L’ANFORA DELLA VIA TORTA

Camminavo spedita fra via delle Pinzochere e via de’ Pepi sfiorando il selciato in pietra forte di via del Fico, nella zona di Santa Croce a Firenze. Ero diretta al BOTANICO, rinomata erboristeria di fama nazionale dove sono solita acquistare le mie tisane preferite: allo zenzero, all’anice, alla passiflora, alla menta, ciascuna con un effetto benefico differente sul mio corpo. Amo sorseggiare quel liquido caldo soprattutto nelle ore serali, quando, terminati gli impegni lavorativi quotidiani, indosso il mio pigiamone in soffice pile e sprofondo nel morbido divano con un libro in mano e i piedi accolti da provvide pantofole di lana cotta rosa.

La mia attività di bibliotecaria presso la Marucelliana, in via Cavour, mi impegna moltissimo e mi costringe a lunghe ore in piedi riducendo le mie estremità a incandescenti e bitorzoluti tizzoni ardenti imploranti refrigerio; tuttavia mi sento felice e realizzata nel mio lavoro, adoro quell’odore di carta e inchiostro, amo sfiorare le copertine delle migliaia di libri sugli scaffali  e ormai sono così abituata al tatto, che mi basta un breve tocco ad occhi chiusi per indovinare il materiale  di cui sono fatte le fodere, scrigni di innumerevoli sapienze diverse. Riconosco il cartone spesso, la pelle, la stoffa, la pergamena, l’antica cartapecora… La biblioteca non è soltanto silenzio e studio, talvolta infatti diventa un luogo mondano di incontri: lettori per caso, studenti, docenti, detectives, giovani e anziani incontrano sapienze diverse e non è raro che si ritrovino ad argomentare su inconsuete questioni suscitate da quell’ambiente, fucina di conoscenze.

Sovente, nonostante non sia una ficcanaso, ascolto le conversazioni e traggo le mie conclusioni dando ragione all’uno o all’altro degli avventori della mia singolare mescita di cultura. E’ questo l’aspetto del mio lavoro che amo maggiormente, che ogni volta mi accende la mente e solletica piacevolmente la ricercatrice, il detective che c’è in me.

Tempo fa per esempio, sentii discutere due illustri professori di botanica su alcuni strani argomenti legati proprio alla zona di Santa Croce…  Quella discussione evidentemente accesa, mi aveva incuriosito molto così mi ero acquattata silente dietro una pila di libri da riportare sui loro rispettivi scaffali e mentre simulavo la compilazione di fantomatici elenchi, tendevo l’orecchio come il cane, durante la caccia, attende il rumore sordo della caduta della preda nell’erba.

              …………

  • Quindi è proprio in quel documento del 1887 che si parla per la prima volta del cartiglio …
  • Certo, pare che alcuni operai chiamati a risistemare le condutture fognarie, abbiano rinvenuto un’anfora di finissimo argento con inciso lo stemma dell’imperatore Tiberio e che rovesciandola, abbiano trovato un piccolo rotolo molto sciupato, legato con lacci di cuoio. Gli scavatori si sarebbero impossessati di entrambi i reperti.   Scoperti, avrebbero subito un processo, ma in contumacia come dice il cartiglio, perché riuscirono a scappare dalle galere delle Murate quasi subito dopo la loro cattura.
  • Eh, che vuoi, erano giorni concitati quelli: Re Umberto e la Regina Margherita in visita alla città, la facciata del Duomo rinnovata, il corteggio storico a ricordare Amedeo, il “conte verde”. Chissà che confusione: facile eludere la sorveglianza di guardie distratte a cianciare sui fatti del giorno e scappare!
  • Già, e poi in una città così piena di antichi tesori, a chi poteva interessare l’ennesima anfora antica! E quell’incartamento poi, pare che contenesse solo alcuni numeri e lettere in ordine sparso, senza alcun senso compiuto…

Non potetti seguire ulteriormente la conversazione perché i due avevano ormai varcato il portone d’uscita, ma mi erano rimaste stampate nella mente le loro effigi. Il primo era un uomo basso e tarchiato, capelli radi, brizzolati, fronte rugosa e folte sopracciglia grigie semicelate da spesse lenti da miope. Aveva in bocca mezzo sigaro toscano spento che tuttavia emanava un tanfo rivoltante. Il corpo rotondo poggiava su due brevi gambette coperte fino al ginocchio da un pesante cappotto di tweed. Le scarpe, lucidissime, brillavano alla fredda luce della stanza. L’uomo stringeva in mano un foglietto giallastro. L’interlocutore di questo singolare individuo era un tipo alto, vestito in gessato, grossi baffi spioventi su una bocca dalle labbra fini, emanava un piacevole profumo di lavanda che me lo fece subito ammirare.

Ricordo che il giorno seguente mi capitò di leggere nella cronaca della città, su “La Nazione” la notizia che mi sconvolse…

«Stamattina, all’alba è stato rinvenuto il corpo senza vita di un uomo. Il corpo giaceva supino presso la statua di Dante in piazza Santa Croce. Indossava un pesante cappotto di tweed. Dai documenti rinvenuti nel taschino interno del cappotto risulta che si tratta dell’illustre professor Fioretto Alberici, noto docente di botanica all’Università di Firenze. Il professore presenta una ferita da arma da taglio sulla testa e sulla lingua vi sono tracce evidenti di cellulosa. Si sospetta fortemente che l’uomo sia stato assassinato, ma attualmente non si sa quale potrebbe essere stato il movente».

Rimasi impietrita. Era proprio lui, il professore che avevo sentito parlare il giorno prima di un cartiglio, di un rotolo senza valore…Ma com’era possibile?!

Decisi di approfondire con la sola forza della mia scarsa esperienza quell’insolito caso.

La mattina seguente entrai di buon’ora al mio posto di lavoro, quando ancora la Marucelliana era interdetta al pubblico ed esaminando la cartella dei prestiti, mi misi subito alla ricerca febbrile dei testi che il professore aveva consultato il giorno precedente.  Speravo in questo modo di impossessarmi di qualche indizio che avrebbe potuto portarmi alla risoluzione di quel singolare e affascinante caso giudiziario.

Lo studioso aveva consultato l’antico trattato di Teofasto, uno dei testi base della profumeria ellenica, il trattato di chimica di Zosine, risalente al 3° secolo d.C. e una storia della regina Isabella d’Ungheria del 1370.

Non conoscendone il nome, non potetti scoprire con certezza di quali letture si fosse giovato l’amico del professore deceduto, ma mettendo in relazione l’orario di permanenza in biblioteca del secondo docente, con lo stesso lasso di tempo degli altri due avventori che contemporaneamente avevano fruito del servizio di prestito, trassi alcune conclusioni interessanti. Uno dei tre aveva richiesto “Le metamorfosi di Kafka”, l’altro alcune riviste letterarie del primo ‘900 e il terzo, l’apparente amico del professor Alberici, si era occupato dei lavori di manutenzione della via Torta a Firenze in occasione della visita della regina Margherita del 1887.

Ricordai anche che colui che ritenevo ormai vittima di una faccenda delittuosa, aveva depositato una borsa di pelle chiara nello spogliatoio e che andandosene, aveva aspramente ripreso il custode perché la borsa non stava più nel posto dove l’aveva lasciata, ma si trovava in un armadietto diverso, senza la chiave.

Forte di tutti questi indizi, recuperai i testi che ritenevo utili e me li portai a casa.

Quella sera e molte altre successive, mi immersi nell’avvincente lettura degli antichi testi greco e latino. Nel primo si parlava delle proprietà soprannaturali delle due piante regine del Mediterraneo: il rosmarino e la lavanda. Teofrasto assicurava che pestando uguale quantità di foglie di rosmarino e di lavanda in un mortaio e mescolandole ad un calice di miele e a mezzo calice di olio d’oliva, si diventava semidei: era sufficiente spalmarsi tutto il corpo di quell’unguento durante la prima notte di luna piena della stagione più calda dell’anno. L’autore proseguiva però dicendo che l’aspersione avrebbe avuto effetto soltanto se preceduta dalla recitazione della formula propiziatoria che conosceva l’oracolo di Atlantide.

Il testo di Zosine riportava l’antica formula, ma aggiungeva la precisazione che se si desiderava che il preparato fosse efficace, occorreva utilizzare il distillato del rosmarino e della lavanda e che la formula magica era quella dettata dalla Sibilla Cumana.  Il trattato di Zosine elencava con numeri progressivi alcuni additivi di origine animale per rendere ulteriormente efficace la formula.

La volontà di far chiarezza su tutta quell’avvincente faccenda, mi portò ad approfondire anche la storia di Isabella d’Ungheria, famosa per essersi unita in matrimonio con il re di Polonia all’età di 70 anni. Appresi così che la regina era stata la prima sovrana ad aver introdotto l’uso del profumo nel suo Paese con la denominazione di “Acqua d’Ungheria”. Il profumo, un estratto di rosmarino e lavanda, era stato preparato, secondo la leggenda, da un eremita che lo aveva presentato alla regina assicurandole che avrebbe mantenuta intatta la sua bellezza fino alla morte se lo avesse usato con regolarità. Venni a sapere anche della veridicità storica delle affermazioni dell’eremita. Appresi infine che erano andate perdute le dosi e il nome degli additivi che la preparazione richiedeva, ma che si sapeva per certo risalissero ad epoche anteriori alle invasioni barbariche. La storia della regina raccontava anche dell’esistenza di un documento dove quel povero rappresentante del clero aveva annotato la formula della sua acqua miracolosa. Il documento lo aveva nascosto lui stesso per sottrarlo agli Angiò, pretenziosi e astuti parenti di Carlo. Di lì a poco era morto e il segreto del nascondiglio rimase custodito da un suo giovane discepolo che era poi partito verso occidente.

Mille congetture disegnavano ghirigori nella mia mente, c’era un nesso fra quelle storiche informazioni e la morte del professore? Mi convinsi per una risposta affermativa, consigliai quindi a me stessa di documentarmi sui lavori di manutenzione straordinaria avvenuti nel 1887 in via Torta. Forse così avrei quadrato il cerchio.

Esaminando i documenti tutto risultò combaciare come in un déjà vu: il risanamento delle fogne, i due operai, il rinvenimento dell’anfora d’argento con il suo oscuro contenuto, l’imprigionamento e la fuga della coppia di ladri.

A un tratto vidi un lampo e la mia mente cominciò a galoppare dritta: capivo, capivo….

Dovevo soltanto effettuare un’ultima verifica, dovevo appurare che fine avesse fatto il discepolo dell’eremita.

Il mio lavoro di bibliotecaria mi fu allora davvero prezioso: in breve potetti consultare tutti gli elenchi di immigrati dall’est europeo fra il 1350 e il 1390 conoscendone anche l’occupazione e la data di morte. Così il mio cuore cessò per un attimo di battere quando venni a sapere che nell’anno 1379 era giunto in città, varcando la porta San Gallo, un fraticello scalzo e malandato che proveniva dall’Ungheria, speziale e profumiere che chiedeva asilo in cambio dei suoi servigi a qualche caritatevole monastero. Al suo arrivo il giovane aveva espresso il desiderio di offrire in dono a Giovanni di Bicci, emergente banchiere di Firenze, il suo tesoro più caro: un’anfora d’argento che conteneva la preziosa pergamena con la formula che il suo maestro gli aveva affidato. Il buon fraticello pensava così di entrare nelle grazie del potente signore che forse lo avrebbe aiutato a trovare un convento. Purtroppo l’offerta non venne accettata, anzi il poveretto fu tacciato di bugiardo ingannatore, così il malandato pellegrino morì di stenti vicino alla grande piazza presso il vecchio anfiteatro romano, dove ormai si snodava una viuzza stretta e curva. Il fraticello era stato lasciato lì, con il suo tesoro nascosto sotto la ruvida tunica di sacco, i resti mangiati dai cani o ricoperti dai detriti degli ultimi lavori alla basilica di Santa Croce, finalmente in via di conclusione (anche se ancora il 1385 era lontano).

Ecco dunque cosa avevano trovato cinque secoli dopo gli ignari ladri! Inconsapevoli del vero tesoro, avevano sicuramente rivenduto l’anfora e gettato la pergamena.

La pergamena! Certo era quel foglietto giallognolo che il professor Alberici teneva distrattamente in mano!

Ero smisuratamente orgogliosa delle mie congetture, ma mancava ancora un tassello importante: se il professore aveva davvero in mano il foglietto, come ne era venuto in possesso? Come mai il suo collega sapeva tutto?

Pensai che avrei potuto trovare una risposta scavando nell’ambiente lavorativo dei due docenti così il giorno seguente mi recai nell’ufficio del personale dell’Università. Spacciandomi per una funzionaria del Ministero, chiesi di consultare i documenti relativi alle ultime attività del professore deceduto.

Seppi così che il docente, insieme al suo misterioso collega si era occupato di studiare la composizione di alcuni semi che erano stati rinvenuti durante i lavori di ripavimentazione della zona di Santa Croce. I docenti avevano prelevato molti campioni del terriccio in cui si trovavano quei semi, recandosi in loco personalmente e uno alla volta, per non inquinare troppo l’ambiente. La loro ricerca aveva dato esiti banali: si trattava di semi di lavanda, di origine nord orientale risalenti a circa sette secoli prima.

A quel punto tutta la verità mi si palesò davanti: durante uno dei sopralluoghi per la sua ricerca sui semi, il professor Alberici aveva trovato la pergamena e lo aveva svelato al collega. Insieme si erano messi alla ricerca di notizie su quella particolare formula fatta di numeri e parole latine e insieme avevano trovato il bandolo della matassa. Solitamente l’Alberici teneva il foglietto nella borsa di cuoio ma quella volta, l’ultimo giorno della sua vita, lo aveva con sé, all’insaputa del suo omologo. Soltanto lui infatti, leggendo la storia di Isabella d’Ungheria aveva capito che lo svelamento della formula di quel profumo magico avrebbe automaticamente reso miliardario chi lo avesse fatto per primo. Aveva poi messo al corrente il collega che da quel momento si trasformò prima nel ladro fallito della formula generalmente custodita nella borsa, poi nel suo assassino.

Non era riuscito tuttavia ad impossessarsi della ricetta magica perché Fioretto Alberici se l’era mangiata!

Chiamai subito Giovanni, il mio amico commissario da una vita. Lui mi ascoltò con quel suo atteggiamento sornione, facendo finta di non dar troppo peso alle mie parole, ma poi chiamò il brigadiere di servizio e gli ordinò di convocare subito il collega del docente assassinato.

Passarono parecchie settimane senza che io sapessi niente dell’indagine, ma proprio pochi giorni fa, passando davanti all’edicola in via del Fico ho letto sulla civetta la notizia che aspettavo:

 «Arrestato l’assassino del professore di botanica. Il malcapitato aveva scoperto la formula di un antico, famoso profumo, questo il motivo della sua uccisione da parte del fidato collega».

Arrivai eccitatissima all’erboristeria dove acquistai un infuso di luppolo, valeriana, biancospino e tiglio per fronteggiare l’emozione forte che la notizia mi aveva procurato. Corsi via lasciando di stucco la commessa che si era affrettata a raccomandarmi parsimonia nell’uso di questi potenti calmanti.

Da casa mia chiamai Giovanni che mi svelò l’unica notizia che non conoscevo riguardo al caso del profumo. Il previdente professore era solito tenere copia delle sue ricerche in una cassaforte dietro un quadro, quando fu eseguito il sopralluogo nell’appartamento del docente, venne scoperta la pagina scritta a mano con la famosa formula inventata dall’eremita per la sua regina sette secoli prima.

“Pesta 3 grammi di foglie di rosmarino insieme ad altre 3 di fresca lavanda, scalda il miscuglio e fallo evaporare dentro alambicchi di fine vetro soffiato a Venezia, aggiungi sette grammi di estratto d’iris ed estratto ristretto di castoro quanto basta. Recita tre rosari e un paternostro ogniqualvolta ne userai una goccia; solo così la giovinezza tua resterà intatta e sarai priva di qualunque malefatta”.

L’acqua d’Ungheria ha svelato finalmente il suo mistero …

E io me ne rimango sprofondata nel mio comodo divano, cercando di pensare a come fosse quell’aroma che tante donne hanno bramato e che nessuno mai oserà replicare.

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