Cercando il bandolo di sé

L’OSSERVAZIONE DELL’’OPERA DI JENNY SAVILLE RIPORTA ALLA MENTE LA VITA DI UNA DONNA VISSUTA FRA IL 1908 E IL 1942. FU SCRITTRICE, GIORNALISTA, FOTOGRAFA. DI RICCA FAMIGLIA SVIZZERA, RINUNCIO’ A TUTTE LE COMODITA’ PER ANDARE ALLA RICERCA DI SE’ STESSA , AFFRONTANDO CONTINUI DISAGI E INCOMPRENSIONI.

La ragazza era nata a Zurigo da una famiglia assai benestante ed aveva vissuto l’infanzia in una grande villa a soli venti minuti dalle cascate del Reno.

L’abitazione si trovava precisamente in Steim Amrhein, un affascinante borgo con le case in legno dipinto, nella regione di Sciaffusa, lì dove il lago di Costanza e il Reno si uniscono.

La famiglia di Marianna, chiusa e tradizionalista, vantava origini antiche che avevano visto ben tre secoli addietro il capostipite, operaio in una fabbrica di birra, liberarsi dalla subalternità grazie al proprio ingegno e alla sua innata capacità imprenditoriale; l’uomo aveva poi replicato in figli e nipoti le proprie caratteristiche facendo sì che la famiglia divenisse una delle più ricche, fiorenti e conosciute di tutta la Svizzera in virtù delle numerose ed  affermate fabbriche di filati in suo possesso.

Marianna aveva così vissuto i primi vent’anni della propria vita fra balie e maggiordomi, aveva frequentato il più esclusivo collegio del luogo diplomandosi a pieni voti.

Una volta laureata in Lettere moderne, aveva ricevuto in dono dal padre un’auto nuova rosso fiammante, simbolo di conquistata autonomia personale.

Adesso la ragazza viveva a Berlino, così come era di prassi fra le ricche “rampolle” fresche di studi: andare a farsi le ossa lontano da casa per poi ritornare appagate e pronte ad apprezzare ancor più di prima le consuetudini antiche del proprio ambiente d’origine.

Marianna si era ritrovata così catapultata in un mondo sconosciuto che le appariva come un grande circo con evidenti dicotomie fra gente ricca, frequentatrice di locali dove si mangiavano ostriche e si beveva champagne e gente senza un soldo in tasca, avvezza ad attendere le prime luci dell’alba dopo una notte insonne a bere alcolici da un pub all’altro, a cercare l’amore nei vicoli sudici e scuri dei quella città misteriosa.

Marianna si gettò a capofitto in qualunque esperienza: si era adeguata al jet set spendendo fortune in vestiti e gioielli, partecipando a noiose conversazioni con tronfie signore, agghindate con perle e pietre preziose, profumate di Dior o Chanel.

Altre volte era uscita per strada la notte incontrando pittori, scrittori, imbonitori saggi ma purtroppo incompresi; aveva bevuto con loro grandi bicchieri di birra scadente, aveva provato a fumare e a iniettarsi sostanze alienanti.

I primi anni di vita a Berlino erano trascorsi così: osservando, vivendo, soppesando esperienze passate e esperienze attuali: Talvolta tornava in famiglia dove subiva ogni volta di più quel clima di perbenismo borghese in cui ricadeva e dove era oggetto di critiche feroci per quell’aspetto un poco selvaggio che amava mostrare, vestita con abiti acquistati al mercato, un po’ spettinata con l’odore della sua stessa pelle.

Intanto si appassionava sempre più alla scrittura, incoraggiata dalla coppia di amici già autori affermati, Erika e Klaus, figli del grande Mann. La penna percorreva il film variegato che Marianna vedeva ogni giorno ed attestava senza ombra di dubbio il suo pensiero sul mondo descritto: panorama desolato di un mondo falso e corrotto, fragile, stupido, insulso. Un mondo diviso in piani distinti dove la cruda realtà di tutte le umane miserie annaspava nelle luride fogne calpestate da automi ricchi e saccenti.

Il romanzo d’esordio fu insomma un’accusa profonda ai suoi primi venticinque anni di vita e il trionfo del contestatario anticonformismo che l’aveva avviluppata a Berlino.

Fu quella prima pubblicazione, finanziata dalla propria famiglia, a tagliare per sempre i rapporti col suo mondo ovattato: i contenuti trasgressivi del romanzo di Marianna avevano ferito gli aristocratici genitori che ligi al loro codice di comportamento allontanarono per sempre la figlia.

Lei pur con un certo dolore, era libera finalmente.

Cominciò in questa fase della sua vita a coltivare i mille interessi che aveva. Grazie ai guadagni come scrittrice, si concesse un lungo viaggio in Oriente aggregandosi ad una spedizione archeologica. Qui incontrò anche colui che l’avrebbe allontanata per sempre dalle sue origini: un francese che una volta sposato, le consentì di ottenere il passaporto diplomatico in cambio del suo.

Lui era un uomo bello ma vuoto, che non le si opponeva mai, che si accontentava sempre, docile, accomodante, sottomesso.

Inappagata, lei se ne andò in cerca di esperienze nuove ed esaltanti: altri uomini, donne, canne e siringhe.

L’anticonformista ragazza svizzera era ancora una volta, dopo già mille avventure, perennemente alla ricerca di sé stessa, in una realtà quanto lei disorientata, dove imperava il razzismo, dove il nazismo nasceva, dove la guerra era imminente.

Con un’amica fidata affrontò il viaggio più folle: Ginevra Kabul a bordo di un’auto con pochi bagagli e la voglia di nuove scoperte. Registrò tracce copiose dell’impresa, centinaia di foto, testimonianze di un mondo che sarebbe scomparso entro breve.

Ancora più breve fu la sua vita. L’inquieta esistenza di Marianna, terminò dopo poco più che trent’anni cadendo dal pacifico mezzo a due ruote che usava quando passeggiando nella sua ritrovata Ginevra, cercava ancora con puntigliosa testardaggine sé stessa.

Aveva trascorso una vita completa a cercare la donna che era. Si era perduta in mezzo ad un groviglio di volti e di corpi simili a matasse di lana annodate fra loro.

La via per l’uscita non l’aveva conosciuta, ma la sua traccia solida e profonda persiste vivida e replicata nella vita incerta di altre mille persone.

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