RINATI

La grande villa era stata ormai dolorosamente abbandonata da diversi giorni, i suoi occupanti si erano rifugiati nei sotterranei di un edificio sicuro, nella speranza che quegli orribili strumenti di morte esplodessero invano.

Trascorsero giorni e giorni nel buio delle cantine con le pareti di pietra umida che trasudava un odore caldo di muffa. Ogni tanto sentivi un boato, intravedevi un bagliore, percepivi un odore acre di fumo.

Si veniva a sapere qualche notizia di cosa stava succedendo là fuori da chi, giornalmente, recapitava i viveri, mezzi preziosi di sussistenza.

Il nemico, ormai in ritirata, infieriva sulla città, distruggendo le parti più belle e preziose. I ponti non c’erano più, i viali, le case, i palazzi erano stati distrutti.

Ogni volta col pane e altro cibo indispensabile per la sopravvivenza dei tanti sepolti, ma vivi, arrivava qualche notizia sull’ultima mossa del nostro nemico e si gioiva sovente dell’impresa andata a buon fine dei partigiani, uomini e donne come tutti, ma dallo straordinario coraggio.

Era quasi la fine di agosto quando un fragore fece tremare il soffitto sopra la testa e una polvere bianca invase il nascondiglio strapieno: bambini piangenti furono stretti da abbracci amorosi di donne atterrite, qualcuno pregava, qualche altro imprecava.

Il giorno seguente si seppe la triste notizia: Campo di Marte era stato distrutto.

Ora il nemico stava minando la strada che calpestava, indietreggiando sempre di più, e seminando purtroppo altra morte.

Passarono ancora moltissimi giorni perché quel supplizio potesse aver fine.

Poi arrivò la notizia più attesa: i tedeschi se n’erano andati, si poteva tornare all’aperto, si poteva di nuovo vedere la luce.

Decine e decine di corpi smagriti dai volti solcati da occhiaie profonde, dai capelli scomposti, con gli occhi sbarrati, riemersero dai sotterranei, anime vive salvate grazie al loro sepolcro.

A passi lenti tornarono verso le case dentro la grande villa che per tutto quel tempo aveva sfidato gli attacchi, aveva subito ferite profonde in molte sue parti, ma aveva retto all’offesa.

All’interno era tutto un disastro: mobili a pezzi, materassi sfondati, resti di cibo, escrementi.

Rimasero senza parole.

Poi esplose all’unisono un unico suono, una voce decisa:

Siamo vivi, eppure adesso dobbiamo nascere ancora, ricominciamo! Facciamo tutto daccapo!

Si rimboccarono dunque le maniche ed iniziarono una nuova esistenza preparando le basi salde e sicure per noi che saremmo venuti nel loro futuro, noi, la società del presente, proprio quella che oggi, grazie a quei valorosi viviamo.

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