GUARDARE O NON GUARDARE

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La piccola città, adagiata nella vasta conca protetta tutto intorno da dolci colline verdeggianti, appariva singolarmente spoglia al viandante che vi approdava. Case tutte uguali, costruite lungo stradoni che si intersecavano a scacchiera secondo l’antica regola del cardo e decumano, accoglievano i tanti abitanti. Erano strade percorse a piedi, in auto, con mezzi a due ruote o utilizzando veicoli pubblici su gomma o rotaie. Nessun cartello stradale, nessun lampione ad illuminare i percorsi, eppure vigeva un ordine perfetto, inusuale, irreale direi. Miriadi di antenne di varie misure e fattezze spuntavano da ogni luogo, cosa, persona. Passeggiando, non ti imbattevi in negozi dalle grandi vetrine, moderne sirene
sgargiati da cui l’abitudine urbana ci lascia ormai abbindolare. Percepivi soltanto dei sibili di varia acutezza…Però non capivi in quale astrusa realtà ti trovassi. Tutto appariva alienante, in dissonanza con il tuo vissuto usuale.
………
Addentrandosi nella singolare città, il curioso turista aprì la app “foto” sul proprio telefonino e si accinse a razziare ogni segreto di quel luogo esotico, affascinante, pur nella propria
sbiadita monotonia, pur se privo di luminarie, installazioni, stimolazioni visive a cui l’uomo era da sempre abituato. Insisteva dappertutto una lussureggiante vegetazione costituita da alberi di varie specie e tantissimi fiori odorosi. Uccelli, farfalle, coleotteri colorati animavano il verde polmone allietando il contesto. Gli scatti si susseguivano fitti, con grande emozione il turista incrociò volti giovani e anziani, donne, bambini, cani, gatti, cavalli: tutti dalla stessa andatura impettita, sprezzante, come persa nel vuoto, ciascuno pareva assorbito nei propri pensieri, concentrato su qualcosa di “altro” dal “percepito” dal nostro reporter. Nessuno incrociava lo sguardo con lui, nessuno pareva curioso, lo evitavano senza guardarlo, intanto parlavano fitto fitto fra loro. Si inoltrò in uno dei parchi: odori intensi e frinire alto delle cicale, lo fecero quasi svenire, così invidiò gli abitanti del luogo che mostravano appagamento
profondo annusando a “piene narici” e godendo con sorrisi smaglianti dei suoni del luogo.
Affascinato da un contesto così “stimolante”, l’esploratore decise di alzare un po’ l’asticella. «Farò un filmato, chiederò un’intervista a qualcuno di questi abitanti, devo capire il loro
segreto, voglio entrare nel loro vissuto, voglio scoprire qual è la loro percezione del mondo, voglio assodare se sono davvero felici».
Il turista avvicinò così un signore sulla cinquantina che procedeva in senso contrario al suo e che, come tutti gli altri che aveva incontrato, pareva guardare lontano, oltre il suo corpo.
Dal taschino della giacca spuntava una piccola antenna che continuamente vibrava.
«Signore, signore, vorrebbe aiutarmi?!» Esclamò il turista visibilmente eccitato. Il viandante arrestò immediatamente il suo passo e gentilmente rispose «Ma certo, mi dica, cosa vorrebbe sapere?». Intanto lo sguardo era perso nel vuoto…
«Sa, sono nuovo di queste parti, non so niente di voi, della vostra cultura, della storia e delle abitudini che avete. Però mi intrigate moltissimo con il vostro fare impassibile, con questa vostra città dai caseggiati anonimi, ma tanto ricca di suoni, odori, colori…».
«Colori? Cosa vuol dire colori? Noi qui “sentiamo” benissimo, percepiamo gli odori dai più delicati ai più intensi, con le antenne che possediamo entriamo dovunque vogliamo, regoliamo il traffico, gli spostamenti a piedi, scegliamo il negozio che desideriamo. Ma cosa
vuol dire “colori”?!»
A tali parole il turista rimase allibito.
«Ma come! Se qui c’è qualcosa di bello, qualcosa che invita a esplorare, a restare più a lungo, sono proprio i colori accozzati in questa maniera così affascinante! Il verde e il marrone dei parchi che duettano col bianco slavato dei tanti palazzi, l’azzurro del fiume che taglia a mezzo questa vostra città e poi i mille riflessi del mantello dei tanti animali che vivonoqui. E’ uno spettacolo straordinario e, perdoni la mia esagerata franchezza, se non vedessi quello che vedo, giudicherei un po’ sfrontata la vostra alterigia nell’ interagire con chi vi viene a trovare! Ma scusi, non vede quanto sono entusiasta, come utilizzo questa mia fotocamera per fissare in un clic ogni angolino della vostra città, Suvvia, un po’ di orgoglio non guasterebbe, perché non mi osserva e conviene con me di quanto asserisco?!Come può restarsene lì: impassibile, assente…»
L’abitante del luogo rimase un poco in silenzio, il volto esprimeva imbarazzo misto a collera nei confronti di quell’individuo che lo stava giudicando pur non conoscendo niente di lui e del suo mondo. D’altra parte era anche molto curioso: cosa era “vedere”, che cos’era una foto e perché la mescolanza dei cosiddetti “colori” poteva dare emozioni?!
L’uomo decise pertanto di descrivere al visitatore quale fosse in realtà il luogo in cui si era venuto a trovare, una città non da guardare, ma da toccare, annusare, gustare…
«Mio caro viandante» – iniziò – «sono ormai due secoli che qui da noi abbiamo archiviato quel senso dei cinque che lei mi celebra tanto. “Vedere” un tempo era tutto anche per noi, ma ormai, ciò che riguarda questo argomento, lo si trova soltanto nei libri di storia, nessuno oggigiorno oserebbe alzare di nuovo lo sguardo, torneremmo certo nel caos».
«Ma cosa dice?! Non c’è cosa più bella che osservare, scrutare, vedere quello che ci
circonda, giudicare da angolazioni diverse, non solamente la natura che ci circonda, ma i fatti, le azioni delle persone…»
«Bene, allora le svelo un segreto, mio caro signore. Sa perché duecento anni fa decidemmo
di chiudere gli occhi per sempre?
Beh, tutto il bello in cui vivevamo, ad un tratto si fece da parte: i regnanti del mondo decisero di dare alle fiamme ogni cosa. Lampi, boati, urla inumane. Fumo grigio, pesante, si distendeva su macerie sempre più alte, foreste immense prendevano fuoco, qua e là moribondi chiedevano aiuto. Ogni sguardo dei nostri avi cercò allora un rifugio rassicurante dove posare lo sguardo allibito, ma tutto fu inutile: sussisteva soltanto il disastro.
Sopravvenne la ribellione, incruenta, passiva, ma implacabilmente totale: decidemmo di alienare la vista da tutto quel male, di non guardare mai più, di staccare la connessione del senso visivo, rifugiandoci in questo mondo ovattato, dove tutta la vita scorre quieta, ciecamente fidandoci di provvide antenne che guidano con precise formule algebriche le nostre vite ordinate, senza scossoni, beate. Ormai abbiamo perduto il significato di termini come “colore”, “contorni”, ”orizzonte”, “angolazioni”…Si tratta di termini desueti che io ricordo perché sono anziano ed ho vaghe reminiscenze scolastiche, ma i giovani li studiano in classe come da voi si impara il Latino».
Il turista ascoltò incredulo, mentre quelle parole lo reindirizzavano alla propria realtà
quotidiana: …In un certo qual modo ha ragione, anche oggi, se osservo bene quello che ho intorno, sul bello e rassicurante prevale la distruzione, la guerra ,la sofferenza, il dolore…
Se potessi non vedere più niente, non starei più tanto male assistendo a scenari di
distruzione e di morte, probabilmente avrei una vita per sempre tranquilla, beata, anche se forse un po’ piatta…
Per lunghi minuti rimase così, con lo sguardo perduto nel vuoto Poi chiuse la app delle foto e aprì quella delle notizie in tempo reale.
Ancora miserie, dolori, disastri, ma no, non poteva scappare, sentiva il bisogno imperante di testimoniare, di dare il suo contributo per mettere fine a quello stato di cose.
Decise con risolutezza di seguire la propria coscienza: partecipare osservando, toccare con mano, non farsi sfuggire un solo dettaglio dello scenario che senza lo sforzo di tutti, si sa,non si può certamente cambiare.
Salutò con rammarico l’uomo che aveva invece deciso di defilarsi insieme a tutti i suoi pari, rinunciando così al suo lato più umano.

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