ANNA ROSA

Sono ormai cinque anni che mi trovo rinchiusa in questo carcere, lontana dalla mia città, lontana dai miei familiari, isolata in questa stanzuccia angusta che condivido con una  compagna misteriosa , taciturna, una donna scontrosa, silenziosa, che se ne sta quasi tutto il giorno seduta ricurva sul letto, gli  occhi bassi , infossati dentro gonfie occhiaie violacee, le labbra fini serrate, come se volesse trattenere qualche grande segreto con la forza delle sue mascelle.

A volte vorrei scuoterla, prenderle la faccia con due mani e urlarle “reagisci, sei viva!” Ma ogni volta che mi avvicino, lei si raggomitola come un gattino infreddolito, geloso della propria riservatezza. Io allora la lascio alle sue pene, impotente.

Non so quale sia la sua colpa, ma sicuramente ne sta oltremodo soffrendo, forse non riesce a perdonarsi…

Io no, io sono diversa, io sono fiera di trovarmi qui, io ho fatto la cosa giusta: io ho salvato il mio grande amore! Sì l’ho reso libero, libero di aspettarmi, libero di ricevere tutto il mio cuore, tutta la mia anima, tutta me stessa!

Che uomo il mio Vito!

Sono così piena di lui che vorrei urlare la mia passione al mondo intero, vorrei afferrare per le braccia questa mia compagna inerme e illuminarle il volto con la luce di questo sentimento che mi fa volare oltre le sbarre e che mi fa sentire onesta e giusta, nonostante tutto.

Tuttavia sono costretta al silenzio, a questa inerme attesa della prossima vita con lui, così nel frattempo rivivo il mio passato e il suo, talvolta piango.

Il mio Vito, un uomo dall’aspetto aggraziato: alto e slanciato, con larghe spalle sulla schiena dritta. Il collo, che rivela una muscolatura forte, sorregge il capo con l’’alta fronte un po’ celata dai capelli folti e neri che lui tiene scompostamente arruffati.  Ha un volto scavato su cui spiccano due occhi nerissimi e seri, raramente svela il bianco smagliante dei bei denti, seminascosti sotto folti baffi che sormontano morbide labbra. Il naso importante si protende un po’ storto verso il mento squadrato, dalla fossetta invitante. Ha dita affusolate, ben curate, su uno dei quali spicca, purtroppo, l’oro splendente di una bugiarda fede…

Ha un carattere buono il mio Vito, forse fin troppo…  Troppo, troppo pieno di fiducia e remissivo, troppo facile vittima di quella donna astuta e fredda.

Dida, la bellissima, elegante, loquace Dida, mia carissima amica fin dagli anni del liceo. Me la ricordo lì, nell’ultimo banco a farsi lo smalto durante l’ora di Matematica, nascosta dietro le spalle di una compagna grassoccia che per farsi accettare si prestava a nasconderla agli occhi degli ignari insegnanti. Io dalla terza fila, quella vicino alla finestra, vedevo tutto e mi faceva ridere quella sua caparbietà nel dipingersi le unghie di rosso pensando così di apparire interessante e migliore di tante altre compagne. Soltanto più tardi seppi che era sola al mondo, che viveva con una vecchia, acida zia desiderosa unicamente di levarsela dai piedi al più presto. Dida non sapeva cosa vuol dire essere amati da qualcuno, sapeva solo di esistere e voleva urlare a tutti che c’era e che cercava la normalità della vita. Quando capii questo, decisi di dedicarmi a lei di renderla felice trascinandola nelle mie avventure di ragazza impegnata a cambiare la vetusta società degli anni ’70; così la convinsi ad entrare nel mio gruppo di ribelli adolescenti in guerra col “sistema”.

Che orgoglio aver vissuto quegli anni di contestazione! Noi a ragionare di politica,   a leggere come fossero il Vangelo, le massime di pensatori esotici o italiani, a scrivere striscioni con caratteri cubitali in cui si inneggiava alla pace, all’uguaglianza fra gli uomini, a una vita decorosa per tutti; mi ricordo i cortei, le occupazioni, sirene, lacrimogeni, un delirio!

Io e Dida sempre insieme, protette dalla folla dei nostri compagni di origini diverse ma uniti e solidali nel voler cambiare il mondo. Io semplice, con i miei jeans e il lungo maglione a strisce, lei con quella minigonna stretta, sempre truccata e attenta ad apparire perfetta. Quel mondo non le apparteneva, si vedeva, ma era l’unico mondo in cui vivere per lei, che mi rimase aggrappata come una cozza finché non trovò la sua strada.

D’altra parte questo sentirla dipendente da me mi rendeva orgogliosa, pensavo di averla salvata dalla nullità triste del suo vegetare solitario, pensavo che l’avrei resa libera dal suo guscio misero di ochetta giuliva consegnandole quella dignità che si conquista soltanto se si hanno ideali da condividere.

Il nostro gruppo erra formato da giovani di diversa estrazione sociale: figli di operai, di insegnanti, di avvocati, di imprenditori, tutti desiderosi di spiccare il volo, di rinnegare gli ideali non propri, per costruire un futuro migliore. Alcuni erano molto agguerriti, determinati a riuscire, altri timidi, incerti, ancora frenati da famiglie opprimenti e antiquate. Fra questi ultimi Vito spiccava per la propria intelligenza, unita, ahimè, a troppa ingenuità. Il padre, un ricco banchiere, lo aveva avvertito:” Se ti becco in mezzo a quegli zotici scansafatiche, ti diseredo, non avrai un centesimo da me e non potrai più parlare con tua madre”.

Così Vito arrivava ogni giorno agli attivi col fiato grosso, sudando freddo, parlava a bassa voce, come se il padre potesse sentirlo da casa ma le sue idee le esprimeva con una passione e una chiarezza che tu rimanevi in apnea ad ascoltarlo. Parlava di libertà, di uguaglianza, delle prevaricazioni ingiuste dei potenti sui deboli …

Fu allora che io mi innamorai.

Anche Dida ascoltava e protendeva il volto in avanti, per mettersi in mostra e attirare lo sguardo di lui.

Passammo mesi a ragionare insieme del nostro grande, smisurato eroe, lei ne apprezzava la bellezza del corpo, l’incedere elegante, la ricchezza… Io la sua magnificenza dentro.

Finché un giorno i loro occhi si incontrarono e lui rimase fulminato…

Formarono subito la coppia perfetta: lei invidiata da tutte, lui totalmente perso. Era un rapporto strano, lei sempre più fredda e altera, faceva le moine come una gatta, Vito se la guardava come se fosse stata un essere divino; con gli occhi trasognati, le accarezzava le mani ed i capelli, sfiorandola piano piano quasi come se fosse stata un fragile cristallo.

Intanto io languivo.

Fu beccato dai suoi genitori durante un corteo contro la guerra. C’era una troupe televisiva a filmare quella pacifica protesta, così Vito non solo fu visto dal mondo intero, ma anche dal personale della banca e dalla sua famiglia. Fu visto da tutti camminare fiero, in prima fila, urlando slogan contro la prevaricazione, mentre cingeva le spalle di Dida in minigonna.

SCANDALO! Urlò il padre – Devi immediatamente riparare!  Tu non solo hai sputato nel piatto in cui mangi, ma hai anche osato farti vedere in giro con quella indegna donna priva di ogni pudore. COSA DIRA’ LA GENTE! Cosa mai penseranno i miei impiegati in banca! Dobbiamo metter fine alla vergogna, la sposerai, e poi ti assumerò in azienda. Solo così potrò salvare la mia faccia, il mio nome l’onore di famiglia”.

Così il mio eroe fu risucchiato irrimediabilmente dal sistema e lui, buono e gentile chinò la testa e sposò “felicemente” Dida.

E fu da lì che la mia amica si impossessò orgogliosa della sua nuova vita credendo che la felicità fosse il denaro a prescindere sempre di più da Vito.

Organizzava feste, vestiva firmato, andava alle prime di opere e commedie solo per sfoggiare gli outfit più costosi e appariscenti.

Rimasi legata ad entrambi, anche se in modo diverso. Con Dida condividevo mio malgrado, pettegolezzi e risatine, da Vito ascoltavo la triste cronaca della sua vita lavorativa e con le parole giuste lo consolavo.

Quando nella metà degli anni ’80 l’anziano genitore ricevette un avviso di garanzia, tutto cambiò: i beni di famiglia congelati, gli impiegati costretti alla cassa integrazione, i creditori voracemente appostati e Vito, che conosceva bene i motivi di quel tracollo, cadde in forte depressione. Era impensabile per lui, con tutti gli ideali di giustizia che aveva dentro e in cui ancora fermamente credeva, offuscare le prove del riciclaggio del denaro sporco e degli stretti rapporti con la mafia celati per trent’anni da suo padre.

Mi chiese aiuto

Gli consigliai di andare giù sincero, di raccontare tutto agli inquirenti, di rinunciare a tutte le ricchezze per ripagare gli onesti risparmiatori che di suo padre si erano fidati.

Gli consigliai di dimostrarsi onesto, di liberarsi con leggerezza di ricchezza e prestigio perché solo così, lui lo sapeva bene, sarebbe stata salva l’integrità morale.

Con gli occhi che brillavano di riconoscenza, Vito mi ringraziò. Mi disse che solo io ero stata capace di fargli scorgere con chiarezza la sua immagine come fosse stata riflessa in uno  specchio e lui aveva ritrovato così quella coraggiosa,  giusta e onesta persona di quindici anni prima. Bastava entrarci dentro e agire.

Dopo che ebbe compiuto tutti i passi giusti, si ritrovò a convivere con Dida in un appartamento in condominio: vivevano del suo stipendio di commesso in una libreria, così di feste e abiti firmati non se ne parlò più.

Continuavo a frequentare entrambi e osservavo le loro divergenze, lei mi confidava di odiarlo, che non valeva niente, che aveva perso ogni attrattiva e spesso lo apostrofava con disprezzo in mia presenza.

Lui si sentiva in colpa e cercava in me consolazione, che lo rassicurassi che era nel giusto… Allora insieme prendevamo a ripercorrere gli ideali di un tempo per convenire di quanto tutto fosse stato giusto in quegli anni e che coerenza vuole che oggi continuiamo ad essere quelli che eravamo stati ieri.

In quei momenti di intimità mentale insieme a me, Vito si rilassava, stava bene, dimenticando il tentativo qualche volta balenato di un gesto folle, dentro il cassetto della scrivania.

Ma avvenne un fatto che cambiò a tutti il corso della vita: un giorno Dida irruppe furiosa nella stanza dove parlavamo io e lui, cominciò ad offenderlo, a dargli del fallito, a dire che meglio sarebbe stato legarsi a COSA NOSTRA, piuttosto che perdere ogni ricchezza. Poi gli comunicò che se ne sarebbe andata. Lui mosse tutti i muscoli del volto in una contrazione dolorosa, poi disse solo “Ho fatto quello che era giusto fare, ne sono sicuro, l’onestà è l’unica cosa che vale”.

Gli giunse uno schiaffone in piena faccia da quella mano con le unghie rosse, così non ce la feci più, aprii il cassetto e PUM, lei cadde.

Andai di corsa a costituirmi dicendo con sincerità di aver salvato un uomo dal disamore e dall’annullamento di tutti i suoi valori.

Fui condannata, (anche se Vito voleva prendersi la colpa) e adesso è con orgoglio che mi ritrovo qui, in questa stanza stretta, gomito a gomito con quella derelitta che non riesce a uscire da sé stessa!

Dida sta bene, vive col nuovo compagno e si è fatta cancellare con il laser la cicatrice che le avevo procurato.

Vito mi aspetta con trepidazione perché lui sa   sicuramente quanto l’amo.

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