UN SOGNO CHIAMATO “INDIA”

OLTRE IL REALE

Viaggiavo da vari giorni attraverso l’India del nord. Ero giunta dopo un rocambolesco atterraggio a New Delhi, epilogo di un viaggio aereo altrettanto spericolato che ci aveva costretti ad un allungamento di rotta notevole per sfuggire al tirassegno di malintenzionati contro tutto ciò che avesse avuto il benché minimo aspetto statunitense. Volavamo Pan Am e per questo prima del decollo eravamo stati fermi alcune ore per l’ispezione del velivolo in cerca di eventuali bombe. Poi l’atterraggio improvviso, risucchiati a un tratto con il cuore in gola e la testa vacillante per il repentino vuoto d’aria. L’arrivo era stato “allietato” da uno scroscio d’acqua improvviso che aveva invaso le strade e i marciapiedi brulicanti di gente la cui massa vista dall’alto, in fase di atterraggio, mi era sembrata un grosso formicaio a cielo aperto; qui si insinuavano talvolta grossi insetti lucidi e variopinti a interrompere le lunghe file regolari. Vedevo qua e là chiazze bianche.

Atterrata capii: ero fra migliaia di persone affaccendate che si muovevano all’unisono seguendo tuttavia direzioni diverse. Le auto, i risciò, le biciclette, interrompevano spesso le file dei pedoni e costringevano magre mucche bianche a spostare la loro mole.

La pioggia non interferiva minimamente sull’operosità di chi mi circondava, tutto brillava e respirava caldo vapore sotto i bianchi raggi di un sole acquattato dietro grossi nuvoloni neri.

La capitale si era presentata tramite un ragazzino vestito di bianco, che mi sorrideva con quei due occhioni neri come la pece, nascosti appena dal ciuffo corvino dei capelli. Aveva un cesto intrecciato a mano che portava a tracolla e che conteneva certi frutti gialli. Me li offrì, erano rotondi, dalla buccia spessa, liscia come quella di un piccolo limone, dolcissimi al gusto. Donne in sari, ai lati delle strade, vendevano le loro mercanzie sedute su cartoni o sgabelli di legno. Ogni tanto incontravo lungo il cammino un incantatore di serpenti mentre suonava il suo flauto al cobra che pretendeva la propria ricompensa per quel numero da circo con cui aiutava il padrone a sbarcare il lunario. Il sacrificio di tanti topi costretti in trappole anguste era giustificato come cibo del serpente in cambio del suo docile servigio.

Molte donne giovani e non, alcune con un grosso segno rosso e rotondo sulla fronte, altre con le mani e le braccia istoriate di nero, lavavano i panni accucciate sule sponde del Gange coperte da lunghi abiti colorati, con i capelli nascosti da veli di tinte diverse: sembravano tante madonne.

A Jaipur mi convinsi: ero piombata nel medio evo. Fort Amber era accessibile solo a cavallo o con l’elefante e lungo la strada ripidissima e stretta che conduceva fra possenti mura alla sommità della rocca, potevi incontrare gli artigiani più disparati: chi lavorava le pietre preziose, chi con grandi arcolai di legno preparava gomitoli di lana, ce n’erano altri intenti a intessere tappeti mentre qualche santone immobile nella contemplazione mite della religione indù sovrastava i viandanti.

E poi le scimmie dovunque: urlanti, agitate, fitte sui cornicioni, affacciate dalle grondaie, pronte a strapparti di mano qualunque oggetto luccicante.

Agra fu la città dove presi respiro: il bianco accecante del Taj Mahal, la sua immensità, resa solenne dalla sapiente struttura geometrica incorniciata dall’azzurro deli canali e dal verde della vegetazione, mi trasportò ancora una volta nel magico mondo orientale di qualche secolo fa. Sulla via della seta immaginai ricchi mercanti italiani a barattare qualche fiorino con splendide stoffe fruscianti.

La storia di quella straordinaria costruzione mi affascinò dapprima, poi mi percorse un brivido: l’imperatore che ordinò il monumento funebre dovette impiegare migliaia di schiavi per costruirlo, bufali ed elefanti non bastavano per trasportare le enormi lastre di marmo , così come in un tragico canto dantesco, uomini privati di umanità recapitavano i laterizi grossolanamente smussati a mo’ di grandi sfere per poi lavorarle sul posto adattando ogni pezzo alle perfette geometrie del Taj. Sopraffatti dalla fatica e dal grande calore, questi uomini procedevano nudi, a carponi sotto la frusta del loro capo.

Guardando il paesaggio e l’umanità che avevo intorno mi sembrava che tutto questa scena che adesso racconto ed enfatizzo fosse successa ieri.

Khajuraho si annunciò con l’odore pungente di un caprone in calore che col suo corpo possente troneggiava sulla soglia in pietra di una povera casa, La zona del mercato, fitto di venditori di collanine, ninnoli di metallo, stoffe e cibo già cotto, era delimitata dai piccoli negozietti aperti sulla strada dove incontravi il sarto, il barbiere, il calzolaio… Galline e mucche circolavano fra la gente su quelle strade melmose per la recente pioggia. Andando verso i templi abitati da babbuini impertinenti, ti imbattevi in grandi pantani melmosi, dove bufali mansueti si crogiolavano indifferenti al vai e vieni dei gruppi di turisti invadenti.

Un trampoliere, approdato da chissà dove, ci guidò rapido nel fitto agglomerato di casupole grigie, le porte erano aperte e dentro potevi scorgere un pagliericcio sul pavimento in terra battuta, qualche pentola, alcuni cuscini e poc ’altro. I bambini giocavano seminudi mentre al centro del piccolo borgo troneggiava una grande cisterna da cui donne con Il sari rosso traevano l’acqua. Mi colpirono i bei vasi di rame lucente che riflettevano i raggi del sole.

Trincerati nel nostro asettico pullman raggiungemmo l’hotel, ritorno gradito al presente dopo l’ennesima giornata a spasso nel medio evo. Una bella dormita al fresco dell’aria condizionata e protetti dal bianco tulle delle zanzariere, doveva darci nuova energia per affrontare, l’indomani mattina, Benares, la città della fede.

Giungemmo prima dell’alba.

Le strade, ancora poco animate, accoglievano numerosi individui dormienti, mucche in cerca di cibo, qualche devoto in preghiera.

All’improvviso l’apparizione scioccante: un essere bipede, coperto di peli marroni, con una lunga coda eretta dietro le spalle, ci venne incontro saltando ed emettendo suoni stridenti. Era una scimmia? Un uomo con la maschera? Un diavolo? Le parole di Dante percuotevano le mie tempie insistenti “Dinnanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogni speranza voi ch’entrate…

  • Che quest’essere fosse il guardiano dell’inferno?

La risposta mi parve ovviamente positiva allorché raggiungemmo la riva del Gange.

L’ambiente era immerso in una sottile caligine appiccicosa che sfocava leggermente i contorni di tutte le cose. Il sole ancora dormiente rilasciava già all’orizzonte una luce giallastra mescolata al grigiore di certe nuvole spesse pronte a scrosciare la consueta pioggia. La luce filtrava appena dalla spessa coltre di fumo che si ergeva da qualche pira funebre e ti depositava in bocca un odore acre di morte.

Il colore dell’acqua era smunto come quello del cielo. Molte persone seminude stavano sulla sponda o immersi fino alla vita tergendosi il corpo o bevendo quell’acqua. Dal basso vedevi i gat imponenti su cui spiccavano ombrelli variopinti di devoti santoni: purgatorio anelato da chi si apprestava al sacrificio dell’abluzione.

Salimmo sul barcone di un novello Caronte: ci sistemò sul natante secondo il peso tarato ad occhio, senza dire niente. Poi, con la forza di un solo remo si spostò leggermente dalla riva. Dovevamo sfidare le leggi della fisica andando contro corrente, così “Caronte” agguantò una fune posta sul greto per l’occorrenza e cominciò a trainarci nel senso della sorgente.

L’acqua melmosa ospitava decine di corpi di uomini e donne, qualcuno coperto fino al collo altri alla vita. Da ogni parte vedevi guizzare una mano, un ginocchio, un tallone. Emergevano a tratti teste con facce stranite, dagli occhi sbarrati.

Sul pelo dell’acqua galleggiavano offerte votive: fiori e foglie supporti di funerei lumini.

Ero sveglia? Sognavo?

L’apparenza mi presentava il mondo metafisico del quinto cerchio dell’inferno tanto che Dante ricominciò a parlarmi: …Gli occhi nostri n’andar suso a la cima per due fiammette che i vedemmo porre…

…Ed elli a me Su per le sucide onde già scorgere puoi quello che s’aspetta se ‘l  fummo del pantan  nol ti nasconde…

Tornammo indietro percorrendo un tragitto più a largo illuminati da quella luce biancastra del giorno nascente e muti riconquistammo la riva.

Nessuno aveva la forza di parlare perché ciascuno, raccolto nel suo cuore si sentiva scampato miracolosamente a qualche dannazione eterna.

 Entrammo nella città sacra ormai sveglia e operosa.

L’incredibile ambiente ci avvolse con i suoi odori forti e pungenti e con immagini di un mondo che pareva anche questo irreale: l’ippopotamo, in argilla dipinta, era coperto di offerte votive fatte con riso e ghirlande di fiori. Uomini in Kurta o in dhoti si aggiravano insieme ad altri coperti appena da un gonnellino corto mentre donne col velo sull’abito lungo e piene di gioielli pesanti procedevano fiere.

Ad ogni angolo c’era gente in preghiera, con le gambe incrociate, per terra, con lo sguardo fisso ai loro fantasmi.

I colori delle spezie accecavano spiccando con caldi toni. l’arancio, il rosso, il giallo squillante.

Segnali di un paradiso vicino, sognato, ma evidente soltanto nella bontà di quella gente.

Effluvi nauseabondi ci investivano ovunque tanto che mi tappai bocca e naso per non dover svenire. Insieme a gli altri miei compagni d’avventura percorsi quasi correndo quelle stradine dall’aspetto antico e finalmente guadagnammo il pullman.

Dentro l’albergo mi accolse una salvifica e purificatrice doccia, imprescindibile rito giornaliero per tutti noi del mondo occidentale.

L’indomani ci attendeva il ritorno.

Con i bagagli pieni di emozioni salimmo di notte sull’aereo che con un sibilo assordante ci proiettò verso le stelle.

Dall’alto salutai quel mondo medioevale dove ciascuno vive la sua commedia della vita accettando la propria sorte con benevolenza, nel rispetto di tutti, con modestia, rendendo il proprio inferno o purgatorio un paradiso radioso e scintillante.

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