LA FORZA DELLE COSE

CAMICETTA BIANCO PANNA

Era ormai prossimo il momento di lasciare l’appartamento. Gli scatoloni erano già tutti pronti, tranne uno che con i suoi quattro risvolti superiori ancora spalancati, pareva un essere famelico pronto ad inghiottire anche gli ultimi ricordi di una vita trascorsa lì.

Marta indugiava, nervosamente percorreva avanti e indietro il breve corridoio che divideva il soggiorno dal ripostiglio, avrebbe voluto fuggire lasciando chiusa là dentro ogni memoria, ma una forza ignota la ancorava a quelle stanze, a quel luogo che non ne voleva proprio sapere di diventarle indifferente.

In quella casa era nata e vissuta sua nonna, lì aveva visto la luce sua mamma e poi lei. Cataste di ricordi erano state erette in quel ripostiglio di cui soltanto loro, le tre generazioni di donne, conoscevano, nell’ordine del tempo, l’importanza. In quel groviglio di cose ammassate senza una propria collocazione evidente, ogni oggetto aveva in realtà il suo buon motivo per trovarsi proprio in quel posto; lì ogni cosa ne giustificava un’altra, anch’essa motivata da tutto il resto. Era come un’enorme catena le cui maglie costituivano ciascuna un ricordo. Tutta insieme testimoniava la continuità della vita.

Marta rabbrividiva all’idea che qualcuna di quelle maglie potesse dissaldarsi rompendo così irrimediabilmente la catena della sua esistenza, tuttavia la nuova vita che l’attendeva a chilometri e chilometri da lì, l’allettava con mille dolci promesse.  Una casa immersa nel verde, suoni e colori diversi da assaporare ed assimilare, cose nuove di zecca da trasformare in ricordi. un nuovo compagno con cui scambiare amore. Gli scatoloni ora pieni, avrebbero dovuto svuotarsi a breve per far posto alla vita recente.

Lenzuola con il trinato lavorato a tombolo, calzettoni di lana, corpetti ancora sorretti da rigide stecche di balena, qualche colletto bianco inamidato per nonno, impiegato di banca. Accanto i balocchi di mamma: un trenino di latta, il bambolotto di gomma, i vestitini cuciti dalla nonna con gli avanzi, la casa delle bambole, la piccola cucina che si accendeva davvero con la pietra focaia e le perline colorate per mille braccialetti e collane. Più in là le Barbie di Marta, il robot, la macchina per fare i gioielli, audiolibri di fiabe. Tutto era riposto con cura, tutto riportava con ordine alla mente eventi significativi per Marta, un tempo riferimenti forti per sua nonna e sua mamma.

Ora in quel ripostiglio albergava lo sconcerto e il disappunto di tutte quelle cose “viziate” negli anni e che a un tratto si sentivano come respinte. In ogni scatola chiusa potevi sentire un lamento, potevi vedere il tentativo goffo di evadere, testimoniato dai bozzi e dalle crepe sulle solide muraglie di cartone Le poche, ultime cose rimaste sugli scaffali si ritraevano indietro quasi a voler scomparire, per non venir divorate dal famelico Mostro – Cartone.

La camicetta bianca di raso, era rimasta impigliata nella fessura fra il coperchio e il fianco più stretto della scatola, una delle maniche penzolava esanime col polsino riverso verso il pavimento. Il colletto appariva solo in parte, era deforme, macchiato, ferito nello sforzo sovrumano di sfuggire all’ingiusto destino.

 Quando Marta la vide ridotta così, venne meno. Fu invasa da un immediato senso di colpa e cercò immediatamente di soccorrere il povero oggetto.

La camicetta era infatti una delle “cose” più care custodite in quel ripostiglio. Nata dalle mani di nonna che la indossò al matrimonio di mamma, fu poi riadattata quando lei si fidanzò ufficialmente col babbo. Per i suoi diciott’anni Marta l’aveva indossata con grande orgoglio sopra una strepitosa minigonna nera.

La camicetta era di puro raso piuttosto pesante, di un lucido opaco, color bianco panna. Il taglio elegante e raffinato, l’aveva destinata fin da subito ad occasioni importanti. Si trattava di un modello attillato, a far risaltare le forme. Dal giro partiva una manica a sbuffo, arricciata con tante pieghine, L’alto polso incorniciato da una ruche ricamata, era allacciato da quattro bottoncini gioiello a forma di perla.

Il colletto portava lo stesso ricamo del polso, montato su un cinturino alto circa tre dita a stringere pudicamente il collo elegante di nonna, di mamma, di Marta. Altre perline disposte a distanza regolare chiudevano sul davanti la camicetta che si appoggiava al busto disegnandone le sinuosità senza stringere troppo.

Per la sua natura così delicata, veniva lavata ogni volta con cura speciale, mai mescolata ad altri vestiti, asciugata al riparo dal sole, su candide pezze di puro cotone. Mai a contatto col metallico fondo del ferro da stiro, ma protetta dentro morbide stoffe, veniva lisciata e piegata con massimo impegno.

Così l’indumento aveva percorso i suoi anni più belli ossequiato ed amato; infarcito di orgoglio, assaporava l’idea di altre feste, altri momenti felici. Quando venne riposto, pensò si trattasse di un meritato riposo, in attesa di nuovi splendori da condividere con la più giovane delle tre donne o forse, perché no, con una sua erede…

Ma poi Marta l’aveva tradita, l’aveva costretta in quell’orrido luogo privo di luce, mescolata a maglioni e camicie da notte; spintonata, schiacciata, finanche derisa, si era vista costretta a fuggire. La sua lucida e scivolosa tempra l’avevano aiutata a farsi largo fra i tanti indumenti fino a rivedere la luce, ma poi quella fessura ruvida e tagliente del cartone, aveva vanificato l’eroico tentativo di scappare trattenendola e ferendola miseramente.

Marta cercò di liberare la camicetta dalla stretta delle due parti rigide del coperchio allontanandole delicatamente, poi estrasse l’indumento sorreggendolo dalle spalle. Dolcemente, con la punta di due sole dita, l’adagiò sul letto. Le condizioni del capo erano preoccupanti: la macchia rossiccia sul collo difficilmente sarebbe guarita: forse avrebbe potuto cancellarla solamente con qualche rimedio molto aggressivo, ma il prezzo era alto: si poteva alterare la trama del raso. L’intero colorito era molto appassito, ingrigito e qua e là si notavano rughe profonde causate dalla forzata permanenza nel pigia pigia dell’affollato scatolone.

Marta era assai preoccupata, attanagliata dal rimorso, voleva a tutti i costi salvare la malcapitata.

Ma come?

La ragazza, smarrita e confusa, si stese in lacrime accanto a quella “cosa” accarezzandola tristemente col dorso della mano e fu così che iniziò il percorso a ritroso lungo gli anelli della catena della sua vita.

In un baleno rivide tutte le tappe più belle della propria esistenza: compleanni, festività, ricorrenze, in tanti piccoli flash apparivano torte, pacchetti col fiocco, spumanti. E poi abbracci, sorrisi, baci, affettuosi buffetti. Perfino gli odori dei tempi felici tornavano vivi, come la resina, l’erba appena tagliata, la rosa, la lavanda, il mughetto…

Tutte le cose adesso stipate in cartoni, facevano mostra di sé, denotando con forza ogni momento del loro tempo trascorso tutti insieme in quella casa.

La camicetta appariva e spariva più volte nei ricordi di Marta sempre bella, lucente, perfettamente stirata. Ogni volta che la vedeva in quelle strane visioni, la donna la carezzava e lei dava un segnale d’intesa piegando, stirando, increspando la propria lucida stoffa.

Il rapporto fra Marta e quel capo prezioso, adesso era chiaro, doveva riallacciarsi in ogni maniera, entrambe avevano bisogno l’una dell’altra, a qualunque costo.

Fu così che il giorno seguente, la camicetta fu affidata alle cure esperte di una lavanderia rinomata.

  • Non promettiamo alcun buon risultato -Sentenziò la commessa – Questo tessuto è ormai rovinato, ci vorrebbe un miracolo, comunque ci proveremo!
  • – Siete i migliori in città – ribatté Marta con voce tremante – Vi supplico, fate qualcosa!

Poi strinse un’ultima volta il polsino dell’indumento prima che fosse adagiato dentro un anonimo cestino in metallo e se ne andò speranzosa.

La notte seguente fu molto agitata: Marta si alzò più volte da letto, andò alla finestra e cercò ispirazione nel cielo stellato: che fare, davvero andar via, lasciarsi alle spalle il passato, cominciare tutto daccapo sbarazzandosi delle radici? 

E tutte le “cose” di nonna, di mamma e le mie come potranno adattarsi al nuovo destino, chi mai potrà più capirle davvero?

Intanto sentiva il fermento montare: nelle scatole chiuse era tutto un lamento, molti oggetti le inveivano contro, altri speravano che si trattasse soltanto di un brutto sogno, c’era quello che tentava il suicidio sbattendo con forza la parte vitale di sé, un altro tentava la fuga facendosi largo fra gli altri. I più vecchi, quelli che avevano visto la guerra dicevano che già era successo di essere nascosti così e che questo li aveva salvati. Vane parole per quelli degli anni ‘70, contestatori   da sempre e pronti tutti insieme a fare un’azione di forza per poi occupare la stanza. Qualcuno parlava di lei, la camicetta di raso, con gran deferenza, descrivendone addolorato il tentativo di fuga fallito.

Marta ascoltava, capiva, così maturò la sua decisione: se l’indomani Camicetta si fosse salvata, avrebbe disfatto gli scatoloni e tutto avrebbe ripreso il proprio posto sugli scaffali. Avrebbe anche proposto al proprio compagno di rimanere a vivere lì nel suo mondo, e di disdire quel nuovo appartamento appena acquistato.

 Sicuramente lui avrebbe capito. D’altra parte era quello che lei aveva sempre desiderato, ma non ne aveva mai preso piena coscienza.

Il mattino seguente La ragazza si vestì in fretta dopo una doccia fresca utile a silenziare le ansie notturne e alle nove in punto era davanti alla lavanderia.

Entrò titubante, sentiva tremare le gambe e il cuore battere forte: che sorte sarà toccata alla sua camicetta?

-Com’è andata? – Chiese Marta con voce esitante -Siete riusciti a salvarla?

-Signora, c’è stato bisogno di cure speciali: un solvente estratto da fiori rari, un sapone fatto a Marsiglia, e tanto, tanto vapore. Tutta l’operazione si è svolta in una stanza isolata dagli altri vestiti e sterilizzata. Solo espertissime mani inguantate hanno potuto toccarla. Ma guardi lei stessa il risultato ottenuto. Spero sia di suo gradimento! – Rispose la commessa con sussiego.

Il nastro trasportatore si mise lentamente a girare.

Passarono giacche, gonne, magliette, golfini, finché, ricoperta di cellophane, sorretta da una stampella di metallo grigio, arrivò Camicetta.

Aveva riacquistato il suo colore bianco panna e il lucido opaco per cui era sempre stata ammirata, era tornato perfetto. Nessuna macchia, nessuna grinza, i bottoncini a perla sembravano tanti soldatini dagli elmi lucenti in fila per la parata. Il colletto, i polsini, lo sbuffo del giromanica, tutto era stato stirato in maniera perfetta. L’indumento sembrava nuovo di zecca.

Marta non credeva ai suoi occhi.

-Ma siete dei maghi -Esordì- Sono davvero felice!

Recuperò il suo capo prezioso Incartato in fogli di morbida carta velina

Aperto l’involucro a casa, si sprigionò un odore di fresco pulito che invase ogni stanza; la casa adesso le pareva ancora più bella e le sembrò ancora più giusto volerci restare.

Contemplò a lungo quella sua lucida compagna di vita, poi la indossò: lo specchio esternò il suo giudizio “siete fatte l’una per l’altra”.

In quel mentre suonò il campanello, era Mario, il compagno di Marta. Immediatamente la ragazza gli comunicò la sua decisione di voler rimanere in quella casa insieme alle sue cose più care.

Intanto Camicetta l’accarezzava delicatamente e la legava con forza al suo passato.

Mario, che ormai conosceva benissimo il mondo di Marta e lo amava, capì ed accettò quanto la donna desiderava. Così il giorno seguente ogni oggetto era di nuovo al proprio posto sullo scaffale; nel mezzo c’era anche qualche scatola vuota per contenere il futuro.

 Camicetta, indossata di nuovo, splendeva di gioia.

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