… Giocando con i binomi fantastici

gatto/frigo

TUTTA COLPA DELL’ISTINTO

Amedeo era un attempato micione di famiglia. Vestiva un folto pelo nero, lucido e profumato grazie alle assidue cure della solerte padrona.

Amava trascorrere il tempo mollemente adagiato su un’antica poltrona ricoperta di velluto rosso condividendo con l’umana compagna le amate telenovelas che la sua padrona seguiva puntualmente fra le 15 e le 20 di ogni sera.

Amedeo era curato e nutrito con tutte le attenzioni, amato come il più caro dei figli dalla propria padrona e tutto gli era permesso, compresa qualche scappatella ogni sei mesi con quella bella micia certosina che viveva al terzo piano e che lo aveva reso padre.

C’era soltanto un piccolo divieto, una sciocchezza: GLI ERA NEGATO L’INGRESSO IN CUCINA.

Per il suo bene, s’intende! Perché avrebbe potuto trovare sul pavimento qualche avanzo tossico per il suo stomaco delicato, o affinché non rischiasse di scottarsi una zampina toccando magari per errore qualche cibo appena cotto…

Certo, lui questo lo capiva, così si accontentava di sbirciare con sguardo sornione nella stanza proibita, abbandonandosi al dolce stordimento dei soavi profumi di prelibati cibi magicamente esalati da pentoloni giganti.

Gatto felice, appagato?

Solo apparentemente.

Un bel giorno lo spirito felino di Amedeo s’impose prepotentemente.

Così quella coscetta di pollo avanzata e posta nel frigo che ne rilasciava l’effluvio ad ogni apertura, diventò un irresistibile richiamo, imperativo per un gatto onorato!

E’ proprio una questione di principio – pensava il felino – perché abbandonare così, in quel luogo freddo ed inospitale tutto quel ben di Dio!?

Detto fatto: alla prima apertura del gelato forziere, Amedeo si introdusse circospetto senza che la padrona se ne accorgesse.

Dei di tutto l’Egitto che freddo da morire! Il pelo soffice si trasformò all’istante in un irto bruschino, i baffi divennero un mazzolino di stalattiti taglienti.

La zampa di Amedeo, ad una spanna dal pollo, restò immobilizzata, il coraggioso micione venne costretto ad una coercitiva convivenza col suo agognato cibo, entrambi nello stesso scrigno di trasparente gelo.

Solo al mattino la signora scoprì il misfatto e inorridita afferrò quel cubo anomalo poi, credendo di far bene, lo gettò nell’acqua di un pentolone sopra il fuoco acceso.

Amedeo schizzò via lanciando alti ululati, La padrona intervenne prontamente, lo asciugò lo coccolò, lo curò nonostante il misfatto che il suo pupillo aveva combinato.

D’altra parte quello che era successo era stata soltanto colpa sua: non era stata attenta a chi passasse nei dintorni quando aveva aperto il frigo.

Povero, povero Amedeo com’era stato sfortunato!

Lui, ruffiano e subdolo, quatto quatto si acciambellò di nuovo sulla sua poltrona ed iniziò a sognare.…

Solo nel sonno si capiva da un lieve fremere delle sue vibrisse, che stava rivivendo ad occhi chiusi l’avventura come un incubo agghiacciante.

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