IDENTITA’ RAPITA

Non c’era alcun dubbio: i rilevamenti sul muro della sala e sul pavimento del corridoio d‘accesso parlavano chiaro, si trattava di impronte di scarpe da tennis di una nota marca assai costosa, il piede che le calzava era piuttosto piccolo, probabilmente un 36. Le suole denotavano un incedere strascicato e lento, che intensificava e arricchiva di larghe volute l’andatura, una volta sulla parete verticale della stanza.

L’aspetto sconcertante del rilevamento delle impronte era però rappresentato da uno strano intrecciarsi e sovrapporsi delle suole proprio in prossimità del divanetto antistante l’opera trafugata.

Era proprio lì che mi trovavo, seduta su quel comodo sedile in tessuto azzurro, con i braccioli in legno chiaro realizzati a forma di esse per rendere ancor più confortevole la visione del quadro al fruitore, adagiato mollemente sul provvido scranno. Nella stanza luci soffuse esaltavano opere straordinarie, testimoni della nostra piccola, ma coesa società campagnola.

Mi trovavo dunque in solitaria, triste contemplazione di quella toppa rettangolare bianca, decisamente più chiara di tutte le pareti intorno, circoscritta da una riga dritta, un po’ fumosa di polvere nera, testimonianza del recente misfatto.

Alle mie spalle si era formato un capannello di uomini e donne seminascosti dalla penombra dell’angusto accesso alla sala che confabulavano a voce bassa producendo un brusio simile a quello di un’arnia in piena attività. Si trattava dei miei compaesani, persone semplici, lavoratori dei campi, dei boschi, fruitori della bellezza della natura e domatori dei suoi eccessi, con radici profonde nel loro territorio, da sempre accomunati da millenni di storia e di storie; gente dura, dalle mani callose, dai corpi asciugati dalle molte fatiche, di poche parole, custodi di una straordinaria cultura di cui vanno fieri e che gelosamente conservano.

Io sono una di loro, una del gruppo dei giovani degli anni ’70 che se n’è andata a studiare nella grande città e che per lunghi anni ha tradito il suo borgo, credendo nel salto di qualità della vita in una periferia urbana, con i negozi sotto casa e il rumore delle macchine che sfrecciano notte e giorno a un passo dalle tue finestre.  Nella grande città sono cresciuta e mi sono formata apprezzando per lungo tempo i molteplici agi del vivere da “cittadina”. Tuttavia ho sempre covato in cuor mio, il desiderio di ritornare a quel caro borgo rurale dove ho iniziato la mia esistenza, accarezzando con struggente passione l’idea di riprendervi casa.

Non è stato semplice realizzare il mio sogno, ma adesso finalmente sono qua, stabilmente riammessa nella comunità che mi ha visto nascere. Sono qua con il mio bagaglio di esperienze e con le conoscenze che ho voluto acquisire proprio per sentirmi maggiormente e consapevolmente legata alla mia terra d’origine: la storia, l’arte di questo splendido territorio toscano che si incastona a perfezione nel contesto globale dell’Italia e di tutto il mondo occidentale.

Così, quando una decina di anni fa nacque l’esigenza di dare un ordine razionale a tutto il patrimonio artistico disseminato nelle miriadi di chiesette e oratori ormai dismessi e lasciati all’incuria, inghiottiti dai boschi di palina e di sterpi, inglobati in edifici più grandi, io e i miei concittadini creammo questo museo.

Io catalogai le opere, io le collocai negli ambienti restituendo loro la dignità che gli era dovuta.

La comunità ne fu orgogliosa.

Ma anche per me, lo ammetto, aver reso possibile la raccolta e la catalogazione dei tanti testimoni della nostra identità toscano – rurale, rappresenta un punto di orgoglio e di soddisfazione profonda.

Il museo è situato al pianterreno di un piccolo edificio bianco, villetta donata da un benefattore al comune mugellano di cui fa parte la nostra piccola frazione, perché ne adorava i i boschi, i campi, i prati, le stradine bianche in mezzo alla campagna e quell’aria pulita che vi si respira percorrendole; l’uomo amava ogni angolo di questi luoghi, gli animali selvaggi che li abitano e i grandi cuori della gente. Quella stessa gente che ha voluto onorare il suo dono riempiendolo della propria comune identità ed essenza.

Si tratta di due sale dalle pareti candide, illuminate da strette e lunghe finestre collocate in alto, fin quasi a toccare il soffitto; le due stanze sono divise da un piccolo disimpegno colorato del verde dei nostri boschi. I soffitti sono realizzati con possenti travi di legno, inframezzate da mattoni rossi. Mattoni rossi anche per il pavimento, settimanalmente lucidato a cera da signore volontarie, fiere custodi di tanta bellezza.

Appena entri, puoi godere delle immagini belle dei nostri luoghi : Tutta la zona del Mugello  con la sua pianura, i sui monti, i corsi d’acqua dal più piccolo rigagnolo alla Sieve, i borghi con le chiese ed i castelli, il tutto realizzato ad  acquerello , come  la Pieve di San Lorenzo e accanto, dello stesso autore, il Tosi, due splendide mappe colorate di  Scarperia e di  Firenzuola; una tela ad olio ci descrive Pelago ai primi del ‘900, attraverso il pennello di uno dei tanti turisti inglesi amanti dei nostri luoghi; la badia del borgo di Marradi, un Dicomano della metà dell’’800… E poi le foto di paesaggi mozzafiato con i torrenti, i boschi, le nostre dolci alture e gli aspri calanchi bianchi che si stagliano evidenti in mezzo al verde intenso e dalle mille sfumature.

Passando in quella stanza puoi ammirare Madonnine, angioletti, busti di santi e cofanetti di reliquie dalle fogge strane, retaggio di credenze antiche.

Ma la più bella sala è la seconda, impreziosita da tele e affreschi di inestimabile valore.

Prima fra tutte, a destra, una Madonna col bambino che ci ha lasciato Giotto, nostro conterraneo illustre. E’ straordinariamente emozionante quella manina piccola che sfiora il volto dolce della mamma, seriamente assorta nel suo ruolo, serena e fiera, proprio come le nostre donne.

A sinistra il bimbo ormai cresciuto, lo ritroviamo crocifisso su una croce di legno dipinto, è il Cristo di Camaggiore, minuscola località di questa vasta conca, con una pieve straordinaria. Il Cristo esprime coraggio e forza infondendo in chi lo guarda, l’energia necessaria ad affrontare la vita dura di chi vive in questi posti.

E cosa dire della Madonna della misericordia di Marradi, che custodisce sotto il suo mantello la gente devota del Mugello e la protegge, ergendosi maestosa al centro della scena col suo abito rosso, osannata dagli angeli in cielo, con alle spalle quel bel paesaggio che tutti noi ben conosciamo!

E poi nella seconda sala puoi trovare tanti altri piccoli “gioielli” frutto di artisti sconosciuti o noti, ma totalmente appartenenti al nostro mondo, alla nostra terra, orgogliosamente amati e tutelati dalla comunità locale intera.

Oggi ci ritroviamo qua, attoniti ed increduli a constatare il furto, il sacrilego spregio al nostro tempio, con i pugni serrati, i capi chini, i corpi irrigiditi nel disappunto e nell’abbattimento.

Ho giurato a me stessa di mettercela tutta per ridare alla mia gente quel maltolto, da ora in poi non sarò più la storica dell’arte soave e trasognata che tutti qui conoscono, ma un investigatore attento, abile a risolvere questo intricato caso.

Ed eccomi seduta davanti a quella forma vuota, rimuginando su quelle strane impronte…

Era una settimana afosa, in pieno agosto, con la gente affannata ad ultimare addobbi e locandine per l’imminente festa del patrono. Si preparava la sagra del tortello, la fiera del bestiame, i fuochi d’artificio; era arrivato il circo con gli acrobati e quella sera del furto c’era stato un concerto allo stadio che aveva richiamato tanta gente. Tutti i negozi erano aperti fino a tarda notte, dalle finestre, spalancate a far entrare la brezza della sera, filtravano le luci della veglia e un allegro cianciare.

Il museo aveva chiuso i suoi battenti alle venti, dopo ore di visite serrate, di apprezzamenti, di stupore che avevano inorgoglito i miei concittadini.

Erano stati tanti i turisti che non riuscivano a distogliere lo sguardo da quei capolavori, rapiti da tanta bellezza e che una volta fuori, non facevano che parlare con venerazione degli occhi di quella madonna, delle manine del Gesù bambino, dei paesaggi mirabilmente dipinti da artisti straordinari.

Ma chi mai era rimasto talmente colpito da quei capolavori, da volerne sottrarre il più bello e portarselo via!?

Il mio cuore covava un odio profondo verso ogni ignoto turista che aveva osato entrare nel nostro ovattato mondo esclusivo così in ciascuno di loro notavo sul volto qualche lombrosiano segno del ladro. Era lo stesso sentimento che mi accomunava ai miei concittadini raccolti nel fremente sdegno alle mie spalle, gli stessi che si aspettavano da me che li aiutassi ancora a rimettere insieme tutti i pezzi dell’anima comune, violata ingiustamente.

Fu allora che decisi di silenziare il cuore e ragionare secondo le conoscenze che da un po’ avevo accantonato: rispolverai la legge, la psicologia, l’antropologia…

La scienza mi diceva di cercare fra noi del posto l’autore del delitto.

Li conoscevo tutti: vecchi giovani, donne, uomini e bambini; sapevo di ciascuno di loro il mestiere, il più amato passatempo, le passioni nascoste, il genio…

Allora mi voltai di scatto e li guardai con un piglio indagatore, erano quasi tutti lì, straniti, tranne quattro individui che mancavano all’appello.

Capii, con un intuito del tutto femminile, che fra quei quattro c’era il ladro e fu su di loro che indirizzai le mie ricerche.

Il macellaio, il sarto, l’inventore e il pecoraio, erano questi che mancavano all’appello, insospettabili amici di una vita, eppure c’era un colpevole fra loro che avrei dovuto purtroppo smascherare.

Così iniziai l’indagine da Adelmo, il macellaio, quell’uomo grande, dal faccione tondo, esperto di succulenti piatti, con l‘esclusiva di salami e di bardicci. Aveva un alibi perfetto: erano settimane che non usciva dal retrobottega perché stava preparando la nuova soprassata; aveva i suoi garzoni lì con lui che confermarono la cosa.

Passai pertanto ad indagare il sarto, quell’omettino smilzo, dalle dita lunghe, assiduo frequentatore del museo perché- diceva lui – prendeva ispirazione da quei vestiti antichi. Tutti lo apprezzavano in paese, aveva realizzato gli abiti dei momenti più importanti di generazioni di persone: dai battesimi alle comunioni, dalle cresime ai matrimoni. Era stato uno dei più accesi sostenitori del nostro museo, ne andava molto fiero e aveva in casa le foto di molte opere d’arte esposte in quelle sale…

Si proclamò subito innocente, affermando con forza l’importanza di condividere con la comunità un patrimonio come quello e condannò spietatamente lo sconosciuto malfattore. Non esclusi la sua colpevolezza, anche se in quella maledetta notte molti lo avevano visto cucire in tutta fretta, l’abito da sposa della figlia di Sonia, la parrucchiera, che sarebbe andata a nozze la mattina dopo.

Andai a trovare l’inventore nel suo caotico garage, dove appena entravi eri investito da un odore pungente di benzina mischiato a quello dell’alcol, della canfora, del legno un po’ ammuffito. L’ambiente era carico di vapori, ogni tanto, via via che ti addentravi nell’antro magico, percepivi un cigolio, un piccolo raschiare, un fruscio, segnali di esperimenti esaltanti, talvolta culminanti nella gioia straripante di una novità riuscita. Marino, questo il suo nome, aveva inventato un robottino straordinario, capace di camminare, arrampicarsi, sollevare grandi pesi e con delicatezza, deporli dove tu volevi, lo aveva vestito come un ragazzo, – E ’il mio bambino questo – diceva l’inventore -Di lui ne vado fiero. Marino era assai amato nel paese era colui che riparava tutto, sempre con l’adatta trovata che risolveva ogni problema.

Lo collocai fra quelli sospettati.

E infine Carlo, il saggio pecoraio che con l’amato gregge percorreva il vasto territorio che da Campestri va ad Arliano, sempre tranquillo, con gli occhi persi verso l’infinito, amante della musica che ascoltava dentro le sempiterne cuffie, che conosceva cento e più storie della zona, che poteva indicarti ogni nascosta bellezza naturale, ogni chiesetta diroccata, ogni tabernacolo nascosto…

Quando lo andai a trovare, inizialmente non proferì parola, mi guardò in viso e pianse.

Poi cominciò:

  • L’ho fatto per amore, te lo giuro, per amore di questi luoghi belli – Mi confidò prendendomi le mani, appena ci sedemmo su un sasso bianco in mezzo al prato.
  • Ma cosa intendi – risposi costernata – Tu non potresti mai aver fatto male!!

Carlo sorrise tristemente e confessò…

  • E’ da una vita che calco queste strade bianche, che guido il mio gregge in mezzo a questi prati, che vedo le cose belle del passato, le sfioro, le respiro, le custodisco con amore immenso. E’ da una vita che quando arrivo in cima alla collina, lassù al quadrivio, m’imbatto in quel tabernacolo violato, spogliato del suo affresco, rimasto con la sua sinopia triste, di un rosso spento. Tutte le volte ho pianto pensando a quell’affresco rapinato con tutto il suo splendore, per esser messo appeso a un muro bianco.

Da quando c’è il museo l’avrei voluta riprendere ogni giorno quella stupenda madonna in trono col bambino, ma non sapevo come…

Quando venni a conoscenza dell’invenzione di Marino, il robottino androide, mi venne l’illuminazione…

Andai dall’inventore chiedendogli il favore di prestarmi per due giorni la sua creatura semiumana che mi aiutasse a radunare il gregge in quei giorni di particolare animazione. Lui gentilmente acconsentì.

Mi recai nel museo e dopo l’ora di chiusura, collocai il robottino sulla sedia azzurra, davanti all’affresco da recuperare, lo programmai per il prelievo dell’opera e io mi nascosi sul tetto, sopra la finestra, in attesa che tutto si compisse.

L’androide si mise in movimento a mezzanotte in punto, prima girando su se stesso varie volte e pestandosi le scarpe da tennis che portava ai piedi, poi si diresse all’affresco, lo staccò con delicatezza e incominciò a salire fino al grande finestrone, strisciando e descrivendo ampie volute sulla parete scivolosa; mi raggiunse e me lo consegnò.

Ero felice come nessun altro al mondo, presi quel prezioso affresco a lo portai dentro l’ovile, certo di ricollocarlo nel suo degno posto prima della fine del periodo estivo, convinto che avrei ricevuto dei grandi apprezzamenti da tutta la comunità del luogo.

Io non credevo a quello che sentivo, così mi feci accompagnare nell’ovile dove rimasi folgorata: quella stupenda Madonna col bambino, di scuola dell’Angelico era là, appena illuminata da una luna fioca che trapassava a tratti quelle frasche, tetto di ovini ignari.

Rassicurai il pastore: – Vedrai, non ti faranno niente se vorrai restituire la madonna alla comunità!

Lui chinò il capo docilmente e fra le lacrime s’inginocchiò ai miei piedi chiedendomi perdono.

Andammo insieme ad incontrare i nostri compaesani, che saggiamente capirono le sue motivazioni e perdonarono quel gesto di sconsiderato amore.

L’affresco adesso è lì, ricollocato sopra la toppa bianca. L’anima della comunità è nuovamente integra e pulita, l’identità profonda di questo mio popolo da sempre strettamente unito, si afferma ancora ed io ne sono fiera.

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