IL TEMPO DELLA MEMORIA



SAlVADOR DALI’
“THE PERSISTENCE OF MEMORY” 1931
   

Il vecchio lupo di mare girovagava ormai da dieci anni intorno a quella scogliera incastonata nella regione dell’Algarve. Era approdato in quel luogo estremo, dove il Portogallo saluta le coste settentrionali dell’Africa, una notte di fine estate, quasi senza vita, con il corpo ed il viso graffiati, la salsedine raggrumata sulla pelle e i pochi vestiti ridotti a brandelli. Il peschereccio già carico di sardine su cui l’uomo si era imbarcato la sera prima, come ad ogni tramonto di ogni santo giorno, aveva fatto naufragio. Era stata una tempesta improvvisa che si era manifestata a sorpresa nel bel mezzo di una notte placida, con un cielo stracolmo di stelle e la luna piena che illuminava la rotta come non mai. Ma quella volta, si era alzato un vento inatteso sul lato di destra che aveva preso di sorpresa il timoniere facendogli perdere il controllo dell’imbarcazione. Il vento soffiava sempre più forte e la nave, non più governata, si era impennata da prua facendo rotolare i barili pieni di pesce e disperdendoli sul pavimento di legno ruvido. Subito dopo, da improvvisi nuvoloni neri, si rovesciarono fiumi di acqua che spinsero la poppa sempre più sotto il limitare del mare, finché il peschereccio non scomparve nei flutti per la sua metà posteriore, mentre da prua guardava la luna.

Poi una luce squarciò la notte, accompagnata da un rombo assordante, e in un attimo la nave andò in fiamme.

Gli otto uomini che si trovavano a bordo, avevano fatto appena in tempo a gettarsi nelle acque gelide dell’Atlantico, chi potette, si aggrappò ai barili ormai privi di pesce, altri a rami e pezzi di legno che la tempesta aveva trasportato Intorno al relitto.

Per alcuni lunghi minuti potevi vedere volti dagli occhi sbarrati, braccia tese a chiedere aiuto, una scarpa, un berretto, il sughero dell’ultima bottiglia di vino appena consumato che galleggiavano sulle onde come eseguissero una danza frenetica.

Dopo il silenzio.

All’alba la tempesta si era allontanata borbottando improperi per dover lasciare il passo ad una rassicurante bonaccia.

Sul pelo dell’acqua giacevano gli innumerevoli rottami del vecchio, glorioso peschereccio distrutto.

Nel naufragio erano scomparsi sette degli otto pescatori che erano usciti quella notte.

Lui, l’unico superstite, aveva lottato con le correnti avverse per due giorni e due notti, aggrappato alla spalliera di quella che era stata una panca della sua cara barca. Si era ferito a una gamba e alla testa sbattendo contro rottami e rocce taglienti e sfruttando l’acqua salata stessa come disinfettante dei tagli.

Su quella sabbia giallo oro ci si era ritrovato senza sapere come: solo, in quella distesa abbagliante e calda con indosso soltanto la camicia a brandelli e il grosso orologio da collo, che ancora gli penzolava sul petto.

Durante i primi tempi della sua permanenza, unico essere umano in una natura ancora primitiva e selvaggia, si era attaccato a quell’ oggetto che lo legava alla propria vita passata e tanto fece che riuscì a rimetterlo a posto. Pensava così di mantenere un legame e una continuità con il suo passato, di riuscire a non interrompere quel filo invisibile che guida le abitudini e giustifica i ricordi.

Durante i primi due anni trascorsi su quel lembo di terra sperduta, Romolo, questo il nome del vecchio lupo di mare, era sopravvissuto mangiando crostacei, vongole e mitili, arrostendo muggini e sardine su falò improvvisati con rametti di qualche raro arbusto risecchito che appariva qua e là. Intanto quell’ orologio che aveva salvato dai flutti, scandiva il suo tempo. Grazie a quella cosa unica e sola che gli era rimasta, sapeva perfettamente in quale anno si fosse, in quale stagione, in che mese, settimana, giorno. Vedeva con certezza scorrere il tempo e conteggiava il proprio invecchiamento progressivo riuscendo perfino a soffrirne come qualunque altro essere umano. Era triste o felice se rispettivamente si avvicinava l’inverno o era imminente l’estate.

L’orologio fu per anni il suo unico amico, parlava con lui, ci scherzava, talvolta se rimaneva un po’ indietro, lo brontolava. Era un modello a carica con il pomello in metallo cromato color similoro. Aveva forma ovale con le lancette nere come neri erano i numeri apposti in rilievo dentro la cassa dal vetro bombato. Semplice, utile oggetto che ogni marinaio portava con sé ad ogni battuta di pesca notturna.

Infatti dopo ben quattro anni, durante una delle sue immersioni a caccia di pesce fresco, vide luccicare sul fondo melmoso qualcosa che gli parve subito familiare: c’erano due oggetti ovali, entrambi con un pomello sulla parte superiore, erano pieni di alghe, uno col vetro scheggiato, ma si trattava sicuramente di due orologi simili al suo, di certo appartenuti ai suoi amici scomparsi anni addietro.

Romolo afferrò con cura i due orologi sollevando una nuvola densa di sabbia e li depose su un brandello di vela bianca che utilizzava solitamente per stendersi al sole. Erano identici al suo, soltanto che il colore era argento.

Furono necessari mesi e mesi di lavoro per far ripartire anche quei due orologi, ma fu un tempo ben speso per Romolo che attraverso i due oggetti riviveva le placide notti a pescare con i suoi cari amici. Che emozione quando la rete saliva stracolma e brillava d’argento guizzante sotto la luna! Che meraviglia starsene insieme sotto coperta a mangiare pane e cipolla e a bere dell’ottimo vino! E quale grande soddisfazione quando all’alba rientravano fieri ed allestivano insieme il banchetto del pesce più fresco e più sano che si potesse trovare nel porto.

Per molti altri anni il ticchettio ritmico dei tre orologi aveva accompagnato la vita del naufrago che da quando si trovava lì non aveva mai più incontrato anima viva, tuttavia non era solo perché a fargli compagnia c’erano le molteplici specie animali con molte delle quali aveva stretto una speciale amicizia: la cicogna bianca, il falco pellegrino, il martin pescatore… All’imbrunire arrivava il pipistrello d’acqua, alleato formidabile per sbarazzarsi delle noiose zanzare. Ciascun animale dialogava con lui in uno speciale dialetto e raccontava avventure vissute volando in qualche luogo lontano. Romolo, fantasticando, ascoltava rapito.

Intanto il tempo passava preciso e con mutamento costante, scandito dal tic tac sempiterno che ancora legava quell’uomo al passato.

Il luogo era spesso ventoso, tanto che non era permesso alle piante di crescere alte, ce n’erano soltanto di basse, a ridosso del terreno spesso riarso. Ad aprile poi si compiva il miracolo: macchie di giallo intenso coloravano il suolo: segno di primavera inoltrata come avevano scandito i tre orologi all’unisono. E Romolo sapeva che stava scadendo l’ennesimo anno in quel luogo. Durante tutto quel tempo così singolare ed intenso, la speranza, mai persa, di riabbracciare qualche compagno disperso in quella notte lontana, si andava sbiadendo.

Fu in quella mattina del decimo anno che una barchetta approdò nel piccolo golfo sotto gli scogli. L’uomo era intento a cercare rametti ormai secchi per cucinare alla fiamma il suo ennesimo piatto di pesce e non si accorse subito dell’ospite.

Quando Romolo lo vide, rimase di sasso: dall’imbarcazione era appena sceso un bell’uomo abbronzato, dagli occhi neri sorridenti che lo scrutavano con un’intensità che metteva a disagio. La barba e i capelli grigi denotavano un’età abbastanza matura. I muscoli e le mani grosse e callose testimoniavano una intensa attività lavorativa a contatto col mare.

Aveva al collo un orologio ovale color similoro.

Romolo gli chiese il nome.

-Mi chiamo Romolo- Rispose quello.

Il naufrago comprese in quell’attimo, dopo che aveva vagato un decennio col cuore rivolto al passato, che era giunto il momento di dare un taglio ai ricordi. Poteva e doveva  pensare di nuovo al domani.

Abbandonò gli orologi sotto il sole cocente: uno appeso al ramo secco di un arbusto sfinito e intarsiato su un tavolaccio di legno strappato alle onde, gli altri vicini. Uno sul tavolo improvvisato, l’altro sulla bianca vela, disteso.

Con il sé ritrovato, Romolo si sedette a gambe incrociate a poca distanza dal mare e in silenzio contemplò quel paesaggio incantato.

Sotto una volta affrescata di azzurro intenso, c’era una striscia di luce fra il giallo e il rosato, a nascondere il sole ancora per poco.

L’acqua del mare era calma ed esalava una cortina di bianco vapore che si spalmava sotto quella dorata. A destra le imponenti scogliere riflettevano il tutto, assumendo un aspetto abbagliante come metallo prezioso, rimanevano assai scure all’interno, svelando così la loro morfologia sinuosa ed aspra, interrotta da frequenti fratture per lungo. Più in basso una piccola roccia ricolma di guano spiccava di bianco.

La sabbia davanti era ancora scurita dall’ombra notturna, soltanto proprio sotto gli scogli già ne brillava uno spicchio.

Al levare del sole quell’uomo che aveva incontrato di nuovo sé stesso, risalì sulla barca con cui era arrivato e si avvio nuovamente per mare.

Sulla spiaggia deserta lasciò tutto il suo vissuto: un orologio in similoro e due di falso argento che

andavano sfocando, nel liquefarsi della loro forma ovale, ogni pensiero legato al passato.

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