UN QUADRO COME UN VOLTO RACCONTA: INTRECCI DI STORIE AL PASSARE DEL TEMPO

LA VECCHIA

Mi trovavo a Venezia per un giro turistico della bella città, avevo pochi giorni a disposizione per cui dovetti programmare la mia visita con molta cura, cercando di scartare il meno possibile e inserendo invece ciò che di quella città non poteva assolutamente non essere visitato. Fra le mie tappe inclusi perciò senza alcun dubbio, le Gallerie dell’Accademia, dedicando loro un intero pomeriggio.

Sapevo che custodivano tesori preziosi di grandi maestri del passato: Tintoretto, Tiziano, Canaletto, Giorgione, Carpaccio e molti altri ancora. Pittori che ho sempre amato moltissimo, ma dei quali, pur vivendo in una città d’arte come Firenze, non avevo visto granché dal vero.

La bella struttura settecentesca mi accolse dunque in tutto il suo bianco splendore in una rara fredda ma assolata mattina di tarda primavera. Iniziai con uno sguardo al piano terreno dove potetti ammirare opere relativamente recenti dato che coprivano un periodo di tempo dal 1600 alla fine del 1800. Le apprezzai molto, ma lo scopo principale della mia visita era quello di vedere dal vero le pitture del ‘400 e del’500 con gli autori che ne seppero fissare l’essenza per sempre attraverso i loro capolavori.

Eccomi dunque al primo piano: immediatamente vengo rapita dalla visione del politico dell’incoronazione della Vergine del Veneziano.

L’ampio trono della madonna spicca sullo sfondo del cielo stellato, e sembra fatto apposta per accogliere Cristo e sua madre vestiti con sontuosi abiti di seta. Poi lo splendore degli angeli tutti intorno pronti a suonare musiche celestiali. Il contorno con la vita di Cristo e di San Francesco, rappresentano la cornice ideale per questo capolavoro.

Inebriata, mi appresto a percorrere le altre sale: Bellini, Piero della Francesca, Bosch con le sue Visioni dell’aldilà.

Che emozione!

Ma eccomi giunta nella sala numero otto.

Questo ambiente è dedicato al grande Giorgione, l’originale pittore nato a Castelfranco Veneto nel 1476, geniale sperimentatore di tecniche nuove per quei tempi, come azzardarsi a eliminare il disegno preparatorio di un dipinto e utilizzare soltanto il colore per dare espressione ai suoi volti, per rendere al meglio la profondità di un luogo, o di un ambiente qualunque.

Do una visione d’insieme, guardo estasiata lo squarcio del lampo ne La tempesta, m’intenerisco di fronte al bambino in collo alla vergine.

Che immediatezza, che impatto!

 Ma poi il mio sguardo è attirato da un olio su tela, non molto grande, un po’ scuro, sul quale campeggia una donna nel suo mezzo busto.

E’ una anziana signora, porta un vestito a scollo rotondo che lascia ampiamente nudo il collo. Sulla spalla sinistra ha uno scialle con delle lunghe frange. L’abito è di un colore ocra scuro, a maniche lunghe, dallo scollo emerge il lembo bianco di una camicia che sta sotto l’abito.

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I capelli, grigi e scomposti, sono in parte coperti   da una morbida cuffia bianca che ricade dietro alla testa. Si vede bene che si tratta di una persona anziana, per le molte rughe, gli occhi infossati, le labbra spente, come il colore dei capelli tendenti a un bianco giallastro. Pare fissarmi, infondendomi un certo rispettoso timore. Nell’osservarla meglio, mi accorgo che un’altra caratteristica denota l’avanzata età del soggetto: dalla bocca semiaperta si notano i denti consumati dal tempo. Pare che la donna sia sofferente e rassegnata. Anche quella mano sul seno, come dire mea culpa, mi fa pensare a un disagio. E poi cos’ha nella mano?

Osservo con attenzione: un fazzoletto o una pagina bianca stretta fra il palmo e il seno, reca una scritta: “Col tempo”.

Vuol essere un monito? Oppure un presagio?

Sicuramente è il ritratto di una popolana– Penso fra me -Ma perché quelle parole?

Quel volto mi attira, lo scruto, si stabilisce un contatto, la vecchia comincia a narrare…

-Sono la madre di Zorzi, il mio figlio adorato, Forse voi lo chiamate Giorgione, sì proprio lui, quel bravo pittore, davvero un portento! veniamo entrambi da Castelfranco, vicino a Treviso.

Lui si trasferì a Venezia che era ancora un ragazzo, ma di me si ricordava sempre e tornava a trovarmi con i suoi amici più cari: Leonardo, il Bellini…Tutti bravi pittori come lui, tutti richiesti dai nobili più in vista: Giorgio ha imparato tanto da Leonardo, ma poi è diventato il più bravo di tutti, il più richiesto. E dire che siamo gente semplice, servitori fedeli della Serenissima e del Doge. Però siamo stati soprattutto devoti a chi ci faceva lavorare nei suoi terreni e ci ha permesso di mangiare ogni giorno. I nostri padroni erano i Barbarello, non so se è giunta notizia a voi posteri di questa onorata e ricca famiglia. Che bravissime persone! Ci trattavano bene, non esigevano mai tutto il raccolto, ci lasciavano il latte e a volte anche un poco di carne e il vino e l’olio quando l’annata era buona Noi vivevamo in due stanzucce modeste con un grande camino per scaldarci d’inverno. era tutta di pietra la nostra casa: i muri, il pavimento, perfino il tetto era di pietra, grigio dovunque.

Ma Zorzi la rese più bella col suo tocco geniale: dipinse tutta una stanza con un bellissimo fregio astrologico che rappresentava le Arti liberali e quelle meccaniche, per me fu un bellissimo dono, ogni giorno mi incantavo a guardarlo pensando a quanto fosse geniale mio figlio! Ci credo che poi tutti i nobili veneziani lo chiamassero a corte per qualche affresco, o per un ritratto!

Tu qui mi vedi così come lui vedeva la sua mamma, con l’esperienza del tempo sulle spalle, anziana, saggia donna che con la sua esperienza può insegnare tante cose – Continuò la vecchia. -Sapessi che tempi erano i nostri, pieni d’insidie, di pericoli, accadimenti misteriosi.

Per una subalterna come ero io, la vita dipendeva unicamente dai padroni: potevi finire sfruttata fino alla morte o, come successe a me, incontrare persone buone e sopravvivere con dignità.

Certo non ho mai avuto la pelle bianca come la mia padrona, non sono mai stata ben in carne come lei che poteva ostentare con orgoglio il suo florido seno, però ho sempre cercato di essere pulita e ordinata, proprio come lei; la mia biancheria ha sempre spiccato di un candore assoluto dalle fessure degli abiti, esattamente come quella della mia signora!

In fondo sono stata a lungo felice: avevo accumulato una bella dote lavorando in fattoria fin da quando ero ancora bambina e così mi aggiudicai un buon marito che mi ha sempre rispettata. Insieme abbiamo avuto sette figli, quasi tutti sani e forti, tranne due che sono morti quando ancora li allattavo. Come ho detto prima i nostri padroni erano brava gente e non ci mancava niente. Io fui nutrice di molti loro rampolli e quando crebbero ebbi comunque la possibilità di rimanere come governante Poi mio marito è morto per colpa di un maledetto calcio che gli sferrò l’asina che voleva mungere.

Fu la mia condanna: da allora dovetti lavorare anche per la sua parte se non volevo che i miei figli morissero. Così il mio corpo si modificò sotto il peso delle cose che trasportavo sulle spalle, con il duro lavoro nei campi o nelle stalle a governare e a mungere asine e mucche.

La pelle si scurì e ben presto si formarono rughe dovunque, benché avessi poco più che trent’anni.

Tuttavia ero contenta di accudire così i miei figli e il lavoro non mi pesava vedendoli crescere sani e forti. Poi crebbero e così potetti mandare le mie quattro femmine a servizio di ricche famiglie per farsi la dote mentre i maschi cominciarono a darmi una mano. Non tutti però, Zorzi era diverso, lui amava dipingere fin da bambino, fu per questo che dopo che ebbe dipinto la Pala per il nostro Duomo, qui in paese, ebbe talmente tanti elogi dal parroco e io tante sollecitazioni da quell’illustre uomo di chiesa, che lo mandai a bottega in Venezia a imparare per bene il mestiere di artista. Purtroppo così mi privai delle sue braccia forti, del suo aiuto, ma fu una gioia immensa per me sapere che si faceva onore.

Fu uno dei tanti nobili della splendida Venezia che ordinò a mio figlio un dipinto che rappresentasse la dignità e la saggezza degli esseri umani da anziani. Quando la loro vita è ormai costellata dalle mille esperienze che hanno firmato il proprio passaggio con rughe più o meno profonde, quello è il momento della saggezza, è il tempo di fare da esempio a chi, giovane, deve ancora scoprire tanti perché della vita.

Quello è il mio momento fissato in questo quadro, sono grata al mio Zorzi che mi scelse come modella.

E’ con questa scelta che Giorgio h dimostrato di capire tutto il valore delle mie fatiche, ha saputo raccogliere l’amore che gli ho dato, ha visto in me la donna dignitosa che sfida fiera ogni difficoltà, che non conosce riposo pur di far crescere al meglio i propri figli.

Nel tempo questo mio ritratto è stato tenuto da vari padroni e ciascuno mi ha amato. Purtroppo però qualcuno ha voluto mettere mano sul lavoro di Giorgio in modo sbagliato, volendo vedere in me una sgradevole vecchia che mette paura. Mi hanno scurito, hanno aggiunto rughe di troppo, hanno fatto sparire la pace dal volto. Poi la guerra mi ha tenuta nascosta per anni dentro un cassone. Ho dovuto aspettare il tuo tempo per rivedere di nuovo la luce, per essere presa e curata da mani amorose che mi hanno ridato la luce che volle il mio Giorgio.

So che ancora, nonostante le cure, posso sembrare un po’ triste, sciupata dal tempo, a disagio, ma è soltanto la prima impressione, in realtà simboleggio il vero valore della vita dell’uomo che non sta nella pelle tirata o nelle labbra carnose, ma risiede nel dedicare il tempo che è dato per donarti con ogni energia a quello in cui credi, per la cura di ciò e di chi ti circonda, per poter dire fiera a te stessa “Ho dato importanza alla vita”.

Rasserenata e appagata salutai quella dolce matura signora e ripresi più consapevole, il mio cammino.

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