MARIO SCRIVE…

Ci incontrammo in un freddo pomeriggio invernale presso la cioccolateria Rivoire di piazza Signoria.

Incrociammo appena lo sguardo attraverso il vapore denso delle rispettive tazze di cioccolata calda, il tempo di sorbire quella bevanda dolce e dal profumo avvolgente era stato sufficiente per definire vicendevolmente chi avevamo davanti.

Dopo pochi minuti uscimmo entrambi dal locale salutandoci garbatamente con un cenno del capo e un mezzo sorriso sulle labbra.

Sono passati molti anni da quando avvenne questo incontro, ma dentro me resta ancora vivo il ricordo di quell’uomo così inaspettatamente interessante.

Oggi come sempre, controllo la posta che immancabilmente mi sommerge ogni giorno: bollette, inviti, avvisi di scadenze e tanta pubblicità. Pur se controvoglia, apro ed esamino con cura ogni tipo di missiva ricevuto: lacero la busta, scorro velocemente il contenuto, cestino una volta su due.

Questa volta però mi soffermo curiosa su un inaspettato biglietto corredato da una foto che mi riporta a lui.

In tre fitte pagine scritte a mano mi racconta di sé e della sua vita.

Meravigliata e felice mi siedo comoda sul mio divano e scorro con cura quell’esistenza.

Qui dove vivo, mi scrive, è già primavera inoltrata, le zagare riempiono del loro formidabile odore ogni angolo di questa terra. I fichi d’india rallegrano con diversi colori di fiori l’ambiente che mi circonda.

Mi informa che fa già molto caldo e che lì si sta in maniche di camicia. I finestroni dell’ufficio nel quale lavora rimangono spalancati fin dal primo mattino permettendo così alla brezza marina di penetrare nell’ambiente ricolmo di macchine fotografiche, obbiettivi, molteplici filtri, computer, carte speciali…

Mario è un fotografo freelance che solitamente va in giro per il mondo alla ricerca di scoop: situazioni, persone, animali da fotografare cogliendo “l’istante” che poi rivende a periodici e riviste. Adesso col problema del virus, è bloccato in Sicilia, è da lì che mi scrive.

 La foto che mi allega alla lettera conferma il ricordo di lui. Un uomo dalla pelle olivastra, abbronzata, occhi scurissimi, piccoli e penetranti, adatti a scrutare, a scovare elementi nascosti, abituati a tirar fuori le caratteristiche migliori o peggiori di un individuo, a cogliere l’azione istantanea, la più idonea per narrare un evento.

 Potrà avere ormai una cinquantina d’anni anche se, forse a causa del vizio del fumo, vedo che ha il volto cosparso di molteplici rughe che lo fanno sembrare più vecchio.

 Ha fisico asciutto e dinoccolato cui ben si adatta l’abbigliamento sportivo che, come affermò lui stesso, gli calza a pennello. Qui osservo che indossa una giacca di lino su camicia blu sbottonata e pantaloni anch’essi di lino azzurrino. In testa ha una lobbia di paglia con fascia blu notte. Quest’outfit mi sorprende non poco, avendolo visto la prima volta a Firenze con una giacca pesante di tweed, sciarpone rosso e pantaloni a coste di velluto verde militare – Abbigliamento appunto alquanto sportivo, un po’ vintage magari, ma non certamente del genere raffinato elegante com’è quello che adesso esibisce. Dichiaro immediatamente il mio dissenso, ma lui pare sorpreso della mia reazione e mi fissa altero, con supponenza anche se sotto sotto noto un vago sorriso.  Così aveva fatto quel giorno a Firenze fissandomi attraverso la cortina del dolce vapore. Col sospetto che l’uomo che mi ha inviato la lettera non sia più esattamente lo stesso che ho conosciuto, mi accingo a leggere quello che scrive.

Mario racconta che la settimana scorsa, stava bighellonando con la Leica a tracolla per le strade di Palermo e che per placare la sua sete, si era appena fermato davanti al carrettino variopinto di un venditore di granite di frutta dall’invitante nome di “Grattatella all’antica”. A un tratto dall’angolo alle spalle del venditore aveva visto spuntare una bella signora elegante che sventolandosi con un giornale si dirigeva verso di lui con gli occhi stralunati e la fronte imperlata di sudore.

Il soggetto era davvero invitante così Mario ha caricato la Leica, messo a fuoco aggiustando il telemetro, scattata la foto.

Si sarebbe aspettato un reclamo, la reazione rabbiosa per quel ritratto rubato, ma la signora ha fatto finta di niente, gli è passata accanto di corsa e non lo ha degnato nemmeno di uno sguardo sfuggente.

Lui c’è rimasto di sasso. Ha girato i tacchi e se n’è andato interdetto.

Giunto in ufficio ha scaricato sul computer la foto appena scattata. In primo piano c’era il faccione rotondo della signora. Si notavano gli occhi molto truccati con il rimmel sbavato sugli angoli esterni; la pelle lucida, priva di rughe, era cosparsa di abbondante sudore su cui si appiccicavano i riccioli neri che ricadevano sulla fronte. Il rossetto spiccava scompostamente sulle labbra socchiuse, ansimanti. La donna guardava nel vuoto e pareva atterrita.

A quel punto Mario racconta di essersi incuriosito e di aver voluto indagare più a fondo sul motivo per cui quella donna gli si era parata davanti in quelle condizioni.

Ha allora ispezionato più attentamente lo sfondo della fotografia ingrandendolo e cercando di mettere a fuoco altri dettagli inizialmente sfocati.

Si vedeva che la donna proveniva da una di quelle stradine strette del centro storico di Palermo fra via Rapisardi e via Vann’Antò. Ai lati il bianco sporco di vecchie case un tempo signorili, ma ormai decadute.

Allargando ancora lo zoom Mario si é accorto di un tipo a bordo di una bicicletta sgangherata che pedalava velocissimo in contromano e che aveva fra le dita qualcosa di molto luccicante, piccolo, indefinibile.

Mario mi racconta di non essersi dato pace finché non è riuscito ad individuare l’identità di quell’oggetto.

C’era voluta una intera notte e l’utilizzo di filtri speciali per giungere finalmente alla giusta identificazione.

La “cosa” altro non era che una lussuosa collana d’oro con un pendente di purissima acqua marina.

Mentre leggo ricordo che quando il mio ospite si presentò, ci tenne a confidarmi di essere un tipo molto caparbio, ostinato nel voler far sempre chiarezza su tutto.

Sì questo è lui, mi dico convinta.

Proseguo nella lettura.

Soddisfatto e orgoglioso di quello che avevo scoperto dalla mia foto, la mattina seguente – dice Mario- mi sono recato al giornale locale di questa città per vendere l’esclusiva di quello che davo sicuro per rapina aggravata ai danni di quella signora.

Dice che appena entrato si era accorto di un gran fermento in redazione perché dal vicino posto di polizia era arrivata notizia di un furto in una gioielleria situata in una strada del centro: una collana d’oro con pendente di acqua marina del valore di migliaia di euro. Sicuramente i malviventi erano due, infatti qualcuno dal balcone di casa li aveva visti fuggire dopo il colpo, uno con una bicicletta sgangherata e l’altro, forse una donna, correndo a piedi. Il proprietario del negozio aveva avuto un malore e era stato portato al pronto soccorso.

I cronisti stavano scrivendo il pezzo in quel momento e già pregustavano il successo di quell’articolo di malavita locale.

Ma certo non pensavano che di lì a poco sarebbero stati loro a risolvere il caso – GRAZIE A ME – scrive Mario in grassetto maiuscolo sottolineato.

Mario infatti aveva capito al volo il nesso fra la sua foto e il fatto di cui era venuto a conoscenza.

Così non aveva fatto altro che vendere l’immagine corredata degli ingrandimenti giusti per riconoscere gli autori de furto, incassando il giusto compenso.  Ma la soddisfazione maggiore era stata per lui quando era stato lodato pubblicamente, a mezzo stampa dal vicequestore in persona.

Beh, sono contenta per te – penso sinceramente compiaciuta – Non mi ero sbagliata sul tuo conto, sei un uomo curioso, arguto, pignolo, la tua intelligenza è vivace.

 E bravo il mio Mario!

La lettera continua con riflessioni sulle opportunità che può offrirti anche il luogo dove sei nato e che tu puoi aver demonizzato in passato.

Mi confida che dopo aver peregrinato per il mondo in lungo e in largo in cerca di “emozioni” da fissare in uno scatto, adesso sente che la vera emozione risiede nell’afferrare le peculiarità del luogo in cui si vive e che perciò conosciamo bene.

Non trovi anche tu che non importa andar lontano per stupirsi ogni giorno? Non pensi che sia dentro di noi la molla per vedere con sorpresa ed emozione quello ci circonda? – chiede Mario.

  • Certo, sono d’accordo, condivido.

La conclusione della lettera mi stupisce.

Mario mi invita, se voglio e posso, a trasferirmi giù con lui a Palermo.  Mi dice che devo farlo solo se fino a lì ho condiviso le sue idee, soltanto se posso stimare un tipo puntiglioso, pieno di sé come lui, uno che non lascia mai niente al caso e che va sempre in giro con la sua fida Leica per non perdersi mai nemmeno un attimo di questa vita che scorre.

Ci penso solo un attimo: Quel distinto signore che incrociai a Firenze dentro una cioccolateria è tornato.

Rispondo alla sua lettera con una mia: “Caro Mario, sono felice di averti ritrovato tale e quale a com’eri. Arrivo a breve.

Un bacio”.

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