe ben più feroci.

Dopo tre giorni e quattro notti in cui ho pianto pensando alle sofferenze delle bestie che vanno al macello, arrivammo.

La disumanizzazione fu feroce, immediata: senza capelli, con qualche cencio addosso, un numero marchiato a fuoco e poi quel contrassegno rosso che non capivo.

Eravamo più di novecento noi italiani e ad Ebensee fummo annientati in molti. Ci odiavano i tedeschi perché italiani, ci odiavano gli italiani che ci pensavano fascisti.

Ero un ragazzo forte così venni spedito insieme ad altri in una galleria senz’aria e senza luce, a scavare il nascondiglio per costruire missili destinati alla follia di quella guerra oscena.

Fu lì che vidi la disperazione di chi, stremato, veniva annientato. Ero atterrito e ce la misi tutta per sopravvivere a quella distruzione e nello stesso tempo mi donavo a gli altri. Quando un mio caro amico, che non parlava nemmeno la mia lingua, non potette camminare più per tutte quelle piaghe infette dei suoi piedi, io me lo caricavo sulle spalle e lo portavo e riportavo avanti e indietro insieme a secchi carichi di pietre, facendo il suo lavoro insieme al mio. Lui mi confidò il segreto per la sopravvivenza: se ti sentivi svenire dalla fame, potevi succhiare sotto lingua un pezzettino di catrame, quell’elemento solido usato in galleria per costruire i missili. La cosa mi sembrò folle, ma lo ringraziai.

In quell’anno vidi morire tanti concittadini, chi a bastonate, chi sbranato da un cane, chi con una fucilata in testa.

Io, nonostante seguissi i consigli del mio amico, e vi aggiungessi tutto quello che trovavo fra i rifiuti delle SS e i loro cani, piano piano perdevo tutte le mie forze, fino a ridurmi di ventotto chili.

Ma la mia forza d’animo era spropositata ed affrontavo indomito ogni angheria. Cercavo di alienarmi da quella realtà malvagia, pensando al mio Paese, alla mia mamma, alla ragazza che mi piaceva tanto, finché non giunse il giorno inaspettato.

 Il sei di maggio del ’45 si aprirono i cancelli, potevo andare!

E non sembrava vero.

Con solo tre dei tanti compaesani con i quali ero partito, m’incamminai e ritornammo a Prato.

Mi aspettavo la contentezza, gli abbracci, le lacrime di gioia, invece calò il gelo. “Perché sei solo tu quello che è ritornato e mio fratello e mio marito e mio padre e il mio amato? Perché soltanto tu, ti sei venduto vero? Hai visto i nostri cari almeno, sai dirci dove sono adesso?”

Io me ne stavo come un cane bastonato, non volevo svelare quelle morti anche se lo sapevo che sbagliavo.

Ma mi facevano pietà quelle persone così fingevo di aver perso i contatti con quei pratesi malauguratamente noti e piano piano venni emarginato. Non vollero sapere nemmeno che cosa avevo passato, tacciandomi di falso, di egocentrico, di visionario. Così la sera, in piazza ci ritrovavamo in tre, seduti sotto il fontanone a chiederci: -Perché non vogliono sapere?

Solo più tardi capimmo che avevano paura di questa realtà turpe che testimoniavamo. Una malvagità così non la comprendi, ti devi abituare piano piano.

E piano piano, dopo le prime notizie da lontano, hanno iniziato a chiedermi, a indagare allora mi sono liberato di tutto il mio fardello che portavo addosso servendomi di me come l’esempio che non dev’esser replicato, trasmettendo a loro il testimone, per non dimenticare mai quegli anni di passione, affinché siano forti per arginare ogni tentativo di prevaricazione.

Avevano compreso i miei concittadini, che da quel momento in poi furono sempre attivi contro qualunque forma di discriminazione e di violenza.

Qualcuno tornò con me a rivedere i luoghi dell’inferno e rimase ammutolito, incredulo, scioccato.

Eppure, fra tutte le atrocità passate troneggia sfavillante anche un ricordo bello: la bambina bionda (figlia di quel gerarca che un giorno mi utilizzò nella sua villa), mi vide triste e macilento, le feci pena e fu così che mi donò sorridendo una caramella: Il gusto era sublime, fui per quell’attimo come nel paradiso.

Non mi pareva vero!

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