SBARCO AD ARRET

La navicella toccò la superficie solida dopo un viaggio durato dieci lunghi anni.

Il terreno in quel punto era soffice, di un colore giallo brillante e sicuramente privo di umidità, dal momento che all’impatto con il veicolo spaziale aveva rilasciato una fitta nuvola di polvere.

I tre astronauti scesero con circospezione uno dopo l’altro, in silenzio, indagando attentamente l’ambiente intorno a loro.

Per un raggio di circa trecento metri il paesaggio appariva piatto, uniforme sia come colore che come consistenza del terreno: finemente granulare, soffice al contatto, piacevolmente tiepido.

In lontananza si scorgevano i profili arrotondati di colline tutte uguali, sulla sommità delle quali si innalzavano singolari sfere trasparenti sostenute da paletti di un materiale anch’esso lucido, forse metallo. Ogni sfera rifletteva un’immagine, ma da quella distanza era impossibile capire di cosa in realtà si trattasse.

Cautamente gli astronauti mossero qualche passo allontanandosi di alcuni metri dal loro veicolo: i cuori dentro le tute battevano forte mentre il fiato offuscava di umidità la visiera dello scafandro, segno di tensione profonda.

Poi l’ansia si tramutò in terrore, quando una schiera di esseri del tutto simili a degli umani, si materializzarono ad un tratto e vennero avanti verso i tre esploratori camminando sulle mani con grande agilità. L’impulso sarebbe stato quello di voltarsi e riguadagnare la loro inviolabile navicella dal portellone blindato, ma lo stupore incollò i piedi degli astronauti a quel terreno simile a sabbia: il gruppo degli strani individui era teleguidato da veicoli a quattro ruote che interagendo fra loro, facevano sì che ogni individuo si muovesse senza interferire su gli altri, aumentandone la velocità o diminuendola, dirigendolo a destra o a sinistra, arrestandolo.  

Il singolare gruppo si dispose in cerchio intorno agli esterrefatti esploratori, ormai ammutoliti e impietriti dall’emozione.

Benvenuti ad Arret amici stranieri, da ora in poi sarete dei nostri e tutto ciò che ci appartiene sarà anche vostro.

Se vorrete seguirci vi mostreremo il nostro mondo e non temete, vi sentirete a casa!

L’astronauta più anziano, capitano del trio, incrociò per un attimo lo sguardo dei compagni che lasciava intuire la tempesta di sentimenti che in quel momento essi stavano vivendo: paura, entusiasmo, ritrosia, curiosità, ma da ciascuno sguardo emergeva anche inequivocabile e netta la caratteristica che li accomunava: il grande coraggio.

Fu così che il capitano si sentì di accettare l’invito dei suoi ospiti, pur consapevole di andare incontro all’ignoto.

Con grande gentilezza gli astronauti furono invitati a salire su un veicolo simile alle nostre automobili, ma senza l’autista e in cui si viaggiava a capo in giù: la posizione si rivelò subito paradossalmente assai comoda. La “macchina” si mise da sola in movimento, dirigendosi verso le colline che parevano piuttosto lontane, mentre gli esseri che camminavano sulle mani, erano stati disposti in corteo dalle vetture che li guidavano, così da formare una sorta di processione.

Il viaggio durò molte ore attraverso paesaggi sempre diversi, imbattendosi in spettacoli paradossali, con il sapore di una realtà conosciuta, ma diversa da quella usuale, avvolta in un mistero inspiegabile, tuttavia suggestiva, ammaliante, quasi invidiabile per i tre sbalorditi terrestri.

Bastarono pochi chilometri per imbattersi in una natura rigogliosa dove il verde intenso degli alberi e l’azzurro dei vari torrenti facevano da sfondo ai mille toni del rosso, del giallo, del viola, del bianco che rilasciavano fiori dal profumo assai intenso. Poteva sembrare normale, ma i tre viaggiavano con la testa rivolta verso il terreno ed i piedi sul cielo. Così ogni tanto si illuminava il cammino: era la luce brillante di miriadi di stelle che rendevano inutile l’uso dei fari.

 Frattanto alle spalle delle colline si vide distintamente un fascio di luci dai colori dell’arcobaleno che, rifranti sulle tute spaziali dei tre esploratori, le rendevano abito farsesco da Arlecchino: erano stelle cadenti, illuminate dai raggi del sole che stava nascendo. Anche tutto il paesaggio dintorno diventò variopinto cosicché la visione di quello scenario placò l’ansia infondendo un senso dolce di appagamento.

Arrivarono a un luogo dove “crescevano” grattacieli in mezzo alle stelle, talmente alti da sfiorare il terreno.

Benarrivati nel cuore pulsante di Arret –esclamò prontamente uno dei tanti individui del luogo (forse era il capo). Qui viviamo in grande armonia, lavoriamo, rinnoviamo al meglio le risorse di questo nostro ambiente, coltiviamo la pace, dividiamo equamente le cose che abbiamo.

Sapete – continuò l’alieno – ci abbiamo messo centinaia di anni per costruire questo nostro mondo, prima vivevamo nel caos più completo, ci odiavamo, sfruttavamo senza misura le nostre risorse…Finché qualcuno osservò che stavamo sbagliando e che avremmo dovuto ricominciare tutto da capo, ma nessuno sapeva come fare. Decidemmo allora di copiare qualche altro mondo vicino a noi, un mondo che avesse le stesse caratteristiche del nostro, ma che fosse nettamente migliore di noi, più ordinato, più buono, e dal quale avremmo potuto imparare.

Fu così che ci venne l’idea di costruire quelle grandi lenti convesse che potete vedere là in cima alle colline e con le quali ci mettemmo a osservare i Terrestri.

-Ah, quindi ci spiavate a nostra insaputa! – tuonò il capitano dell’astronave. – Avete carpito i nostri segreti, ciò che per noi era più intimo e caro!  Subirete un processo per questo, lo giuro!

-No, no amico straniero, aspetta un momento, noi non abbiamo spiato o rubato, ma soltanto osservato ciò che era visibile a tutti. Da noi non esiste il concetto di “offesa” o quello di “male” ed è proprio osservandovi che  abbiamo imparato il rispetto per l’altro.

I Terrestri perplessi, si scambiarono uno sguardo disorientato, poi stringendosi nelle spalle, accolsero l’invito degli alieni e li seguirono nell’esplorazione di quello strano mondo.

I primi grattacieli sulla destra della strada che stavano percorrendo, spiccavano in mezzo a gli altri per i colori brillanti con i quali erano stati dipinti:  

– Sono le abitazioni degli immigrati che arrivano da noi giornalmente da pianeti dispersi nell’Universo; quando sbarcano  sono affamati, stanchi, spesso ammalati, ma qui da noi trovano subito un rifugio sicuro, un alloggio accogliente, un lavoro. Sono migliaia e ne attendiamo con gioia sempre di più.

– Ma come fate a diventare sempre più numerosi, senza subire qualche carenza di cibo o di energia, senza che a qualcuno venga a mancare il lavoro, o lo spazio vitale?! – Domandò uno dei Terrestri stupito.

Beh, siete voi che ce lo avete insegnato, intanto il nostro motto è RICICLIAMO e poi è la Natura che ci porge una mano.

Vedete le auto che abbiamo? Sembrano di plastica vero? Ma sono fatte con una lega di canapa e soia e poi non vanno a benzina, che inquina, ma al distillato di canapa. E’ un vostro conterraneo che ce lo ha insegnato, un certo Henry Ford, che aveva pensato negli anni ’40 terrestri ad unire l’industria all’agricoltura, così da recuperare gli scarti di quest’ultima per produrre materiale ecologico, leggero, ma più forte dell’acciaio e del tutto biodegradabile nel terreno. Sono auto speciali, tecnologicamente avanzate che ci guidano, non sono guidate, così il nostro fisico non si atrofizza, fa movimento, ovviamente tutto è già programmato da noi, proprio come vogliamo.

Il petrolio di cui disponiamo in grande abbondanza, lo lasciamo dov’è, a decine di metri sotto il deserto che sfruttiamo invece come pista per l’atterraggio di tutti i veicoli che provengono da ogni parte dell’Universo.

Noi naturalmente abbiamo applicato il principio di quel carburante anche al riscaldamento domestico e ai macchinari industriali. In questo modo respiriamo anche un’aria pulita, salubre, che ci permette di vivere a lungo e in salute.

Qui c’è lavoro per tutti, ciascuno produce per l’altro, ognuno ha bisogno dell’altro, non esiste la prevaricazione, non esiste concetto di accumulare denaro per arricchire sé stesso.

Più siamo più ci aiutiamo, qui ci consideriamo tutti allo stesso livello pur con mansioni diverse, anche se ciascuno proviene da un mondo a sé stante, con usanze e credenze dissimili.

-Ma avete mai sperimentato la guerra? Avete mai visto uccidere un uomo? – Intervenne il capo degli astronauti – Avrete anche voi dei dissidi, dei problemi di territorio o di incomprensione fra ideologie o religioni diverse.

L’abitante dello strano pianeta rispose sorpreso:

Guerre? Dissidi? Abbiamo imparato da tempo che non esistono queste parole! Il nostro pianeta è di tutti e tutti quanti ci amiamo. E’ vero ciascuno può avere un concetto diverso su chi possa essere l’artefice primo di tutto il bello che insieme viviamo: questo è un dato di fatto che arricchisce ciascuno di noi di nuove esperienze e che certamente non ci divide né ci  mette in contrasto. Ma perché mi hai fatto quella domanda, non è così anche da voi? Qua da noi è un concetto assodato quello di vivere in pace fraterna, nel rispetto di tutti e di tutto. Questo ci ha svelato da tempo la lente che osserva la Terra.

– Beh certo, è così… Interloquì l’astronauta imbarazzato. Poi continuò:

. Immagino che abbiate bandito le armi, che le prigioni per voi siano un ricordo lontano…

-Abbiamo un museo dove teniamo fucili e cannoni di un tempo remoto, quando sciocchi e immaturi, credevamo nel bieco potere conseguito grazie all’annientamento dell’altro. Ci portiamo i nostri bambini affinché sappiano come siamo stati capaci di essere e si impegnino per non tornare indietro mai più. Le prigioni? No un tempo le avevamo, ma adesso al loro posto potete ammirare splendide scuole con immensi giardini.

Questo ci avete insegnato voi dalla Terra, Giusto? Non è forse proprio così?

I tre astronauti, ingegneri spaziali, non potevano credere ai loro orecchi: quello era il luogo ideale, il posto dove da sempre avrebbero voluto vivere, era lì che speravano con tutta l’anima  di rimanere, ma in cuor loro sapevano anche che non poteva essere  quella la realtà da accettare.

Occorreva indagare.

Intanto ai loro piedi le stelle, ormai alte nel cielo, illuminarono appieno i dolci profili delle colline mettendo a fuoco le lenti giganti che svettavano lungo il crinale.

Si trattava di lenti convesse che registravano tutto al contrario.

Ecco svelato il mistero.

Non serviva indagare, tutto adesso era chiaro!

Ma a questo punto che fare?

Spiegare tutto a gli alieni e poi ripartire? Svelare loro una Terra dove l’umanità è ingiusta, cattiva e che piano piano sta distruggendo sé stessa? che non si vergogna dei crimini che commette ogni giorno, che continua a sfornare armi sempre più micidiali?

Gli astronauti si consultarono ancora una volta con lo sguardo protetto dallo scafandro di vetro e ci fu subito una tacita intesa: Da quel momento avrebbero camminato per sempre a testa in giù, sui sentieri del cielo stellato, illusi ma anche  protetti dalle lenti convesse di Arret , quelle lenti speciali che dall’alto delle colline, avrebbero continuato a narrare il buono e il bello che da noi sulla Terra, è un’impensabile utopia e che soltanto in quella parte remota dell’Universo, è possibile trovare.

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