Carlo Levi ha descritto i luoghi e gli individui incontrati durante il suo confino in Basilicata non solo nel Cristo si è fermato a Eboli, ma anche nel celebre telero.
Questo breve racconto esprime le riflessioni di un cane che vive nel contesto descritto dallo scrittore.

La mia esistenza è così.
Fra questi sassi bianchi di sole, fra fili d’erba riarsi, assalito da pulci e zecche insistenti.
Il pelo indurito, la lingua che ormai stanca, strofina il suolo asciugato di polvere bianca.
I resti putrefatti di altri animali con meno fortuna di me, sono il mio cibo.
Non ho un vero padrone, vivo con tutti ed a ciascuno sono fedele. In fondo sto bene così.
Non come loro, come gli umani, che sarebbero nati per stare al calduccio, i cui cuccioli nascono nudi e per sopravvivere devono avere una culla, degli abiti morbidi, scarpine di lana.
Ho sentito:
-Che vita da cani è la nostra, a faticare fra galline, pecore e mucche, alzarsi prima dell’alba a mungere il latte, inoltrarsi per sentieri scoscesi a dorso di mulo per raggiungere il campo, il pascolo, un rivolo d’acqua. Trascorrere un’intera esistenza all’aperto, che ci sia il sole cocente, o la pioggia, o il vento, o la neve…
Io non capisco a fondo il concetto di sofferenza dell’uomo.
Io sarei soltanto felice così.
Loro hanno la disperazione negli occhi.