LETTERA AL PADRE PEDRO DI NAPOLI. RACCONTO LA MIA FIRENZE.

Padre carissimo,
sono ormai lunghi anni che non Vi vedo, la passione per Voi si fa sempre più intensa.
Vi penso ogni giorno e il mio più grande desiderio è quello di potervi riabbracciare almeno un’altra volta nella vita.
La mia esistenza qui a Firenze scorre tranquilla. Cosimo e davvero un buon marito e un buon padre e anche se spesso è assente per i molti incarichi militari, sa come lasciare la sua amorevole impronta nel mio cuore e in quello dei nostri bambini.
E’ vero quello che dice sua madre, lui è proprio come suo padre Giovanni: esperto a maneggiare le armi, bravissimo condottiero, ma in più ha un cuore grande per la propria famiglia.
Per questo io lo amo.
Per questo mi sento felice nonostante mi manchino il sole ed il mare di Napoli, nonostante i frequenti dolori alla schiena e questa tosse stizzosa che la notte non mi dà tregua.
Vi dissi già che abitavo in via Larga? Ebbene, quella dimora l’abbiamo lasciata perché troppo angusta, inadatta alla nostra numerosa famiglia.
Adesso sto in un palazzo maestoso, dalla possente torre di pietra, con tante stanze grandi e accoglienti.
Peccato che manchi un po’ l’aria!
In verità ci sarebbe un luogo ancora migliore che forse un giorno potremo abitare. Si tratta del vecchio palazzo dei Pitti che ha annesso un immenso terreno collinare. Vi informo che è mia intenzione acquistarlo e ingrandirlo; Nei miei sogni c’è l’ampliamento e l’abbellimento di quel terreno fino a renderlo il giardino più ricco e bello di tutta Firenze.
Grazie mio venerabile padre, per la dote cospicua che mi avete donato e che sto facendo fruttare nel miglior modo che posso.
Cosimo d’altra parte, mi accorda piena fiducia nel gestire il patrimonio che abbiamo, così io investo il denaro in tutto ciò che può celebrare il nostro nome glorioso, il Ducato, l’intera Firenze.
Sì, lo ammetto, certe volte mi lascio trascinare un po’ dalla mia vanità e penso soltanto a me stessa.
Qualche giorno fa per esempio, un mercante orientale voleva vendermi a tutti i costi un vezzo formato da ottanta perle che a me piacque subito immensamente, l’avrei voluto all’istante, ma Cosimo invece era un po’ titubante, allora chiedemmo consiglio all’esperto di Corte, l’orafo Cellini (che io non stimo per niente perché si dà troppe arie!). Lui ha cominciato col dire che quelle perle non valevano niente, avevano forma imperfetta, che in fondo erano solo degli ossi di pesce destinati a deteriorarsi in brevissimo tempo. Insomma, non voleva proprio che le acquistassi. Ero furente!
Ma per dirvi quanto mio marito mi ami, Cosimo mi comprò lo stesso il vezzo di perle!
Comunque, al di là di qualche capriccio, sto migliorando il Ducato chiamando a Corte gli uomini più giusti: pittori, scultori, tessitori, sarti. Vorrei che i Fiorentini capissero che tutto quello che faccio è per loro, per onorarli, per dare gloria alla loro città, eppure percepisco freddezza e penso che in fondo mi odiano.
Dovrebbe essere chiarissimo a ciascun cittadino che cerco sempre di mettere tutti d’accordo. Ad esempio voi sapete quanto me, quanto sia importante mantenere buoni rapporti diplomatici con gli uomini di Chiesa. E io, pensate, sono riuscita a far convivere Domenicani e Francescani, tutti felici e contenti, tutti con i propri spazi e la possibilità di esercitare le proprie diverse esigenze. E pensare che si tratta notoriamente di inconciliabili frati!
Ma voglio parlarvi di tutti gli artisti che ho voluto ingaggiare. Qui a Corte ho chiamato un certo Bronzino che docilmente obbedisce ai miei ordini ed è proprio bravo nel dare solennità al nostro già importante casato attraverso ritratti stupendi.
E poi non temete mio caro padre, non voglio scordare la mia cultura spagnola, così pretendo che gli arazzi che ornano le stanze della mia casa e i vestiti che indosso, abbiano sempre un che di iberica foggia.
Per questa cosa madonna Francesca è bravissima nell’esaudire i miei desideri, tessendo per me le stoffe più belle.
E poi che dire di Mastro Agostino, il mio sarto è insuperabile nel cucirmi i vestiti e nel riadattarli ogni volta ai miei figli.
A proposito, sono al settimo mese della mia settima attesa, La pancia è grossa, lo sento muovere, la gravidanza pare procedere bene…
Che gioia padre carissimo! Eppure ho anche tanta paura: come vi ho accennato più sopra, non sto molto bene, la tosse è insistente e ad ogni colpo la pancia sussulta.
Speriamo bene… Ormai mancano soltanto otto settimane al parto e già sono pronte le fasce, i camicini, la culla che fu degli altri sei miei figli.
Nel frattempo mi godo i miei pargoletti a palazzo, Sapeste! Qui ogni giorno è una festa che culmina all’ora del pranzo, quando tutti insieme ci ritroviamo attorno al tavolo per mangiare. Se ci vedeste: sembriamo dei sempliciotti, dei contadini. I servitori si scandalizzano e noi ridiamo, ridiamo…
Mio caro padre, la vita è bella. Sia benedetto il giorno che me l’avete data in dono!
Siete ogni giorno nelle mie preghiere.
Spero di essere anch’io nelle vostre.
Nell’attesa di una vostra risposta a questa mia,
Vi saluto con grandissimo affetto.
La vostra Eleonora.
Firenze, 29 maggio1549